Noi, giovani negli anni ’70

Mio padre era un lavoratore dipendente. Una famiglia “tipo” degli anni 60/70, con la certezza del reddito e la presenza di “punti cardinali”, sparsi nelle fronde “viventi” dell’ allbero genealogico, a cui fare sempre riferimento e da cui trarre esempi.
La mamma, a casa, a sfaccendare, noi pargoletti a fare i compiti. Lo stipendio ci consentiva di avere un appartamento in una palazzina di pietra bianca, quasi un paio di scarpe nuove a stagione, abiti decorosi che, quando non entravano più, si passavano ai fratelli minori o ad un parente prossimo. La fortuna di essere nati vicino ad un mare bellissimo ed amico ci consentiva di avere lunghe estati, divertenti ed economiche, trascorse in una casetta in affitto, proprio alle spalle del porto, ma io non sapevo cosa fosse una montagna vista dal vero, anche se sapevo disegnarla, a scuola, con un unico arco di matita. Tante volte, crescendo, mi sono chiesto se l’abilità che mi riconoscevano tutti nel saper disegnare fosse veramente un talento naturale o se scaturisse, piuttosto, dall’esigenza inconscia di materializzare le mie aspirazioni di bambino, i luoghi, gli oggetti e persone che diversamente sarebbero statI irragiungibili…

Il consumismo non esisteva, qualcosa si poteva intuire dai telefilm americani, ma erano esotismi più vicini alla fantascienza, modelli e livelli di vita sicuramente non riproducibili nella provincia meridionale. Noi, invece, acquistavamo al mercato settimanale tutto, o quasi tutto, quello che serviva, riempiendo all’inverosimile le borse di rete di nylon gialle, che si dilatavano sotto il peso delle provviste. La nostra vita era molto autarchica: pasta e dolci fatti in casa, profumo di zucchero caramellato delle marmellate di uva, di pera e di mela cotogna. Intere giornate estive a imbottigliare conserva di pomodori per l’inverno. Ghirlande di peperoni da stendere al sole la mattina e da ritirare la sera, prima che calasse l’umidità.
La cucina era perennemente infarinata e riecheggiava dei colpi secchi del mattarello e del ticchettio metallico del forno a gas che si scaldava o si raffreddava.
Il bucato grosso bolliva ancora in un’ampia caldaia di rame alimentata da legna, poi arrivò la lavatrice San Giorgio e fu un evento. La macchina da cucire, prima una vecchia Singer , poi una supertecnologica Borletti, sferragliava nelle ore serali al ritmico ondeggiare della pedana, spinta dal piede esperto. Le serate si passavano davanti a RAI Primo canale (allora non era ancora Raiuno ed il canale si cambiava facendo ruotare una grossa manopola sul lato del televisore). Ricevere una telefonata col pesantissimo telefono nero di bachelite, poi sostituito dall’iconico “bigrigio” della SIP, poteva essere l’annuncio di un evento o il presagio di una cattiva notizia!

Una volta per stagione era rituale andare a Lecce a visitare l’ Upim, come oggi si programma la visita all’ IKEA. All’Upim si poteva godere dell’aria condizionata e profumata artificialmente ed andare su e giù per le scale mobili, stando attenti a fare il “saltello” alla fine del percorso per non rimanere risucchiati dai mefistofelici ingranaggi ( di ciò eravamo convinti…) Il viaggio era preparato in anticipo e la Ford Anglia ( si proprio quella di Harry Potter, solo che non volava …), occupata all’inverosimile da zie, cugini, prozii e nonni. Spesso, fra grandi e piccoli, si partiva in 10 o 12. Ricordo un viaggio fino a Taranto, trascorso interamente disteso sulla cappelliera posteriore…

La parte più bella dell’Upim era, almeno per me, il reparto giocattoli, stracolmo di automobiline a pedali , modellini di autovetture (irraggiungibile quello grande dell’Alfa GT giallo ocra), mattoncini per costruzioni, missili a molla con capsula eiettabile e paracadute, caleidoscopi. Le ragazze rimanevano incantate dalla bicicletta pieghevole GRAZIELLA (ma solo da quella originale, Carnielli, con le ruote piccolissime ed il freno a pedale) mentre noi ragazzini a sbavare per la “2000” modello grande, bianca a verde dal design avveniristico, e la sognavamo sulle pagine di Topolino, che non ci lesinava la sua pubblicità ogni settimana. La “Graziella” vera era appannaggio di pochi fortunati ma lo si era comunque

se si possedeva una delle imitazioni (che si chiamavano comunque con nomi femminili): Claudia, Lorella, Marisa, Gabriella ecc. ecc.

I giocattoli si potevano ammirare, ma niente più. Non ci era consentito chiedere, nè tantomeno strillare. Si poteva eventualmente lacrimare in silenzio, facendo in modo che nessuno se ne accorgesse. Quante volte uscii dall’Upim convinto di essere il bambino più infelice del mondo. A rimediare ci pensava il mio nonno che sapeva consolarmi costruendomi, il giorno dopo, un aquilone con la canna d’india, lo spago e la carta velina. Quella volta, però, la GT ocra mi fu inspiegabilmente regalata. Passai un’ estate a spingere l’Alfa nella polvere del cortile perchè le ruote ed i parafanghi si sporcassero bene di terra come le rare GT “vere” che vedevo sfrecciare lungo le nostre strade polverose ed assolate e, all’epoca, semideserte.

Certo che noi ragazzi del 60 cresciuti negli anni ’70, oltre ad aver avuto la fortuna di ballare con la discomusic originale, avevamo un orizzonte vastissimo di aspettative, forse retaggio della contestazione giovanile del decennio precedente. Vivevamo con poco, anzi con niente, ma la nostra testa era un vulcano : di letture, poi di impegno politico, di discussioni sempre aperte. Gioivamo del ritorno dei nostri parenti, dopo lunghi anni di emigrazione. Vedevamo aprire nuovi negozi, il fiorire di nuove attività. I centri storici, ripuliti ed illuminati, diventavano salotti buoni. La società era in fermento. Ci meravigliavamo quando frotte di anziani inglesi e tedeschi, pallidissimi e vestiti da safari nel Sahara, scendendo dai pullman rimanevano a bocca aperta davanti alle nostre vecchie pietre intagliate e ci imponevano una rilettura, anche estetica, del contesto in cui eravamo vissutI. Se molto andava ancora male non ci angustiavamo, la speranza era fortissima….

Lorenzo De Donno

Annunci

18 thoughts on “Noi, giovani negli anni ’70”

  1. bellissimo revival fatto di fantastici ricordi.

    spesso mi chiedo se non siamo noi a mitizzare quegli anni perché ci abbiamo vissuto e quindi troppo coinvolti per un analisi vera oppure se erano proprio così belli.

    chissà i nostri figli, cosa diranno quando tra 30-40 anni scriveranno un post sui giovani degli anni 2000

    Liked by 1 persona

    1. Grazie per il tuo intervento. Il passare degli anni non nuoce se si sta bene in salute e si è allenati ad accettare anche i segni esteriori dell’età che avanza. Non sopporto chi rimpiange il passato sistematicamente, come esercizio quotidiano di sopravvivenza, a volte autocelebrativo con effetto retroattivo. Guardando alcune vecchie foto mi concedo un po’ di tenerezza, di tanto in tanto, ma non ho mai nostalgia di me stesso. In fondo, però, un pizzico di nostalgia serve, perché filtra il ns. passato. Smussa e leviga gli spigoli dei ricordi, rendendo meno dolorosi anche quelli più tristi.

      Mi piace

      1. Hai perfettamente ragione.
        Rimpiangere il passato non serve a nulla, l’importante è vivere il presente sulla base di quello che si è costruito, con entusiasmo e curiosità verso il futuro.

        Se si accettano le situazioni per quello che sono, belle o brutte che siano, non si avrà mai nostalgia di niente. Credo che questa capacità sia la più gran fortuna che un uomo possa sperare di avere.

        Mi piace

    1. Non era tutto bellissimo, in altro commento ammetto che la nostalgia smussa gli spigoli anche dei brutti ricordi. Sicuramente eravamo ottimisti ed avevamo la convinzione che la vita sarebbe andata in crescendo. Ora arriva molto prima il disincanto.

      Liked by 1 persona

      1. Forse era l’ottimismo della gioventù… Ma allora il lavoro era un diritto e c’era la convinzione che fosse lì ad attenderci… Avrebbe atteso pure se prima avessimo fatto il giro del mondo. Adesso il disincanto è che non ci attende più. E che anzi, se lo si trova è dannatamente umiliante per quanto sfrutta………Un caro saluto…….

        Liked by 1 persona

  2. da quanto ho letto dovremmo essere più o meno coetanei, sottoscrivo ogni parola di questa pagina, mi sembra di rileggere la mia vita, forse perchè anche io provengo dal profondo sud, leggermente più a sud di te (Calabria). E’ una pagina densa, profondamente vera e per questo una pagina potente, che rende merito alle piccole, bellissime, “cose” che facevano famiglia, comunità, affinità. Questa non è nostalgia ma impressione autentica e duratura del tempo. Una scrittura che arriva semplice ma forte, avvolgente e lieve ma soprattutto penetra e rimane. Ciao e complimenti

    Liked by 1 persona

    1. Sarino, ti ringrazio e mi fa molto piacere che ti sia ritrovato nel mio scritto anche perché l’ho “steso” di getto e senza alcuna pretesa che potesse piacere o essere condiviso da altri. Teniamoci d’occhio!

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...