Vale la pena, sempre


Soffro di vertigini, per questo ho rigettato l’idea di proseguire il sentiero che si inerpica, copiando un ripido costone, su uno spuntone di roccia. Da lassù si domina la Gola di Ravenna (denominazione che ingannerebbe chiunque se non fossimo in Germania e nella regione della Foresta Nera, per giunta) e il mercatino di Natale scintillante che viene allestito sotto l’enorme ponte di pietra che la sovrasta. C’è un lembo di cielo ancora chiaro, nello stretto spazio fra le due montagne, e c’è anche una bella luna, a tratti velata da nubi veloci. Basterà a rischiarare il percorso? 
Gli altri componenti del gruppo si sono avventurati nella salita, nonostante il buio, il ghiaccio e il pietrisco che rende il percorso sdrucciolevole. Li ho seguiti con lo sguardo fino a quando ho visto le loro sagome fondersi in un cordone di ombre in movimento. Ancora più in alto, distinguo solo i puntini di luce bianca dei cellulari e i flash delle foto. 
Immagino che le riprese, da lassù, saranno suggestive proprio come il panorama riprodotto sui depliant turistici. Un’abile regia, infatti, sta illuminando di blu, con fari potenti, i piloni del grande ponte di pietra che attraversa la gola. Tutt’intorno sono state accese altre luci colorate e, in alcuni angoli del fitto bosco e nei sentieri, sono apparsi (per la gioia dei più piccoli) i pupazzi dei personaggi delle favole, gnomi ed elfi.
Sono le 17 precise, le due grandi lancette di ferro lo indicano sul grande quadrante di una casa- orologio di legno che sembra uscita dalle pagine di un libro dei fratelli Grimm. Il cuculo si affaccia da una finestra verde, proprio sotto la cuspide del tetto e, muovendosi a scatti, scandisce le ore con un verso bitonale, prodotto da un vecchio mantice che soffia in due canne d’organetto. Due coppie di ballerini meccanici fuoriescono da un’apertura sul balcone posto sotto la finestrella e lo percorrono tutto, piroettando a tempo di valzer, fino a sparire in una porticina sull’altro lato. Viene il desiderio irrefrenabile di possedere un cucù in casa propria, per quanto anacronistico possa sembrare un ticchettante orologio meccanico appeso al muro. 
Anche il ruscello che scorre nel fondo della gola, e che costeggia il mercatino, è stato illuminato con dei fari a ultravioletto e il ghiaccio, spesso e trasparente, che ricopre i grossi sassi levigati  è diventato luminescente come un vaso di cristallo di marca. Un vicino laghetto, privo di movimento d’acqua è, invece, completamente ghiacciato.

 

Il freddo è intenso, siamo intorno allo zero, e, per scaldarmi le mani, raggiungo uno dei grandi bracieri che ardono lungo il percorso turistico. Di tanto in tanto, un omone dalla faccia rossa e con grandi mani nodose abbandona la sua griglia dove sorveglia la lenta cottura di alcuni filetti di salmone, inchiodati su tavole di legno, poste di fianco alle braci. Viene verso di noi a grandi passi, rinfocola e alimenta il braciere gettando nel fuoco grossi ciocchi di legno, senza apparente sforzo.
Si allontana un po’ di gente e mi accorgo che vicino a me c’è un’anziana signora su una sedia a rotelle, avvolta in una grande sciarpa rosa e con un plaid sulle gambe. I suoi accompagnatori l’hanno posizionata al caldo, forse giusto per il tempo di andare a prenderle una tazza di bevanda fumante. 

La signora mi guarda e mi sorride dietro i suoi spessi occhiali da miope; il suo volto esprime cordialità e contentezza. Non si fa fatica ad essere sereni in questo contesto. Ogni particolare gioca a reprimere i cattivi pensieri, quanto meno temporaneamente, in un angolo nascosto di noi stessi. C’è voglia di essere allegri, di avere reazioni di stupore conformi alle aspettative, covate in mesi di preparativi, prenotazioni e soldi spesi. La positività si percepisce, si vede stampata e condivisa nel volto dei presenti, coadiuvata da generose quantità di punch bollente, che esala vapori alcoolici profumati di spezie e scorze di agrumi.

Anch’io ho voluto dimenticare, in questi giorni, il fastidioso l’acciacco che mi porto dietro da qualche mese e che mi stava facendo annullare la partenza. Davanti a quella persona sfortunata, ritorno consapevole di me stesso e mi sento in colpa e a disagio per il disappunto provato nello scoprirmi vulnerabile, nel trovarmi nella condizione di dover accettare, a volte, aiuti esterni. Capisco quanto sia importante muoversi sulle proprie gambe e non avere alcun reale problema a cambiare i tre mezzi diversi che occorrono per arrivare in questo posto, nascosto nelle montagne della Baviera.
Mi chiedo, ora che sono qui, se ne vale la pena e a quali e in quali condizioni vorrei esserci comunque. Se non avessi le gambe,  qualcuno (scorgo mio figlio, di ritorno dalla scalata, che mi viene incontro) mi ci avrebbe portato, senza le braccia mi avrebbero coperto. Se non parlassi potrei comunque godere dei suoni e del panorama. Senza la vista e l’udito, infine, nessuno potrebbe privarmi di quest’aria frizzante, che profuma di muschio e di aghi d’abete. E allora mi dico che ne vale la pena, in ogni caso.
PS = Per ritrovare il proprio equilibrio non serve una meta “patinata”, può bastare un metro di spiaggia o uno scampolo di campagna…

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...