Cesira ed Immacolata (Parte 2: Immacolata)

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Il negozio di Immacolata, non lontano da quello di Cesira, era situato nel bel mezzo della via San Giuseppe, nel centro di Maglie, quando questa appariva  ben lontana dall’immagine attuale di strada dello shopping più o meno di lusso e non  ancora “nobilitata” dalle demolizioni che, alcuni decenni dopo, avrebbero creato la piazzetta dedicata ai “Martiri di Via Fani”. Proprio dove oggi c’è un franchising di borse e valigie, negli anni 60 esisteva ancora la merceria di Immacolata, la presunta sorella di Cesira, ancor  più presunta perché, nel loro modo di essere, le due donne avevano veramente poco o  nulla in comune.

Anche Immacolata era bassa e anziana ma al contrario di Cesira, che dava – come ho detto in modo forse irriguardoso – l’immagine di una pera avvizzita, lei era cicciottella tanto da sembrare “compressa” nei sui abiti  neri. Dalle maniche a tre quarti dei golfini, infatti, le spuntavano avambracci, stracarichi di bracciali tintinnanti, simili a salsicciotti  ben gonfi nel loro budello. Una collana di perle finte, ingiallite dall’uso, si appoggiava su due tette ingombranti e compresse, anch’esse, nel busto.   Aveva una carnagione chiarissima, la pelle solcata da una trama di rughe, capelli ossigenati e messi in piega, le labbra sottili che, fra le guance gonfie, erano sempre truccate con un rossetto “rosso senza compromessi”.   Non ricordo il colore degli occhi, tanto erano inaccessibili e nascosti dai cerchi infiniti delle lenti da miope montate su un occhialino a farfalla di celluloide nera, ma ho ben presente la sua voce secca e rauca per il fumo di sigaretta.

Devo fare veramente un forte sforzo per ricordare. Mentre da Cesira ci andavo ogni giorno, da Immacolata ci andavo ogni tanto, per caso, accompagnando la mamma o le zie che si rifornivano di bottoni, aghi e cotoni per il cucito. All’epoca, in famiglia, si poteva fare a meno di molto ma non di una dotazione decorosa da sarta e la manutenzione più necessaria era quella alla Singer, alla Necchi o alla Borletti, prima ancora di quella per la Fiat 500 o per la 600.

Quello che ricordo di quel negozio è un forte profumo, un profumino di quelli che si usavano in quegli anni, stucchevolmente dolciastro. Sapeva un po’ di talco felce azzurra, un po’ di lavanda, un po’ di spezie, un po’ di rose appassite. Dovendo immaginare un nome “anni 60″ per quel profumo direi “Notte d’amore a Bagdad” quando questa era ancora,  nell’immaginario collettivo,  la fantastica città delle mille ed una notte.

Il negozio di Immacolata era ordinatissimo, il bancone era piccolo e stracolmo di scatole, scatoline, grandi rocche di merletto industriale, nastri di tutti i tipi, attrezzi da ricamo e cucito, calze, veli per la messa. L’arredamento era costituito da stipi dipinti (e ridipinti) di bianco latte, appoggiati alle pareti, tanti cassetti con manigliette e pomelli di ottone ai quali corrispondeva una merce diversa. A seconda della lucentezza dell’ottone si poteva indovinare  il cassetto dove era custodita la merce più richiesta e quello degli articoli fuori moda. Ad Immacolata, comunque,   bastava solo un accenno per trovare subito quello che occorreva alla cliente. Ogni volta che apriva un cassetto, sembrava che gli effluvi di “Notti d’amore a Bagdad” si accentuassero. Forse erano profumati anche i tiretti o forse era il suo profumo personale che, irrorato in generose dosi, si espandeva nell’aria ad ogni movimento del suo corpo.

Anche la vita privata di Immacolata fu sempre molto riservata. Quello che si dice è che, sicuramente, ad un punto della vita ebbe un lutto  che la indusse a portare il nero per sempre e ciò quando questo colore non era certo di moda, quantomeno al sud, ma serviva ad esprimere il dolore per la perdita di un caro. Non ho mai saputo se fu sposata e se il lutto lo portasse in memoria del marito ma, comunque, mi piace pensare che lei rimase fedele per sempre al ricordo di una persona speciale che aveva amato da giovane.

Ogni domenica mattina anche lei, come Cesira, la si poteva incontrare a “missa matinu”, così come si indica col nostro uso dialettale la prima messa del mattino. Si sedeva allo stesso banco di Cesira che arrivava in chiesa ancor prima della sorella e ciò sempre che, le due, sorelle lo siano state …

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