Stardust (storie di strada n.6)

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Sono le due del pomeriggio, di fronte ad un condominio popolare c’è un piccolo sterrato che viene utilizzato come parcheggio.

Si ferma una macchina fiammante e suona due volte il clakson. Gli occupanti si sporgono dai finestrini  e guardano verso l’alto, in attesa di vedere qualcuno affacciarsi. In effetti, quasi subito, una signora di mezza età esce su  un balcone del secondo piano, gesticola come a dire “aspettate” e, dopo qualche secondo, è giù per strada  insieme al marito, entrambi in pantofole, tenendo per mano un bambino che riescono a malapena a contenere e che continua ad urlare: “La macchina nuova! La macchina nuova!”.

La giovane coppia scende dall’automezzo e, finalmente, il bambino viene liberato dalla stretta e può correre verso la sua mamma. La macchina è una piccola monovolume, di quelle che sceglie  chi ha una famiglia con figli, qualcosa di più di un’utilitaria, qualcosa di meno di una berlina. Comunque sia,  è un acquisto “importante”, suppongo che sia stato a lungo meditato dagli interessati, prima di realizzarlo. I proprietari hanno, infatti, un aspetto di persone semplici e “concrete”, lui ha un fisico da lavoratore, tarchiato e  con la pelle inspessita dal sole, la moglie è grassottella, con i capelli ricci e scomposti, un po’ anni ’70. Lei porta dei jeans a vita bassa ed una striscia di pancia, gonfia e bianchissima, sembra sfuggire alla cintura ed alla maglia.

Il genitore anziano fa dei giri intorno alla macchina con aria critica, quasi da esperto, seguito dal figlio (o genero che sia) che, a sua volta, si dimostra compiaciuto di quelle attenzioni.  Aprono uno degli sportelli posteriori. E’ un invito per il bambino che entra in macchina con le scarpe sporche di fango. Non fanno in tempo a richiamarlo che l’impronta della scarpa è già bella e stampata sul rivestimento dei sedili. Simultaneamente parte una sberla della mamma che colpisce  il bambino in pieno viso. Ne potrebbero seguire altre… La nonna accorre e sottrae il piccolo all’ira dei genitori, ancora evidentemente “inebriati” da quell’ odore di nuovo, dato dai profumi delle colle e dei solventi che sprigiona la tappezzeria appena liberata dal cellophane.

La signora anziana cerca di sdrammatizzare, in fondo si tratta solo di terra e con un spazzolata energica la macchia andrà via, si rivolge alla figlia e le chiede: “Ma è grigia metallizzata? ” E la figlia le risponde, quasi con veemenza: ” Ma che dici!? E’ POLVERE DI STELLE!”

 

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