Alla Fiera dell’Est (ovvero un sabato al mercato di Maglie)

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Vi consiglio di visitarlo uno di questi sabati di cambio stagione, ora che il sole pallido picchia meno e le ombre sono più lunghe. E’ un’esperienza da fare, spogliandosi da ogni preconcetto, quella di passeggiare nei corridoi di indumenti appesi, dei quali si avverte il “profumo” di nuovo e di cellophane, mentre il vento di tramontana, finalmente, ci ha allontanato dall’atmosfera da “suk” orientale (che pure ha un suo fascino)  dell’ estate appena trascorsa e fa ondeggiare le grucce e sventolare i tessuti, sgonfiando e rigonfiando, dal basso, i tendoni della bancarelle.
È un mercato grande, quello di Maglie, concentrato in una vasta area nella periferia e,  nonostante  questo,  complicato dall’assenza di riferimenti architettonici.  Al visiratore occasionale potrebbe apparire come un vero labirinto.

Non è necessario dover acquistare qualcosa, anzi è sconsigliabile. Camminate lentamente, fate finta di interessarvi ad un articolo, magari chiedete anche il prezzo per rendervi credibile. Estraniatevi da voi stessi e guardatevi attorno: accendete occhi e orecchie.

Alcuni commercianti del reparto scarpe si sfottono, urlano, sbraitano, imboniscono, minacciano. Stornellano fra di loro su chi espone la merce migliore. E’ strano l’accento del linguaggio “da piazza”, non è leccese e non è la simulazione di una inflessione settentrionale. E’ un modulare la voce con toni bassi, da baritono, e scandire le parole che, probabilmente, si tramanda di padre in figlio: antropologicamente interessante. Uno di essi, un po’ sovrappeso, vittima della forza di gravità e di un giro vita ormai inadeguato a reggere alcunché, perde quasi i calzoni. Nel lento, ma inesorabile, percorso verso il pavimento, i jeans si stanno portando dietro anche le mutande e l’omaccione ha già mezze chiappe di fuori. Lui se li sistema, si capisce che è ormai un gesto abituale, un riflesso condizionato, ma le due ragazzine hanno già visto buona parte di quel sederone peloso, si sono voltate immediatamente e, allontanandosi sotto braccio, si parlano sottovoce con quell’espressione che hanno solo i ragazzi quando sono sorpresi e divertiti al contempo.

Più avanti, nel reparto dell’intimo, i toni sono più smorzati. Ecco la signora bene, fresca di tinta, che si rivolta fra le mani una mutandina color carne, mettendone alla prova la reale elasticità. Tira ed allarga il capo, tentando di raggiungere l’estensione del proprio fondo schiena. E quando deve pagare, dopo una trattativa snervante, conta i centesimi. La gente più modesta è sempre maestra di dignità: tratta con il sorriso sulle labbra, fa finta di andarsene, poi ritorna ed il commerciante cede sull’ultimo euro che il guadagno gli consente. Alla fine sono tutti contenti, meno della taccagna signora-bene che richiude il borsellino con l’espressione di chi ha subito un torto irrisolvibile.

Al mercato ti accorgi di quante donne anziane, probabilmente sole, si fanno fare compagnia dal cagnetto smilzo e nervoso con il musetto a punta, che ora va tanto in quella fascia d’età, forse perché mangia poco e fa cacchine piccole piccole. Una di esse, accompagnandosi con una sua amica, non si fa scrupoli di criticare apertamente i propri figli. E’ appena tornata dal cimitero ed ha scoperto che nessuno di loro ha portato i fiori alla tomba di famiglia per la ricorrenza del morti. Una vergogna… Poi strattona il cagnolino che stava per assumere la classica postura ad “omega” per rilasciare una delle sue cacchine piccole piccole. Non era il luogo ed il momento adatto.

Nella zona camicie, un uomo di mezza età è a torso nudo e sta provando dei maglioni ancora un po’ troppo pesanti (trovo discutibile che non usi almeno una canottiera e che il proprietario della bancarella glielo consenta). La moglie lo squadra, scuote la testa e gli dice di passare ad un altro capo…

– Signora prego, si accomodi nel camerino…- invita un altro commerciante, più organizzato. Il camerino è il cassone del furgone, attrezzato con uno specchio ed una tenda. L’ideale per cambiarsi e provare i capi. Porge la mano alla cliente, come un cavaliere, e la accompagna a salire il gradino, che è una cassa di legno messa proprio sotto il portello del furgone. Un attimo dopo, trasfigurandosi, bestemmia come un turco verso il suo garzone che ha fatto cadere qualcosa.

Più avanti una bancarella è stracolma di borse da 20 e 30 euro. Sono belle e le donne accorrono. Il commerciante è giovane e piacente e… un po’ ci fa. – Se non fosse che puzzano di petrolio! – dice una ragazza, arricciando il naso mentre si rigira fra le mani una grande borsa nera.

– Quiddru ete de a finanza…(quello è della Finanza)  – dice un ragazzo che vende felpe al suo socio. Faccio finta di non sentire e mi allontano di qualche passo. Credevo di essere io quello in cerca di personaggi e invece sono io stesso ad essere esaminato da qualcuno. Essere scambiato per un finanziere non mi dispiace, anzi, mi diverte. Il socio mi ha osservato bene e si è anche guardato intorno per vedere se c’è in giro il secondo, presunto, finanziere (poiché certi blitz sullo scontrino, di solito, si fanno in due), poi dà dello scemo al compare, indicandogli qualcosa che mi riguarda (che sia l’età, le scarpe, la giacca o il Note 3 bianco – che porto sempre in mano per prendere appunti al volo – non saprò mai cosa mi distingue da un finanziere autentico).

La “baracca” della convenienza, una delle tante, è fra quelle più frequentate. Si tratta di capi nuovi di zecca, venduti a prezzi irrisori. La qualità è quella che è, ma la merce piace, segue la moda del momento e costa poco. Si tratta di abbigliamento prevalentemente femminile, appoggiato su grandi tavoli. La postazione è chiusa su tre lati dal tendone e da lunghi attaccapanni di metallo, sovraccarichi di indumenti. C’è la giusta privacy perché anche la “classe media” si senta adeguatamente protetta dagli sguardi indiscreti.

I maglioni, le magliette ed i vestitini si rimescolano, come in un’enorme impastatrice mossa dalle mani avide delle clienti. Le fortunate trovano il maglioncino della loro taglia a 10 euro, forse non è cotone e, men che meno, lana, ma il tessuto è morbido ed addosso farà la sua figura. Sul muretto di fronte, i mariti ammazzano il tempo messaggiando sui telefonini, infastiditi dal pianto dei loro bambini che inarcano le schiene sotto le cinturine di sicurezza dei passeggini: reclamano la loro pappa. Si è fatto tardi e la mamma indugia ancora…

I piumini costano 20 e 30 euro, secondo la pesantezza. Una ragazza agghindata e con la voce nasale chiede se è “piumino vero”. Il venditore si rigira la gomma da un lato all’altro della mandibola, la guarda ed esita a rispondere (starà pensando: – Che cazzo di piumino vorresti comprare a 20 euro?-). Poi, però, trova la risposta giusta: – E’ un sintetico, ma molto caldo ed igienico -. E la cliente è soddisfatta.

Ma perché rovinare, con una parolaccia (quella che ho appena usato per dare un po’ di pepe alla narrazione n.d.r.), la magia di quel momento di piacere individuale rappresentato dalla scelta di qualcosa per sé stessi? Per chi si sceglie, in fondo, se non per sé stessi? Chi si soffermerà più di tanto sul nostro abbigliamento , infatti, escludendo qualche familiare, una volta che, svanita la magia dell’acquisto, e rivestiti a nuovo, ci butteremo nella spietata quotidianità, fatta di sguardi distratti ed egoisti? Che ognuno si goda, quindi, quei momenti di libero arbitrio, nei quali essere “acquirenti” ci fa sentire importanti e protagonisti. Sono pochi attimi nei quali si perde la percezione dei propri difetti fisici e, davanti a quello specchio (conta poco se siamo nel camerino moquettato di una boutique, assistiti da un commesso zelante, o nel cassone di un furgone al centro di un labirintico mercato di paese) diventiamo tutti belli: attori, modelli e spettatori entusiasti della propria microstoria.

Uguale rispetto si esige, respingendo il grottesco, anche per chi percorre il mercato fino alla fine, dove ci sono gli articoli per la casa. Ed ecco che prendono forma mazzi di fiori di pezza, esageratamente grandi e finti, piume di pavone dagli occhioni iridescenti. I tralci secchi, spogli ed arricciati di una pianta indefinita, alti quanto un albero vero, che serviranno a comporre l’ikebana gigante nella “capasa” (giara) del nonno. Addobberanno una scala od un portone ombroso fino al prossimo guizzo creativo della padrona di casa.

Ad un tratto si avverte un fischio lungo e ripetuto. Nel labirinto di bancarelle tutti allungano il collo e scrutano verso i punti di fuga. C’è un treno che si avvicina. Ed ecco, infatti, la “littorina” della Sud Est che sembra, per una sovrapposizione di immagini, passare proprio sopra i teloni delle ultime postazioni di vendita. Le mamme indicano, i bambini salutano, tutti sembrano contenti di quel passaggio sferragliante di vagoni semivuoti. Forse il macchinista avverte, tangibile, il profondo affetto dei Salentini verso la loro Ferrovia, un amore ormai platonico e lontano dalla quotidianità delle esigenze di mobilità reale, ma lì ce ne sono tanti e tutti salutano. Indugia sul fischio ancora una volta, è il fischio evocativo di una macchina del tempo…

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7 thoughts on “Alla Fiera dell’Est (ovvero un sabato al mercato di Maglie)”

  1. mi sono molto piaciute le parti in cui descrivi la signora fatta accomodare nel “camerino” … scena incredibilmente tenera

    il tuo essere scambiato per un finanziere mi ha strappato un sorriso

    e il finale con il treno che passa, incornicia tutto perfettamente.

    bello, proprio bello il tuo racconto.

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    1. si hai ragione … è piuttosto una cronaca ed è disponibile per tutti.
      ma la maggior parte di noi molte cose non le vede proprio perché assorbita da altro forse.

      personalmente mi ritrovo molto in ciò che scrivi, e leggerti mi aiuta a sentirmi meno solo perché questa sensibilità che un pò ci accomuna a volte fatico molto a gestirla

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