Prima domenica di febbraio, pensieri a piacere

​Le panchine di legno sono comode e accoglienti. Quando ti ci siedi, anche in pieno inverno, non senti il freddo metallico  che ti attraversa gli indumenti. Se poi sono fissate su un bel selciato antico e riparate dal vento dai muri alti e secolari della piazzetta dell’orologio (che segna le tredici) il relax è assicurato. A quest’ora sono pochi i turisti e le coppie che passeggiano,  a passo lento, sul corso e i negozianti hanno iniziato a ritirare i pannelli con i souvenir e con tutta quella chincaglieria  inutile che ha un unico pregio, quello di  colorare la stretta strada con tinte sgargianti. 

Dei giovani mi passano vicino, parlano di lavoro. Uno di loro dice che per fare il cameriere bisogna avere una grande dose di umiltà e pazienza. Perché, per molta gente, anche se sei laureato, quando lavori in un ristorante  sei solo un servo e devi accorrere allo schioccare delle dita (e non penso che si riferiscano solo ai clienti). Ascoltandoli, mi rendo conto che tanti locali sono chiusi e alcune vetrine sono impolverate e nascoste da fogli di carta da imballaggio. Presto, qui sarà ora di organizzare le riaperture, di assumere gli stagionali, stagionali laureati. 

     
Cerco di concentrarmi sullo scampolo di mare (ma forse è solo un angolino di cielo più azzurro) che mi sembra di intravedere sulla stradina che,  dalla piazzetta, conduce direttamente al lungomare. Questo inverno anomalo mi ha reso insofferente alle rappresentazioni e alle riproduzioni, che siano quadri, foto o cartoline. Cerco di godermi i panorami al naturale, quando li ho a disposizione,  facendo ricorso a tutte la mie capacità sensoriali. Lo smartphone oggi è rimasto a casa, eppure mi sarebbe servito, non per fotografare e filmare ma  per prendere appunti. I pensieri vanno fissati,  perché svaniscono,  ancor prima  dei colori dei panorami, portandosi via quelle singole e insostituibili parole che fanno il senso e l’estetica del concetto,  o del ragionamento, che si vuole condividere. Ed è inutile cercare di sostituirle.
 Infilo freneticamente  le mani negli stretti scomparti del borsello. Ho due penne e una matita e neanche un pezzo di carta (io che porto con me  sempre un taccuino). Ho anche due campioncini di profumo, omaggio per l’acquisto dei regali di Natale, ancora fissati al loro cartoncino pubblicitario.  Li spruzzo sul dorso della mano senza convinzione, annuso un attimo e, constatato che entrambi non rientrano nei miei gusti,  li butto nel vicino cestino dei rifiuti. Se non lo facessi ora,  so già che li userei in un prossimo viaggio,  quando l’acqua di colonia abituale, per forza di cose,  rimane a casa per motivi di ingombro e di passaggi ai controlli in aeroporto. E allora preferisco disfarmene, perché non vorrei mai più  ripetere il conflitto interiore olfattivo,  scatenato dal “profumarsi  una vacanza” con un’essenza aliena.
Un commerciante, che mi conosce, mi viene incontro e mi chiede se ho bisogno di qualcosa. Vedermi seduto alla panchina,  da solo e all’ora di pranzo,  gli fa strano. Mi chiedo se non avverta anche lui la pace di quel momento,  se non veda il cielo celeste pallido che si apre sulla piazza e sulle strade che vi convergono a stella, e non senta l’odore del mare,  che risale dal vicolo, insieme a quello del sugo di pomodoro che sobbolle in una casa vicina. Lo ringrazio e gli rispondo di no, che va tutto bene, non ho capogiri,  né altri malesseri. Mi saluta e va via,  a braccetto con la moglie, sopraggiunta dopo aver chiuso a doppia mandata la porta del negozio. Ho buone  speranze di non assuefarmi mai, come invece è accaduto a lui, alla bellezza.  

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