Le Donne di Otranto

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“Sopravvive ancora ad Otranto, nonostante tutto, una generazione di donne, anziane ma ancora fondamentali, mai contaminata dalla frenesia della vita vacanziera.

Vestali della casa e della famiglia,  si  alzano di primo mattino,  quando ancora i  gruppi sparsi di giovani si trascinano per le strade, in attesa del definitivo sfinimento che li accompagnerà per buona parte del giorno.

Ascoltano la prima messa in Cattedrale, inalando l’ aria densa che sa di ceri, d’incenso e di antico che solo in quel luogo si può respirare. All’uscita, solo poche parole di saluto alle amiche di sempre, poi passano velocemente dal mercato coperto e si rifugiano, prima che il sole infuochi le strade, nelle stanze ombrose dei piani terreni. Si tratta di case che erano vecchi depositi, seminterrati e rimesse; metri quadri diventati preziosi, riadattati ad uso abitativo perché la “casa buona”, che spesso è al piano di sopra, viene affittata ai villeggianti per la stagione.

Sono splendide anziane dalla pelle bianca ed appena segnata dalle rughe, sotto il sole inumidita dal sudore. A volte silenziose ma mai remissive, sempre orgogliose. Non hanno modi raffinati ma la loro educazione è ferrea ed intransigente. Vestite di abitini scuri (perché i loro lutti non hanno scadenza) , cuciti su misura e facili da gestire in tutte le situazioni della giornata. I loro capelli non conoscono tinte e vengono tenuti corti o legati stretti, perché per natura ribelli.

Non vanno in spiaggia e non fanno mai il bagno al mare, ma capita che si bagnino i piedi, lontano da occhi indiscreti. Assaggiano l’acqua salata quando si sciacquano la faccia, quelle rare volte che sfidano lo scoglio.

Trascorrono le loro giornate nelle cucine e, quando hanno finito i lavori, si svagano ricamando o osservando i passanti dalle finestre o dalla soglia di casa. Aspettano i mariti ed i figli che rientrano, all’imbrunire, dai poderi o dai villaggi turistici. Quando cucinano non si risparmiano e le loro pietanze, semplici e sostanziose, non conoscono concorrenza di cuochi e ristoratori. E’ per questo che, a metà pomeriggio, passeggiando nel dedalo di viuzze del centro storico, si sentono gli odori stuzzicanti dei fritti ed i profumi dei sughi. La domenica mattina i camini fondono il fumo delle braci all’odore delle rosolature, delle salse piccanti di peperoni secchi e sponsali, delle polpette croccanti con il cuore bollente e della carne di maiale nel sugo di pomodoro, cotto per ore su “una fiamma di candela”…”.

Qui si interrompe il mio manoscritto, presumibilmente dei primi anni 90, ritrovato in casa per un caso fortuito. Peccato non avere il seguito…

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