La scrittura segreta delle lumache

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Racconto di Lorenzo De Donno

La primavera non arrivava mai inaspettata in quel cortile, stretto fra due file di vecchie case, nel centro di Maglie. Alla fine dell’inverno, tante vecchie latte, catini di creta e ogni altro recipiente che potesse contenere una manciata di terra rossa diventavano vasi dove piantare zinnie, dalie, fucsie, bocche di leone di tutti i colori, gerani rossi e viola, piccoli garofani profumati.

E’ banale associare le rondini alla primavera, eppure in quella zona, la porzione di cielo che si vedeva alzando lo sguardo, fra i muri di pietra leccese imbiondita dal tempo, era un intreccio di voli e un concerto di garriti, specie nel tardo pomeriggio, quando gli uccelli banchettavano con le zanzare ed i moscerini.

Il nonno sistemava queste piante su assi di legno appoggiate su grossi conci di pietra, che erano in quel cortile da secoli, nell’angolo più soleggiato. Sulle assi più in fondo i gigli bianchi e gli amarilli rossi, coltivati nei catini e nelle latte più capienti. Davanti, invece, le piante più basse e folte. Sul muro di lato fioriva, nonostante affondasse le esili radici   nel pavimento di chianche, un cespuglio di gelsomino semplice, dai piccoli fiori bianchi e profumati e dalla chioma scomposta e ricadente come i capelli di una vecchia pazza.

Ogni pomeriggio, appena il sole scendeva oltre i muri, il nonno  annaffiava le sue piante attingendo l’acqua dalla cisterna, che era proprio al centro del cortile. Sollevava il coperchio di ferro ed apriva un passaggio in  un mondo misterioso e oscuro.

Avevamo qualche attimo per vedere il riflesso dell’acqua ferma, qualche metro più sotto. Il secchio vuoto, lasciato cadere con gran fragore di catena, lo spezzava in mille frammenti, poi riemergeva, pieno d’acqua, portando su il profumo umido e freddo della cisterna.

Come fa un bambino a definire uno spazio buio oltre una “botola”? All’epoca non si riteneva utile dare spiegazioni ai bambini. E i nostri vecchi avevano un modo infallibile per tenerci lontani dai pericoli: la paura! Bisognava stare lontani dalla cisterna e, men che meno, tentare di usare il secchio, perché “potevano” tirarti giù in acqua in un attimo, mentre serravi fra le mani la catena pesante. ” Potevano”, certo, ma chi? Ognuno di noi piccoli, davanti a situazioni non conosciute, era libero di fare le proprie deduzioni sulla base delle sue, limitate, cognizioni tecniche e della  propria smisurata immaginazione.

Infatti, se mai avessi creduto all’esistenza di creature misteriose, sirene e mostri acquatici, pesci dai grandi occhi, sicuramente avrebbero abitato quelle acque scure. Grotte, passaggi segreti, tutto poteva essere reale in quel luogo inaccessibile.

Il secchio risaliva lentamente, sfiorando le scie luminescenti di bava lasciata dalle lumache sulla bocca della cisterna, frenato dal peso del suo contenuto e riversando un po’ dell’acqua raccolta ogni volta che una delle mani cambiava la presa, mentre l’altra si allungava verso il basso a trovare il punto più lontano della catena. Intanto il riflesso del cielo, sotto, si ricomponeva piano piano. Scie di bava che diventava lucente come madreperla sulle pietre scure di muffa, che disegnavano scritture indecifrabili, forse minacce degli abitanti dell’acqua buia contro chi avesse mai tentato di avventurarsi in quel mondo liquido e sotterraneo. Per questo ogni volta che riuscivo a sporgermi all’interno della cisterna, sorretto dalle forti mani del nonno, gridavo con tutta la mia voce:  – SCEMO!!!!!!

E attendevo che le creature dell’acqua, indispettite, mi rispondessero “scemo…emo….emo…”

Molti mi hanno chiesto di vedere quel cortile e quella casa. Anch’io vorrei rivedere quei luoghi. Quella zona fu demolita negli anni ’70 e, al posto di quelle vecchie case, fu costruito un locale commerciale. Con quella demolizione finì un’ epopea…Tanti personaggi ci ruotano intorno. “Nunna” (madrina) Rosetta, che svuotava con discrezione il vaso da notte nel pozzo nero comune, sua figlia Elsa, la sarta, che sposò il suo amato Pippi ed andò con lui in Svizzera. Ogni estate ritornavano per le ferie con il loro bellissimo pulmino Volkswagen bianco e azzurro. Loro due sono ancora in vita, li incontro spesso, innamorati ed inseparabili. La loro nipote Gianna , una bambina bionda che sembrava non toccare terra tanto era leggera ed eterea, morì di leucemia lasciando me e mia sorella, suoi compagni di gioco, per la prima volta nella vita a interrogarci su cosa fosse la morte. Il loro cugino Nunù , che sembrava un attore di operetta tanto era imbrillantinato, deferente e compìto. Arrivava quasi ogni pomeriggio con la sua Opel Kadett lucidissima, color pistacchio, con le ruote a fascia bianca.

Abitava di fronte, con i vecchi genitori, Anna Rosa, una ragazza down dolcissima, innamorata platonicamente (sicuramente non era l’unica, solo che lei lo diceva a tutti ) del Capo dei Vigili Urbani di Maglie. Attendevamo ogni pomeriggio, con lei, che l’irreprensibile Comandante Rizzo passasse dall’angolo perché potesse vederlo e salutarlo. Di fianco viveva una vecchia vedova con tanti figli grandi, le mancava un occhio e mi faceva impressione. Si diceva fosse stato  il marito ad averle fatto quel danno ma, oramai, costui era morto da decenni. E ancora, in una stanzetta d’angolo abitava la “bambola” , una povera donna con figli piccoli e senza marito che riceveva uomini in casa… E poi… e poi… ci sarà una nuova storia da raccontare!

https://culturasalentina.wordpress.com/2011/04/07/la-scrittura-segreta-delle-lumache/

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15 thoughts on “La scrittura segreta delle lumache”

    1. Grazie, è il racconto più apprezzato e ricordato dagli amici quando vogliono farmi un complimento. In realtà, essendo anche il primo “pubblicato” e il solo superstite di una piccola raccolta, persa e non più riscritta, mi fa sospettare che tutto quello che è venuto dopo non è stato all’altezza 😁. GRAZIE!

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      1. il piacere lo hai fatto tu a me lasciandomi quel bellissimo commento sull’ultimo post del blog di beebeep … la tua comprensione mi ha veramente commosso. grazie di cuore

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