Il battesimo del mare

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(Mi rimproverano in tanti di fotografare solo il mare, e sempre lo stesso mare…)

C’era un solo adulto su quella lancia “Archetti” di legno di mogano, alla barra del piccolo fuoribordo, e tanti ragazzini ad occupare le panchette davanti ed il sedile posteriore della barca. Noi di casa eravamo in quattro, poi c’erano alcuni amici del cortile, a volte un cugino o una cugina.

Sulla prua c’era un bel posto comodo, di forma triangolare, al quale tutti ambivano, ma era anche quello più esposto agli spruzzi e quello che costringeva chi lo occupava ad alcuni compiti da mozzo, come ripescare la sagola dell’ ormeggio con il mezzo marinaio, gettare in mare la “mazzara” ed altre piccole incombenze sia alla partenza che al rientro dalla navigazione.

Ognuno di noi aveva in dotazione un cuscinetto autogonfiabile, che agganciavamo ai pantaloncini con una fibbia simile a quella delle bretelle. Una scritta in rosso invitava a tirare con forza un cordino, in caso di bisogno. Avrebbe attivato la bomboletta di aria compressa che si trovava all’interno e gonfiato il salvagente. Inutile dire che, incoscientemente o inconsciamente, forse aspettavamo quel momento di emergenza che ci avrebbe consentito, prima o poi, di strappare il cordino e di assistere al “miracoloso” gonfiaggio del dispositivo.

Eppure la paura del mare, quando era un po’ mosso come accade spesso ad Otranto, l’avevamo, eccome se l’avevamo! Sarà per lo scetticismo del nonno, uomo di campagna, che preferiva rimanersene sul molo ripetendoci, ad ogni invito a salire a bordo, queste parole: “I peti…sempre allu tostu!” (traduzione: i piedi devono stare sempre sulla terraferma!).

E invece la nostra barchetta, piena di bambini, salpava allegramente, sospinta da quel motorino da sei cavalli che faceva quel che poteva per farla scivolare sul mare e per contrastare le onde che, puntualmente, si gonfiavano all’approssimarsi del faro rosso.

Mio padre coglieva sul nascere la nostra paura e ci faceva fare dei “giri di riscaldamento” al riparo, allargandosi piano piano verso il centro della baia e, quando si accorgeva che eravamo preoccupati per gli spruzzi e l’altezza delle onde, ci invitava a cantare… 
La canzone era sempre la stessa, un ritornello da ripetere all’infinito ricominciando daccapo ogni volta. Una canzone che avevamo scelto noi (a rileggerla oggi, anche un po’ ambigua…) che parlava di boschi e di funghi: Insomma… di terraferma.

Una canzone da cantare a squarciagola nel tragitto dal porto alle “grotte”, con le onde di traverso, alla ricerca del mare calmo al riparo della Punta e dalla tramontana. Chi avvistava un’ onda più alta e minacciosa, saliva di un’ottava, fin quasi a strozzarsi, per segnalare agli altri il pericolo incombente.

Finalmente lo specchio di mare calmo che ci ripagava di tutto. Mettevamo in acqua la scaletta proprio dove oggi c’è una massicciata di cemento (mentre prima c’era una grande grotta scavata dal mare) e non si contavano più i tuffi e le risalite (e questo per tutta l’estate, da aprile ad ottobre…). Poi sapevamo che,alla fine della gita, si doveva fare il percorso al contrario – per rientrare al porto – ma, per quello, c’era tempo!…

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