Cesira ed Immacolata (parte 1 Cesira)

image Cesira ed Immacolata – Parte 1 : Cesira Ho sempre pensato che fossero sorelle e, forse, lo erano veramente. Cesira, negli anni 70,  era già molto anziana. La ricordo nella sua bottega di via “Pisanelli”,  nella mia  bella Maglie, una casa-bottega per la precisione. Più bassa del livello stradale, per accedervi bosognava scendere un paio di gradini scostando una pesante, quanto rumorosa, tenda antimosche in maglia d’alluminio della quale ti rimaneva, immancabilmente, qualche catenella sulla spalla,  legandoti fino a quando non scivolava via dietro ai tuoi passi. Raramente Cesira era nel locale, più spesso accorreva dal retrobottega al primo tintinnio della tenda di metallo, asciugandosi le mani ed interrompendo la faccenda di casa che in quel momento la impegnava. Era piccola di statura, con un fisico a pera: piccole spalle e grande bacino ma esprimeva, ancora, molta energia nonostante il suo aspetto da sacchetto semivuoto. Il viso era caricaturale: il naso ben evidente ed arrossato dai capillari, i piccoli occhi chiari contornati da borse, i capelli grigi  e crespi  – simili alla lana d’acciaio –  tagliati di netto come il tetto di una casa. Portava sempre un grembiule azzurro con una grande tasca piena di chiavi e di tanti fazzoletti per via del suo eterno raffreddore dovuto all’umidità della casa e all’assenza di riscaldamento. Calzava sempre delle pantofole di pezza dal colore indefinito che strusciavano, sibilando, il pavimento di “chianche”  consumate. La sua rivendita era piuttosto buia e l’arredamento essenziale ed approssimativo: due grandi banconi, una bilancia  che utilizzava disinvoltamente – anche se nessuno avrebbe  messo mai in dubbio la sua capacità di pesare, anche solo con gli occhi,  una qualsiasi quantità di prodotto – e tanti, tantissimi vasi di vetro contenenti caramelle, liquirizie, confetti, “giuggiole”, mentastre, dolci con la meringa di zucchero, friselle e taralli. Dietro al bancone c’era una grande credenza con vari cassetti vetrati che facevano intravedere i diversi formati di pasta, i legumi, lo zucchero e il caffè. Sulla destra, una cassa-ghiacciaia dipinta di celeste con l’interno di zinco. Nei pomeriggi d’estate si sentiva un secco rumore di martello e scalpello proveniente dal negozietto. Era Cesira che spaccava i blocchi di ghiaccio, che le venivano consegnati, avvolti da sacchi di juta,  dalla fabbrica vicina al cimitero. Li riduceva, con maestria, in pezzi regolari che stipava nella ghiacciaia. Più tardi sarebbero arrivati gli abitanti della zona che, con grandi brocche o catini di creta, ne avrebbero acquistata una quantità sufficiente per rinfrescare l’acqua da bere o per fare le orzate da offrire, alla sera,  ai parenti  e vicini quando, al calar del sole, tutte le sedie di casa venivano portate fuori ed allineate sopra e sotto i marciapiedi (ed ogni amico era il benvenuto). Cesira non aveva avuto una vita di  relazione e, dovendola dire tutta, non era neanche tanto simpatica. Parlava poco, non rideva quasi mai. I ragazzi la trattavano con rispetto perché lei vendeva sfuse, a 1 lira l’una,  le caramelline e le liquirizie a forma di pesciolino e con 10/15  lire  ci si riempiva la tasca e poiché capitava, inoltre, anche se raramente, che favorisse il cliente facendo “cuntu paru” (pareggiava il conto aggiungendo qualche pezzo in più). Quello che si sapeva della sua vita privata era poco o niente, cosa facesse dei soldi guadagnati con l’attività ancora di meno. Era stata sempre sola e sempre aveva lavorato. Tutti, comunque, sapevano che da giovane si era salvata da un tentativo di omicidio. Un uomo del luogo, fintosi suo spasimante, ne aveva carpita la buona fede sfruttandola per sapere dove nascondesse il denaro e così, in una notte buia d’inverno, si era introdotto nella sua casa e l’aveva accoltellata. Poi aveva cercato di gettarla nella cisterna ma la poveretta, opponendosi con tutte le sue forze, si era aggrappata al puteale e, nonostante le gravi ferite, era riuscita a chiamare aiuto ed a far accorrere i vicini che l’avevano poi salvata. Il suo spasimante-carnefice era stato arrestato e lei aveva continuato la sua vita fatta di casa e bottega. Scritto con WordPress per Android

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