Il cimitero

Mi affacciavo alla finestra e il mio sguardo – istintivamente – correva  nella notte, oltre la foschia ed i muri di cinta dei giardini, oltre la strada statale ed i binari della ferrovia, fino al camposanto,  laddove i morti riposavano. Quasi sulla linea dell’orizzonte, illuminati dalla luna, si stagliavano gli altissimi cipressi, come lunghe dita nere della terra. 

Immaginavo i viali bordati di pitosforo profumato, le fiammelle tremolanti sotto vecchi
mazzi di fiori semiappassiti e macerati nell’acqua maleodorante dei vasi.

Mi aveva sempre dato inquietudine il cimitero. Ricordo ancora quell’odore nauseabondo e dolciastro che filtrava dalle lapidi nei pomeriggi d’estate, quando la morte, travestita da calura estiva, vagava per i vicoli e le corti del paese in cerca di vecchietti stremati dal caldo e dagli anni… da portare via.

Accompagnavo le mie zie, all’epoca assai giovani, a cambiare l’acqua ai fiori dei loro defunti. “Loro” perchè avevo ancora la fortuna di non conoscere cosa significasse la perdita di qualcuno. Le persone a cui volevo bene mi erano tutte vicino, quei morti non mi appartenevano…
 
– Cos’è questo cattivo odore? – chiedevo, mentre percorrevamo un corridoio al secondo piano di una specie di alveare dove le cellette servivano per stipare i morti. Se si correva lungo quel corridoio fissando una sola fila di loculi, le foto di facce sconosciute si susseguivano, quasi animandosi, come in un effetto cinematografico che ti faceva vedere un unico volto che cambiava sembianze di continuo.
Figure di uomini e di donne, qualche sfortunato giovane, foto recenti e ritratti antichi impressi nella ceramica ingiallita, alcuni sbiaditi e sfumati come il ricordo. Sembravano attendere figli, nipoti o parenti distratti o troppo lontani.
 
– Nulla – rispondevano le zie, minimizzando – E’ colpa della gente che non cambia l’acqua dei fiori che marciscono nei vasi! Noi, invece, la cambiamo un giorno si ed uno no, così ci durano tutta la settimana… Vedi quanto sono belli ancora i garofani? Saranno a posto fino a sabato….-

Non dissimulavano il loro disappunto quando, riconosciuta la foto di un loro conoscente o lontano parente defunto, si accorgevano che la tomba non era accudita come si doveva oppure, imperdonabile, se nel vasetto erano stati sistemati degli orrendi fiori di plastica (segno che nessuno dei congiunti aveva intenzione di occuparsene).

A volte trattenevo il respiro fino alla fine della scale, certo di ritrovare, all’esterno, il profumo del pitosforo e del sambuco in fiore.

Andavamo al cimitero un giorno si ed uno no, appena finito di mangiare, sotto un sole cocente.

 

Lorenzo De Donno

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6 thoughts on “Il cimitero”

  1. Bella questa memoria. Io ricordo d’estate un lungo viale che percorrevo da bambino in discesa con mia nonna verso il cimitero. Al ritorno – con molta più fatica e calore – era tutta salita senza la grazia di un’ombra.
    Ho ripercorso quell viale, dopo molto tempo, due anni fa. L’ho trovato corto e non poi così impervio.
    Ciao
    F

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  2. È strano il nostro modo di reagire. Il cimitero della propria città o paese è quello che, a mio avviso, può creare la componente ansiogena, perché lo si associa ai propri lutti ed al dolore provato in certi momenti. Mi è capitato recentemente di aver visitato il cimitero barocco di Lecce, alla ricerca della tomba del tenore Tito Schipa e del poeta Bodini e di averlo apprezzato come monumento fine a se stesso, senza alcuna componente emotiva personale, e per la serenità che mi ha trasmesso passeggiare nei vialetti silenziosi tappezzati di muschio (con, al seguito, le signore che avevo fermato per chiedere informazioni su dove fossero le tombe che mi interessavano e che si sono accodate nella mia ricerca, in una sorta di pellegrinaggio…)

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  3. bel racconto Lorenzo. mi ha emozionato.

    quando visito una città che non conosco mi “piace” visitare i cimiteri … mi piace girarci a zonzo, leggere i nomi, le date di nascita e morte dei defunti, osservare la cura o meno delle varie tombe deducendone così legami famigliari improbabili.

    è un volo di fantasia tra le storie che ognuno di quei loculi custodisce gelosamente.
    storie ormai silenziose ma che furono scritte nel baccano di un presente a noi sconosciuto.

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