Nino, la strega e l’arte del tombolo.

La quiete di un paese dell’entroterra salentino viene turbata dall’arrivo di una giovane donna, che viene subito etichettata come una strega. Il piccolo Nino decide di scoprirne i segreti….

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Nino, la strega e l’arte del tombolo

Racconto di Lorenzo DE DONNO

– Insieme a te non ci sto più, guardo le nuvole lassù…-, quell’estate le stazioni nazionali trasmettevano ripetutamente questa canzone, che risuonava in tutte le case, con la pessima qualità consentita dai piccoli altoparlanti delle radio casalinghe, nell’era prima dell’avvento dell’Hi-Fi.

La stanza era rischiarata da un fascio di luce. E’ strano come i raggi del sole, così totali e indefiniti all’esterno, si taglino in prismi o coni perfetti quando entrano in casa da un’apertura o da una persiana accostata. Solo in quel caso ci sembrano materici, consistenti, inspessiti dal pulviscolo che vi fluttua all’interno.

Nascosto dietro l’anta di una porta socchiusa che, dal giardino, dava sul soggiorno della casa, Nino percorse con lo sguardo quella striscia di luce che attraversava l’ambiente e colpiva un mobile antico di mogano lucidato a cera, mettendone in risalto le fibre rossastre. Si sforzò di percepire cosa ci fosse nella stanza e, alla fine, gli occhi si adattarono. Al di là di quella tenda di luce e pulviscolo, scorse la donna, seduta nella penombra ed impegnata in un’attività che non aveva mai visto fare prima da nessuna delle sue parenti o conoscenti. Davanti a LEI c’era uno strano attrezzo a forma di trespolo, simile ad un leggio, sormontato da un cuscino cilindrico sul quale, facendo roteare vorticosamente fra le dita dei rocchetti di filo, stava tessendo una trama, come tela di ragno, nella quale aveva già imprigionato, fissandoli con lunghi spilli, omini, case e fiori. Alle sue spalle, appesa al muro, c’era una collezione di farfalle,  montata su di un pannello rivestito da velluto rosso, fra due antiche foto-ritratto color seppia e i bagliori luccicanti di mille arcobaleni, riflessi dai cristalli del paralume di una lampada.

Irma aveva circa trent’anni, una carnagione scurissima avvezza al sole ed alla salsedine, il naso appuntito, capelli ricci e neri legati in alto e che, in parte, le ricadevano, con ciocche ribelli, sulla fronte e sulla nuca. Indossava una sottile vestaglia, nera e larga, come una grande tunica di garza, che dava un senso di drammaticità alla sua figura.

Nino e gli altri ragazzi non l’avevamo accolta bene, quando si era trasferita nella polverosa periferia del paese ed aveva occupato la casa di una sua vecchia zia. Probabilmente avevano colto anche qualche perplessità e la diffidenza espressa dagli adulti. All’epoca, infatti, fra la gente dell’entroterra salentino, vigeva un forte preconcetto di scarsa moralità nei confronti delle donne che abitavano i porti di mare, ritenute più sfacciate ed abituate a trattare con la vasta e variegata umanità della marineria e con tutto ciò che ad essa girava intorno.

La donna era verosimilmente una strega, o almeno così la ritenevano i ragazzi del rione, per tutta una serie di motivi. Perché sembrava non amare i bambini, ostacolandone i giochi in prossimità della sua casa e del suo giardinetto. Perché proveniva da una lontana città di mare ed aveva – come ho già detto – la pelle scurissima ed i  tratti mediorientali: ce n’era abbastanza da ipotizzare che nelle sue vene circolasse il sangue di un antico incursore saraceno. Perché, come ogni strega che si rispetti, possedeva un gatto viziatissimo che adorava, dal pelo lungo e scuro, al quale si rivolgeva come se fosse un essere umano, riservando ad esso delle attenzioni oggettivamente sproporzionate rispetto alla media condizione felina del tempo. Infine perché, nel parlare, aveva una strana “esse” sibilata, come il verso di un serpente…

– “Dammela sssubito!”, gli aveva ordinato, con la sua terrificante esse sibilata, la sera prima, quando lo aveva sorpreso nel bel mentre catturava una grande farfalla notturna dalle fronde della sua pianta più fiorita. La donna stava tenendo, probabilmente, già sotto controllo il ragazzino da quando si era “pericolosamente” avvicinato al suo giardinetto.

La regina delle farfalle, verso l’imbrunire, si era lasciata tentare dal nettare profumato di miele e limone della lantana di Irma,  e Nino, all’epoca ancora in possesso di tutte le sue diottrie, ne aveva colto il volo morbido e l’atterraggio regale.

Solo dopo molti anni il ragazzino avrebbe saputo che quella farfalla, probabilmente l’ultima che avrebbe visto di quella specie rara, perché l’età lo avrebbe privato dello stupore e, forse, anche della sensibilità e della fantasia necessaria per fare quelle scoperte, era una “Eudia Pavonia”, nome degno di una nobile romana di epoca imperiale per una splendida creatura dalle ali smerlate, spesse e vellutate, sulle quali si distingue il disegno di quattro grandi occhi, iridescenti e simmetrici, simili a quelli delle piume del pavone.

Di solito, la caccia di Nino si concludeva con la liberazione o la fuga delle prede. Qualche farfalla più delicata, a volte, ne usciva un po’ malconcia, ma viva. Vigeva una strana etica fra i ragazzi del rione, nel presupposto di base che qualsiasi animale o insetto potesse potenzialmente rappresentare un bersaglio mobile, non foss’altro che per mantenere esercitata la mira. Le lucertole potevano essere accalappiate utilizzando delle piccole forche realizzate annodando la sommità delle cannucce della biada, raccolte quand’era ancora verde e flessibile. Una volta catturate dopo un’attenta caccia sui muretti a secco, le trascinavano via al guinzaglio, incuranti delle “finte” dei piccoli rettili; altre volte si divertivano a provocare loro le convulsioni, ingozzandole con una presa di tabacco ricavata da un mozzicone. Agli uccelli si mirava con la fionda, caricata con pallini di piombo, mentre i loro pulcini, caduti dai numerosi nidi costruiti fra le fronde dei pini, erano oggetto di amorevoli, quanto inutili, cure da parte di tutti. Ad un malcapitato riccio, che aveva sconfinato dalla campagna vicina, veniva dato da bere del vino rosso, per non farlo richiudere su se stesso e poterci giocare a lungo, approfittando della sua ebbrezza. Una gallina, scappata da un pollaio, poteva essere inseguita nei campi fino a quando si aveva fiato. Le api e le farfalle godevano di una certa immunità, per reminiscenza scolastica, data la loro decantata utilità nel processo dell’impollinazione. Da altri rioni giungevano notizie di sevizie a cani e gatti, ma da ciò ci si dissociava, come si direbbe oggi.

Prima ancora che potesse opporsi, la “strega” aveva scavalcato il cancelletto del giardino, gli aveva afferrato i polsi e tolto la farfalla, prendendola con maestria dall’addome, lasciando sulle sue mani solo la traccia bruna delle scaglie pigmentate delle ali, la “polverina”…

Il ragazzo avrebbe fatto bene a non seguirla fin sulla soglia della casa, come invece fece. La scena che vide in seguito gli diede la misura di quello che quella donna poteva arrivare a fare. Una volta nella stanza, infatti, Irma si diresse con decisione verso la cassetta dei suoi attrezzi da cucito e ne tirò fuori uno spillone ed un pezzo di cartoncino sul quale sistemò la farfalla con le ali ben aperte. Poi, con un gesto deciso, le trapassò la piccola testa con lo spillo. Un nuovo trofeo da aggiungere alla collezione.

A Nino sembrò di udire lo scrocchiare delle cartilagini che si spezzavano, o forse era solo il rumore del cartoncino perforato dallo spillone. Scappò verso casa inorridito, non tanto per l’uccisione che, ai suoi occhi, assumeva comunque ben altro peso se compiuta da un adulto, ma per aver colto, nel gesto al quale aveva assistito, l’essenza di un rituale macabro o tribale. Corse forte, schivando i rovi ed i fichi d’india, con il sudore che si portava via strisce di polvere bianca dalle pelle, accumulatasi in un intenso pomeriggio di giochi, per rifugiarsi fra le braccia della mamma che lo accolse con le mani ancora fredde di bucato e inspessite dalla varechina.

Se la vendetta è un piatto che va  servito freddo, Nino quella sera sbagliò tutto perché, appena fu buio, convinto com’era che Irma fosse una strega da contrastare e punire, ritornò sui suoi passi, scavalcò il cancelletto e devastò il giardinetto della donna, rompendo i gerani rossi e girando sottosopra ogni vaso che riuscisse sollevare. Non risparmiò neanche il cespuglio di lantana arancione e i suoi mille capolini che profumavano di miele e di limone.

– Cercavo in te la tenerezza che non ho, la comprensione che non so trovare in questo mondo stupido…-, continuava a gracchiare la radio dalla mensola di quel soggiorno di mogano rosso.

Mentre Nino la osservava, non visto, Irma si tirava su un ricciolo ribelle dalla fronte sudata e continuava a lavorare alla sua tessitura, incrociando incessantemente i rocchetti ed i fili e puntando gli spilloni sul cuscino cilindrico del suo attrezzo, canticchiando anche lei il ritornello della canzone.

Poi la vide alzarsi, andare nell’altra stanza per riapparire dopo qualche minuto con un piatto ed un tovagliolo e dirigersi verso il punto che sembrava più nascosto del soggiorno. Nino, dal suo osservatorio, aguzzò gli occhi e capì che Irma non era sola. Scorse, infatti, la figura di una vecchia in camicia da notte, seduta su una carrozzina da infermo. La giovane donna si avvicinò e incominciò a imboccare l’anziana zia, parlandole dolcemente ed insistendo con il cucchiaio quando questa dava segni di stanchezza. Quanto ebbe finito di rifocillarla, le riassettò con cura i radi capelli bianchi con rapidi movimenti delle dita e ritornò alla sua postazione di lavoro.

– “Che razza di strega è questa, che piange per dei fiori strappati e accudisce una vecchia?”, si domandò il ragazzo, pensando alle lacrime che aveva visto versare da Irma quella stessa mattina, appena aveva scoperto la devastazione dei suoi fiori. Si era affacciato presto alla finestra della cucina, prima ancora che le cicale dessero il cambio ai grilli, per assistere al risveglio della strega. Irma era rimasta impietrita, poi si era seduta sul muretto ed aveva pianto tenendosi il viso fra le mani, mentre lo scirocco le imbrogliava i capelli. Nessuna bestemmia, nessun maleficio lanciato ai quattro venti…

Forse la vecchia zia non era morta, come gli era stato detto, forse la giovane nipote aveva lasciato la sua bella casa sulla riva del mare per aiutarla, forse si arrabbiava con i ragazzi perché disturbavano il sonno della malata, forse era sfinita dal suo lavoro di ricamatrice e snervata dall’ostilità che percepiva intorno a lei, forse il suo gatto le riempiva un vuoto di affetti. Forse.. forse…forse….

Nino lasciò il suo osservatorio e tornò, pensieroso, verso casa.

Passarono gli anni e, come se la “strega” quel pomeriggio lo avesse colpito con un sortilegio, ad ogni tappa successiva della vita di Nino corrispose un miglioramento del rapporto con Irma. Ai suoi occhi di adolescente la cattiveria della donna si stemperò per poi svanire, e, quando fu uomo, le fattezze da strega si trasfigurarono in quelle di una matura signora. I suoi modi perfino gentili e poi, addirittura, premurosi. Non si era sposata, neanche dopo la morte della vecchia zia, nonostante qualche giovanotto si fosse visto, nei paraggi, a farle la corte. Le sue mani continuavano ad intrecciare i fili con la stessa velocità di quando era ragazza e, quello sì, aveva qualcosa di prodigioso! Era rimasta in paese e non aveva più fatto ritorno nella sua casa di pietra in riva al mare, chissà perché!

Era diventata la sua cliente più affezionata del banco dei salumi dove lavorava. Ormai la incontrava ogni mattina, nel negozio di alimentari, lei sempre attenta ai suoi consigli sulla scelta dei prodotti più freschi. Nino, ogni tanto, si soffermava a riflettere su come fosse cambiata, stentando a riconoscere la persona di un tempo, la donna che lui, che tutti, definivano “strega”. Anche il vecchio gatto, vissuto vent’anni in perfetta simbiosi con la padrona,  non soffiava più e si lasciava accarezzare. Domande alle quali non sapeva darsi una risposta fino a quando, un giorno, gli fu tutto chiaro ed ebbe, finalmente, la consapevolezza di essere stato lui a maturare ad a cambiare, liberandosi da ogni pregiudizio.  Capì che Irma, in fondo, era sempre rimasta la stessa …

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8 thoughts on “Nino, la strega e l’arte del tombolo.”

  1. ”…E’ strano come i raggi del sole…inspessiti dal pulviscolo che vi fluttua all’interno.” Meravigliosa descrizione mio caro. Del resto tutto il racconto trasuda del tuo saper scrivere cogliendo momenti e sensazioni che affascinano chi legge. Buona giornata caro Lorenzo e complimenti. Isabella

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