Storia di Daria e Mario

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Quel disco era lì da tempo e proprio il tempo trascorso ne aveva un po’ cristallizzato e ingiallito il cellophane esterno. Una bella copertina che raffigurava la stampa di un’opera liberty: una donna di profilo, fasciata da una tunica che le lasciava scoperto un seno. Lo aveva acquistato Daria molti anni prima. Era un’edizione speciale dello Schiaccianoci di Tchaikovsky, registrata dal vivo al Teatro Bolshoi di Mosca e diretta dal Maestro Kopilov.

Mario non aveva dato peso a quell’acquisto, faceva parte della sfera delle passioni personali di Daria. Aveva solo un’idea di chi fosse Tchaikovsky e anche  il titolo del disco gli diceva qualcosa, non fosse altro per la buffa considerazione che un compositore avesse mai  potuto  dedicare un’opera ad un utensile da cucina. Bizzarrie da geni! Non si rimproverava certo, lui che era un ingegnere, e sportivo per giunta, di non conoscere il repertorio classico. Vi era poco spazio e tempo  libero, nella sua vita di calcoli e di cantieri,  per potersi appassionare a certi generi di musica .

A casa,  Mario aveva tentato, per carineria più che per un reale interesse,  di aprile la confezione di quel disco, ma lei  lo aveva fermato,  dicendogli che non c’era fretta di ascoltarlo e che era riservato ad un’occasione speciale.

Si erano incontrati in un pomeriggio assolato,   in un piazzetta del centro storico di Soleto,   sotto la guglia degli Orsini. Mario, impegnato in un cantiere poco distante, studiava i particolari di un progetto di ristrutturazione, appoggiato sul cofano della sua macchina. Daria scattava fotografie. Gli era finita addosso, indietreggiando, mentre cercava la migliore inquadratura per ritrarre  un demone  scolpito su un lato del monumento. A quell’ora i raggi diventavano dorati e la filigrana di pietra, enfatizzata dalle luci e dalle ombre, regalava agli obiettivi  uno splendido effetto tridimensionale.  Il momento perfetto per gli scatti… Quel passo indietro era stato di troppo, o forse no.

Mario l’aveva sorretta con garbo, e poi si  era scusato  lui stesso, forse per il compiacimento provato in quel contatto inaspettato con le braccia della ragazza,  e con il lino della sua camicetta…

Daria, all’epoca, non ballava più da tempo. Un incidente l’aveva allontanata, definitivamente,  dalla scuola di danza e dal palcoscenico. Le era rimasta la musica e l’altra grande passione della sua vita: la fotografia. Appassionata d’arte, avrebbe voluto lavorare nel settore ma aveva dovuto fare i conti con la finanza domestica  e ripiegare sulla gestione negozio di abbigliamento famiglia, ereditato dai genitori, per assicurarsi un reddito necessario per vivere. Nel tempo libero, però, le ritornava prepotente la passione per i campanili e le torri saracene del suo Salento. Centinaia di scatti per un libro che avrebbe certamente pubblicato,  in  un futuro prossimo. Una sorta di “tela di Penelope” della quale non era mai abbastanza soddisfatta.

Da quell’incontro casuale nacque qualcosa.

Mettiti qualcosa di decente questo pomeriggio, magari una giacca – aveva telefonato Daria quella mattina al marito – Ti porto fuori …-.

Al Bar Avio, dove avevano l’appuntamento, Daria aveva in mano due biglietti del Politeama: “Lo Schiaccianoci”. Mario ricordò il disco mai aperto. Lei lo rassicurò – E’ un balletto, ma non preoccuparti, ti piacerà…-.

-Voglio raccontarti una storia – gli disse, mentre si avviavano sul viale, verso il teatro.

– E’ la storia di Clara, la favola della mia infanzia-.

Stringeva la mano di Mario mentre gli raccontava di un sogno in una notte di Natale, di una festa, di un mago e di una battaglia fra i buoni e i cattivi.  Di uno schiaccianoci dalla bizzarra forma di soldatino, che diventava un principe e che conduceva Clara nel castello di una fata, in un mondo di fiaba che durava solo una notte.

– Noi, invece, saremo felici per sempre – le aveva detto Mario.

Fu uno spettacolo bellissimo. Un ritmo incessante di danze e di musiche. Non fu difficile, per Mario, collegarle a tante colonne sonore ascoltate nei film, nelle pubblicità, nei documentari. Mai avrebbe potuto immaginare che provenissero tutte dalla stessa matrice, da un’unica opera: “Lo Schiaccianoci”, il cui titolo tanto l’aveva divertito…

-Senti questo motivo?- gli sussurrò Daria mentre, sul palco, il principe faceva volteggiare la Fata Confetto.

– Ogni ballerina vorrebbe interpretare questo “passo a due” su un grande palcoscenico, io mi sono fermata al ruolo del fiocco di neve! E’ la musica che vorrei ascoltare se… se un giorno dovessi mancare, insomma… promettimi che me la farai ascoltare, prima che me ne vada…-.

Mario pensò a quella vecchia scatola di cartone telato, custodita in fondo all’armadio. Tante foto, un po’ sbiadite dal tempo, che profumavano di talco e di antico, dove Daria era una ragazzina e posava con il suo abito di scena da fiocco di neve, tenendosi sulle punte senza apparente sforzo. In altre, si librava nell’aria del palcoscenico, sorretta da un’energia che solo in parte si poteva ascrivere allo studio e alla tecnica.

L’ aveva zittita, sfiorandole  dolcemente  le labbra con l’indice, era il suo modo di non farle dire parole che non voleva ascoltare…

Quante volte Mario si era soffermato, dopo quella sera al Politeama, su quella copertina intatta di un disco mai aperto, che li aveva seguiti, silenzioso, in ogni tappa della loro vita. Quante volte aveva pensato di disfarsene,  come di uno scomodo testimone,  ma si era fermato all’ultimo momento. E anche ora che Daria, esausta, non si alzava più dal suo letto e passava le giornate a guardare, fuori dalla finestra, l’ondeggiare delle cime degli eucalipti, solo il voler tenere fede alla promessa gli impediva di farlo.

Quegli alberi erano cresciuti velocemente, tanto da coprire parzialmente la vista del campanile del Duomo. E Daria, che tanto aveva voluto quella casa proprio per quella veduta, ora preferiva osservare gli alberi, lamentandosi per l’eterno restauro che aveva rinchiuso quel monumento in una fredda gabbia di metallo.

– Mario, ti prego, apri la persiana, e fammi sentire un po’ di musica.

– Accendo la radio?

– Fammi sentire il mio disco e…non aver paura!

Mario aveva strappato quel cellophane con il cuore in gola. Dopo pochi secondi, nella sala riecheggiavano già le note struggenti del passo a due, del “sogno di ogni ballerina”.

Mario aprì le persiane e scostò le tende. Le cime degli eucalipti, sospinte dalla tramontana di dicembre, si piegarono su un lato, lasciando sgombera la vista sul campanile.

– Guarda Daria, smontano le impalcature, presto il tuo campanile sarà di nuovo libero e bellissimo, così com’è rimasto bello nel tuo libro, in tutti questi anni !…-

Così le diceva Mario, mentre le indicava il grosso libro di foto appoggiato sullo scrittoio e respingeva le lacrime, simulando il suo solito buon umore.

Poi si distese di fianco a Daria,  senza parlare.

Vieni Daria, balla con me questa danza che non abbiamo mai ballato.  Abbraccia il tuo principe, ti condurrò con un cocchio dorato nel magico castello. Fuori c’è un valzer di fiocchi di neve, i fiori  hanno già danzato per noi. Lì rimarremo per sempre!

– Si Mario, per sempre….

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