“In Paradiso Ti accolgano gli angeli…”

Aveva un bel nome, la mamma di Giorgio, che si legava al cognome come quello di un personaggio di un libro e suonava bene, come un nome d’arte. L’ho scoperto leggendolo dai manifesti, arrivando in macchina nel paese nel primo pomeriggio di ieri, sotto una pioggia battente.

La signora che ho fermato, l’unica persona incontrata, era sull’uscio di una casa e mi ha indicato la chiesa dove si sarebbe svolto il rito funebre. Poteva dirmelo che anche lei era diretta alla stessa chiesa, l’avrei fatta salire in macchina con me e mi sarei risparmiato l’imbarazzo di vedermela di fianco, molti minuti dopo, zuppa ed infreddolita.

La chiesa era vuota e fredda, con le porte spalancate. Poche persone avevano già occupato un paio di banchi e bisbigliavano fra di loro. Poi la tramontana è entrata prepotente fra le navate, portandosi dietro l’odore della pioggia ed il sussurro di una preghiera corale che sopraggiungeva, accompagnata dal calpestio di passi sempre più vicini.

Non ricordavo più cosa fosse un funerale “tradizionale”, a piedi e sotto la pioggia, per giunta. Una vera processione composta da due file parallele di donne, appartenenti ad un’ associazione religiosa, che anticipavano il carro funebre. E tutto il paese dietro, che si stringeva ai parenti.

La funzione non è stata breve ma l’anziano sacerdote aveva il tono giusto e quella cadenza nel parlare che è propria del clero di una volta, alla ricerca di una musicalità un po’ forzata ed ipnotica. Non ho contato i canti e le preghiere, alle quali rispondevano tutti i fedeli, ripetendo i versi a memoria. A quanti funerali bisogna aver partecipato per conoscerli così bene? Il prete dava il “la” e le donne anziane del coro rispondevano, con quell’attimo di ritardo di chi canta per istinto e non per scuola, di chi canta comunque, anche a dispetto delle capacità individuali di polmoni e diaframma. Erano voci pastose, maturate dal sole e sabbiate dallo scirocco che risale da Castro nei giorni di tempesta. Sommesse all’attacco della strofa ed acute nel ritornello, come si alterna il frinire del grillo a quello della cicala. Nessun coro blasonato avrebbe avuto pari dignità per sostituire quelle autentiche voci della terra.

Non ho mai conosciuto la signora dal bel nome antico. Spero che mi perdonerà se, affrancato dal dolore (non essendone figlio o nipote), ho potuto rubare qualcosa. Se ho ascoltato  quei canti con piacere e se ho aspirato i vapori densi degli incensi come fosse, anche per me, un rito di purificazione. Se ho “festeggiato”, quindi, la sua ricorrenza, come diceva il prete sull’altare.

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