Taccuino di viaggio – Lucerna e Zurigo – dicembre 2015

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La premessa
Una volta tanto non mi tocca guidare. Sfidando il mal d’auto, approfitto di questo spostamento in macchina di oggi per annotare qualcosa, servendomi di questa piccola tastiera luminosa, sperando che lo “strumento” mi salvi gli appunti nella sua poderosa memoria e che poi sappia, una volta giunto a casa, restituirmeli (in qualche modo).
Fuori scorrono i tipici panorami padani, in scala di grigi, forse un po’ monotoni ma sicuramente suggestivi e non privi di fascino per chi, come me, vive tutto l’anno nei violenti contrasti di luce. Con i chilometri, mi lascio dietro i lunghi filari di pioppi spogli che costeggiano i canali di irrigazione, le vecchie cascine di mattoni scuri, i fienili e le risaie prosciugate, ma anche piccoli e grandi insediamenti industriali che appaiono e si dissolvono nella rarefazione della nebbia. Fisserò alcuni pensieri, perché non svaniscano anch’essi nella foschia della memoria, per svilupparli quando sarò a casa…
Il taccuino di viaggio…
Credevo di tornare dalla Svizzera portando con me una bella storia da scrivere ed invece sono ancora alla ricerca del ricordo di qualcosa che mi abbia veramente emozionato. Rientrando da altri viaggi, quando non bastavano le foto, mi era sufficiente svuotare le tasche dei pantaloni e delle giacche perché mi tornassero in mente luoghi, fatti e persone. Ogni biglietto stropicciato che ne tiravo fuori, che fosse di un museo, di un traghetto o perfino della metropolitana, bastava a scatenare una pioggia di nuovi fotogrammi ideali, con l’imbarazzo, a volte, di fare fatica a collocarli correttamente nel tempo.
Ogni viaggiatore attento, all’inizio di una nuova avventura, vorrebbe poter smentire, al suo rientro, quanto gli è stato detto da altri, sfatare i luoghi comuni e restituire una sua versione originale del paese visitato, così da uscire dallo “scontato” e dalla banalità e dare interesse e spessore al suo narrare. Sulla Svizzera ciò è quasi impossibile. Tutto corrisponde, alla lettera, all’iconografia di quel paese. Ovvero la pulizia, l’ordine, la freddezza del clima e della gente, l’efficienza di ogni servizio, la precisione di ogni dettaglio è proprio così come ce l’aspettiamo e come ce la raccontavano, già negli anni 70, i nostri parenti che vi si erano trasferiti per lavorare. Sembravano avere tutto “alla Svizzera”, come la definivano sbagliando la grammatica, comprese le cascate di “Sciaffusa” (Schaffhausen – un prodigio della natura per chi era cresciuto in una terra da sempre avara di acqua dolce), che erano la loro meta ideale per le gite, quando le vacanze erano troppo brevi per ritornare in Puglia.
Ne parlavano con entusiasmo, del loro paese di adozione, salvo a scrivere lettere intrise di lacrime ed a scalare arditi passi alpini, con piccole utilitarie, per rientrare in patria ogni volta che si poteva, recando un piccolo carico di cioccolato al latte ed alle nocciole da distribuire a parenti ed amici. La deferenza verso l’autorità ed il rispetto assoluto delle regole erano le prime cose che avevano imparato oltre confine. Non parlo dell’educazione, perché in forma arcaica, grezza e sostanziale, gli italiani ce l’avevano, ma era il senso civico, allora come ancora oggi, a difettare, il considerare tutto quello che era fuori dall’uscio della propria casa, e dei pochi metri di marciapiede circostante, non un bene comune ma una sorta di “zona franca” la cui cura e responsabilità spettasse ad altri.
Immergendomi in questa asettica perfezione, scendendo dal pullman, mi sono accorto che, sui bei viali dall’asfalto perfetto, c’erano diversi mozziconi e, sui marciapiedi, anche le classiche macchie della gomma da masticare appiattita dal calpestio. Ho trattenuto un subdolo sentimento di rivalsa (tutto il mondo è paese!). Poi mi sono reso conto che tutte le persone che incontravo erano turisti italiani o spagnoli, in trasferta per la classica gita ai mercatini di Natale…
In Svizzera persino i panorami sembrano studiati e ingegnerizzati. Ogni particolare appare messo al suo posto da un abile scenografo: la baita in cima alla collinetta, il villaggio di tre case ed una chiesa, il bosco dietro che risale il pendio come uno scialle che ammanta la montagna di verde fino al punto in cui, più in alto, si dirada ed i singoli alberi punteggiano, ancora per un po’, la roccia marrone. Infine, una bella cima innevata con una coroncina di nuvole. Manca solo Heidi e le sue caprette (che fanno ciao).
Le due città che ho visitato, Lucerna e Zurigo, si rispecchiano in due laghi e raddoppiano furbescamente le loro luci ed i colori nei riverberi dell’acqua, che è la protagonista incontrastata dei loro panorami.
Lucerna è piccola e raccolta, ha un centro storico che definiremmo la classica “bomboniera”, ricca di palazzi con facciate finemente affrescate, di suggestive case tradizionali, di torri rinascimentali e di chiese da cartolina con i campanili dal tetto appuntito. Tutto sembra collocato al punto giusto per essere riprodotto facilmente in un magnete da attaccare al frigorifero, al rientro.
Il lago si insinua nella città fino a separarla in due e diventare l’emissario del fiume (Reuss), costeggiato da due spettacolari passeggiate fra esse collegate da bellissimi ponti pedonali. Due di questi sono coperti e molto antichi, realizzati in legno biondo e rivestiti di tegole. Tutti i pezzi della struttura sono costruiti , secondo tecniche medievali, ad incastro (non è stato utilizzato un solo chiodo ) e, all’interno del tetto, si possono ammirare delle belle tavole di immagini storiche che addobbano le capriate e rimandano ad un percorso culturale da abbinare a quello, più pratico, del passaggio fra le due rive.
Il ponte di legno più lungo risale al 1300 ed è stato parzialmente ricostruito negli anni 90, dopo un incendio. In realtà è una vera passeggiata, perché non conduce semplicemente da un lato all’altro ma ha un percorso sinuoso che costeggia il lungolago, sfiora una torre di pietra, che sorge equidistante proprio in mezzo all’acqua e, da questa , raggiunge poi la sponda opposta. Questa zona del lago, che si trasforma in fiume, è animata da tantissimi cigni bianchi, tanto belli ed eleganti quando veleggiano sul pelo dell’acqua, da sembrare sospinti da vento, quanto goffi e ridicoli quando immergono il collo nel basso fondale, alla ricerca di cibo, dimenando fuori dall’acqua solo la coda impiumata.
Percorrendo una stradina in salita verso il Municipio della città, sono stato fermato da un anziano arzillo, vestito elegantemente. Era un italiano (come eleganza confermava), funzionario statale in pensione, con doppia residenza ( e doppia casa) in Italia, dove trascorreva le vacanze, ed in Svizzera, dove aveva conosciuto e sposato la moglie. Si è presentato come Cavaliere del lavoro e scrittore (avrebbe scritto un libro su Gesù in quanto “uomo”, fuori dalla Trinità (?), del quale libro stava trattando la vendita dei diritti). Mi ha chiesto da dove provenissi ed è l’unica cosa che ha voluto sapere di me. Il resto della conversazione, durata circa un quarto d’ora, è stata un suo show personale che incastrava, con abilità narrativa non comune, gli argomenti più disparati (la sua biografia, i problemi dell’Italia, la politica internazionale, gli usi e costumi degli elvetici ecc.), senza un attimo di incertezza e di incoerenza: uno spasso. Come il cappellaio matto di Alice, ad un certo punto ha guardato l’orologio, si è ricordato che a casa aveva ospiti importanti (una cara amica italiana, docente universitaria in vacanza da loro, ed un’ autorità locale, una sorta di prefetto) e si è congedato non senza avermi prima fornito, di sua iniziativa, alcune indicazioni sulle cose da vedere a Lucerna e da non perdere assolutamente, fra le quali la visita al famoso mercatino di Natale, alla cappella dei Gesuiti e ad un fantomatico Leone di pietra, simbolo della città (che non riuscirò mai a trovare perché, interpretando male il percorso, finirò, invece, fra i vialetti erbosi di un suggestivo e piccolo cimitero, con spettacolare vista lago, riservato agli uomini illustri della città ).
Devo confessare che quella cappella dei Gesuiti, non lontana dal luogo dove avevo incontrato il connazionale cavaliere-scrittore-tuttologo, non mi ha entusiasmato particolarmente all’esterno perché estremamente semplice (nella sua rigorosa architettura seicentesca) mentre gli interni si presentavano più interessanti per la presenza di eleganti stucchi dorati e per il monumentale altare in bellissimo marmo rosa. Chi è abituato alla ricchezza delle nostre chiese, dal rinascimento al barocco, avrà comunque una piccola delusione, perché questa cappella, come tante altre  in Svizzera, furono spogliate (o non furono mai dotate, a seconda del periodo della loro edificazione) di decorazioni pittoriche, statue ed altri simboli invisi alla iconoclastia introdotta dalla riforma luterana. Per di più, una guida mi ha informato che la chiesa che stavamo visitando è di proprietà privata per cui viene anche affittata, occasionalmente, per riti di altre comunità, praticamente un “contenitore”, quasi neutro, adattabile alle diverse confessioni di matrice cattolica. Tutto piuttosto distante dal nostro concetto di “Chiesa” tradizionale, apostolica romana.
Quasi alle spalle della cappella si dipanava il mercatino di Natale, uno dei più famosi della Svizzera, che segue un percorso articolato nei vicoli più stretti del centro storico ed in alcune piazzette. Affollatissimo, è più dedicato all’oggettistica che alla gastronomia. La suggestione determinata dalla luci, dall’odore dei rami d’abete che ricoprono i banchetti e le casette di legno che fungono da bancarelle, dai vapori dolciastri del “ vin brulé”, vino caldo che bolle con le spezie e le scorze di agrumi nei caratteristici pentoloni, vale più della reale possibilità di fare acquisti interessanti e di riuscire a sostituire – con il cibo da strada- la cena in albergo. Un tentativo di mangiare qualcosa al mercatino va fatto, in ogni caso, per cercare di evitare il salasso del conto di un ristorante che sembrerà comunque inaccettabile, anche se vi sarete accontentati di un pasto leggerissimo. A volte la coda si accorcia e si può rimediare con una bella fonduta bollente o con il classico wurstel o con il bretzel (una sorta di tarallo di pane saporitissimo, morbido all’interno e con una scorza sottilissima, lucida e croccante) al formaggio fuso.
La visita a Lucerna è terminata la mattina successiva, percorrendo il lato sinistro del lungofiume fin quasi alla fine del centro storico, dove una grande diga in legno (sì, proprio in legno!) crea un dislivello di qualche metro e l’acqua, che defluisce da un’apposita apertura con una piccola cascata, crea una suggestiva onda, in costante avvitamento. La zona è popolata da gabbiani, per niente timidi, che si fanno avvicinare e fotografare a pochi centimetri mentre si lisciano le piume e si stiracchiano le ali.
Una parola ancora sugli uccelli. I passerotti in Svizzera, come quasi in tutto il Nord Europa, sono grassocci e vengono a mangiarti le briciole fin sulle scarpe. Non hanno quasi paura dell’uomo e, piuttosto che occupare solo i rami alti degli alberi, come da noi, popolano numerosissimi anche le siepi basse, pronti a sbucarne fuori appena avvertono la possibilità di procurarsi del cibo. Cosa avremmo fatto mai, noi latini, agli uccellini per perderne la fiducia a livello genetico (oltre ad averli bersagliati, con ogni mezzo, per secoli per poi spennarli e soffriggerli)?
Se Lucerna mantiene una dimensione intima e suggestiva, Zurigo ne è la copia “dilatata”, in quanto ha un’impostazione del centro storico molto simile, fatte le dovute proporzioni per le maggiori dimensioni. Anch’essa è divisa da un fiume ed ha due bellissime passeggiate, da percorrere in entrambe le direzioni per poter godere dei panorami opposti.
Il mio albergo era in una zona moderna, ovvero in una vasta area che, suppongo, sia stata modernizzata quasi interamente ma che conserva, ancora, degli spazi di archeologia industriale, per la presenza – fra i nuovi edifici avveniristici – di antichi capannoni di mattoni rossi dei primi del ‘900, ora destinati ad attività sociali (teatri, discoteche ecc). Un panorama che definirei newyorkese (se mai fossi stato a New York…) con tanto di sopraelevate, luci freddissime al LED e sfiati di vapori acquei provenienti da impianti sotterranei, con i ragazzi che fanno footing fino a notte fonda e gente che fa la coda, ordinatissima, per salire sul tram (dove, però, c’è quasi sempre posto per tutti).
Inutile a dirsi, il tram è sempre preciso ed annunciato “al secondo” da un ampio monitor. Il biglietto si compra sul posto, al distributore automatico, con carta di credito. Ci vuole poco a capire come muoversi a Zurigo: è tutto maledettamente chiaro. Un volta sul tram, per chi non comprendesse il tedesco, c’è una serie di segnali su fondo giallo su tutto quello che NON si può fare a bordo (alcuni divieti sembrano vignette umoristiche per la voluta esagerazione delle situazioni vietate). La tentazione di fotografarli subito è forte. Condividerli su un social network e far sorridere, in diretta, anche qualche amico in Italia è questione di attimi.
Probabilmente non aveva infranto nessuno di quei divieti, né commesso altri tipi di reato, l’uomo barbuto, altissimo e dai caratteri mediorientali che era seduto dietro di me e parlava al telefonino con voce bassissima. In pochi secondi il tram è stato fermato ed un paio di poliziotti, armatissimi e dal viso inespressivo (ricordate Paul Bettany che interpreta Silas, il monaco assassino, nel Codice da Vinci? Ecco, due di “quello”!), sono balzati a bordo. Gli hanno chiesto i documenti ed una serie di altre cose in tedesco. L’uomo dapprima li ha fulminati con uno sguardo scocciato, quasi cattivo, da sembrare Jafar, il gran visir del sultano del film animato “Aladdin”della Disney, poi ha interrotto la telefonata e quindi, con tranquillità, ha estratto i documenti, mentre una delle guardie si frapponeva per fare “barriera”, a protezione degli altri utenti. Completato il controllo, i poliziotti sono scesi ad una fermata successiva. Dopo aver assistito a quella scena, ho ripensato ad una coppia di poliziotti italiani incontrati qualche giorno prima ad una mostra. Mi avevano colpito perché erano giovanissimi e robusti anche loro ma, nel giro di controllo, erano amichevolmente “a braccetto”. Mi sono convinto, pertanto, che, se è vero che le nostre Forze dell’Ordine sono fra le migliori e più preparate del mondo (malgrado i loro stipendi inadeguati e le risorse limitate), io le preferisco così, con la cordialità nei rapporti tutta italiana!
Ho notato che i poliziotti a Zurigo sono tutti molto alti, molto giovani e molto biondi. Hanno un fisico da giocatori di rugby, probabilmente sono addestrati a tutto , ed al peggio, considerato che per le strade non ho visto la benché minima traccia di mendicanti, o extracomunitari venditori di paccottiglia, di banchetti improvvisati, di barboni ed altra umanità disagiata. Peraltro le stazioni, che da noi sono punti di ritrovo per chi vive ai margini della società, non sono luoghi circoscritti da muri o da inferriate. Il terminal dei treni è in mezzo alla città e, per accedervi, basta attraversare una strada e si è già sui binari, senza superare alcun controllo. Neanche in stazione c’è traccia di poveri e di disagiati. Dove li avranno messi ? O è veramente possibile che in questo paese siano tutti benestanti o che tutti siano occupati o assistiti, quando non più in grado di badare a sé stessi, in strutture adeguate? Dovrò approfondire.
Cerco di non divagare… Ero sul tram! La corsa terminava sul lungolago/fiume di sinistra. Scendere da un mezzo, di sera, nel punto più bello di una città, ovunque sia ubicata nel mondo, toglie sempre il fiato. E’ un “mix” emozionale, determinato dalle aspettative personali, dalla oggettiva bellezza dei luoghi, dal percepibile senso di “catartica euforia” delle persone per la strada e dai sapienti giochi di suoni, luci e colori . Zurigo non sfugge a questa suggestione, sebbene in toni più soft, disponendo di una scenografia veramente notevole, complici le luci ben studiate, i riflessi dell’acqua e le stratificazioni delle architetture che creano una sorta di anfiteatro di costruzioni storiche fra le quali spicca, con un impatto visivo che richiama vagamente “Notre Dame” di Parigi, la basilica di Grossmunster. Finita di costruire nel 1200, e rimaneggiata più volte nel corso dei secoli, si distingue per le due bellissime torri campanarie in stile neogotico. Universalmente riconosciuta come il simbolo di Zurigo, ha un ampio respiro di spazi su tutti i lati ed è immediatamente visibile da tutti gli angoli del centro storico. Basta attraversare il largo ponte e risalire due rampe di scale per arrivare al sagrato della basilica che si affaccia, dall’alto, sul lago. Anche da questo lato la visione della riva opposta è incantevole per la bellezza dei palazzi, delle piccole chiese che vi si allineano e per l’eleganza dei decori natalizi (piccoli alberi di ferro battuto addobbati di luci bianche e sfere trasparenti). Da un portico, appena sotto il sagrato, mi sono arrivate le note struggenti di una fisarmonica. Era un ragazzo vestito di nero a suonare, con grande virtuosismo e trasporto. Mi son sono chiesto il perché di tanto impegno, visto che non c’era pubblico ad apprezzare. Ed invece no! C’era una coppia di giovani, affacciata da un muretto più in alto, che si godeva la vista e la musica. Lui la abbracciava stretta, e non solo per scaldarsi, nella sera freddissima.
Dopo aver girato un po’ per le stradine dei mercatini sconfinando, sul tardi, nel cuore commerciale ormai semideserto e scintillante di luci e di vetrine del lusso irraggiungibile, il freddo pungente e la stanchezza mi hanno indotto a rimandare al giorno successivo quanto non avevo ancora visto.
La mattina dopo, stesso tram e stessa fermata, sono arrivato in centro con un sole bellissimo che ha colorato di azzurro il cielo ed il lago, ha restituito il rosso al tetti ed il verde brillante alle cupole ed alle cuspidi dei campanili. C’erano rose ancora fiorite e, negli angoli più riparati, balconi pieni di gerani rossi. Ho preso il lago come riferimento ed ho iniziato ad esplorare le stradine intorno, fino a raggiungere una zona molto graziosa, con piccoli palazzi eleganti e curatissimi. Dando un’occhiata alle vetrine mi sono accorto che la vera zona del lusso era quella, lo dicevano le vetrine di pellicce, di abiti di alta moda e di grandi marchi di orologi, i cui nomi dicono molto a pochi intenditori (tanto sono rari e costosi). Peraltro, la presenza di limousine, quali Bentley e Mercedes rigorosamente nere, probabilmente noleggiate e discretamente parcheggiate nei paraggi, con tanto di autisti/bodyguard che le ripassavano con panni morbidi, erano indicatori inequivocabili della presenza di acquirenti dotati di “carte oro”, senza limiti di spesa. Non ho potuto fare a memo di sgranare gli occhi . Certi “pezzi” li avevo visti solo in foto o nel reparto luxury dei magazzini Lafayette a Parigi…
Alla fine del giro sono ritornato sulla basilica di Grossmunster, visitabile gratuitamente. Anche in questa chiesa i muri erano di pietra, privi di intonaci decorati, quadri e statue di santi. Solo giù nella cripta, nella quale si respira un’aria umida ed un po’ rarefatta ed il suo odore è identico a quello di tutte le cripte del mondo, alcune tracce di affreschi erano state ritratteggiate a grafite, al solo fine di indicare che, un tempo, quei muri erano decorati con figure sacre ed episodi della Bibbia. Nulla di entusiasmante, al primo impatto, in questo luogo il cui fascino è tutto, però, da ricercarsi fra le pieghe della sua storia, nei colori delle sue vetrate gotiche, nel suono del suo organo monumentale. Forse è per questo, ho pensato, che – al contrario di molti altri paesi europei – per visitare le chiese non si fanno code e non si paga, perché non se ne ottiene un “appagamento” immediato.
La sorpresa, quella vera, l’ho avuta, però, subito dopo. Finita la vista a Grossmunster e lasciandomi alle spalle le sue belle torri svettanti, ho incontrato un’altra chiesa dall’aspetto aggraziato e con un bel campanile con orologio. Un cartello ne indicava il nome: Fraumunster, la chiesa del monastero femminile. Non so cosa mi abbia spinto ad entrarci considerato che anche questa , come le altre visitate, sembrava offrire ben poco all’occhio. Mai come questa volta, infatti, mi sono mosso, in un viaggio, per istinto, snobbando le mappe se non ritrovare la strada per ritornare in albergo. Ci sono entrato con il preconcetto che avrei visto solo dei banchi di legno e dei muri imbiancati o, al massimo, delle belle canne d’organo. Invece, una volta all’interno, stato colpito, quasi accecato, da tre fasce di luce colorata che provenivano da altrettante alte vetrate: azzurra, verde e gialla. Il sole ne amplificava l’intensità e distinguevo poco i disegni. Poi, mano a mano che mi avvicinavo, fissando le figure che acquistavano nitidezza, la memoria mi ha restituito immagini di cose già viste, nomi di artisti già conosciuti, ma erano informazioni che si accavallavano in disordine, senza collocarsi al giusto posto. Ho provato, per qualche secondo interminabile, la strana tensione di avere una soluzione a portata di mano e di non riuscire ad afferrarla. Chagall, Chagall… sì, è Chagall. Ho pronunciato quel nome a bassa voce, quasi temendo di bagliare, l’ho ripetuto ad alta voce, cercando conferme a chi mi stava attorno, a dei turisti del tutto indifferenti e, forse, indispettiti per la mia invadenza. Forse ho cercato, peccando di infantilismo, un applauso od un premio: certo che era Chagall!
Marc Chagall è il pittore che ha dipinto i sogni, annullando ogni legge di gravità. I suoi colori sono puri e gli ambienti puliti, nel suo mondo le persone volano tenendosi per mano, gli oggetti si librano nel vuoto e gli animali hanno spesso volti ed espressioni umane.
Trovarsi di fronte a trenta metri di “quadri luminosi” di uno dei pittori che preferisco, vedere i concetti della sua arte, intrisi di misticismo, mistero e cultura ebraica applicati magistralmente su temi sacri è stata un’emozione troppo forte da vivere e, forse, ancor di più ora, che provo a raccontarla. Persino il tema drammatico di Gesù in croce, interpretato da Chagall, perde ogni angoscia di morte e diventa, tangibilmente, un simbolo di amore universale. In quel momento non c’era Madonna più dolce o angelo più etereo di quelli che vedevo lì, incastonati nei gialli, verdi ed azzurri di quelle vetrate.
Qualcosa che assomigliava alla sindrome di Stendhal aveva preso non solo me ma, suppongo, anche tanti altri visitatori che avevano occupato tutte le file di banchi disponibili, come spettatori di un concerto silenzioso di luce e colori, diretto da un sole in perfetto asse che faceva risplendere l’insieme.
Sono partito, in questa storia, dalle nebbie ed i grigi della Pianura Padana per finire (chi l’avrebbe detto?), con un’immagine dai colori vivi, riportata dalla “fredda” Svizzera. Altri colori ed altre situazioni incantevoli, visite a monumenti, antichi e meravigliosi, sono seguiti, nei giorni successivi, in questo viaggio fatto a segmenti, come quel gioco che si fa unendo, con un tratto di penna, tanti puntini numerati fino a comporre una figura. Alla fine si ritorna al punto di partenza e si compie quel piccolo “miracolo” che dà un senso al gioco e, forse, che dà il senso anche alla vita.
P.S. (quando dicevo che in Svizzera non c’era nulla di emozionante…bleffavo!)
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