Lo strano sogno di Rosalda 

Prima puntata – mini giallo vintage ispirato ad un fatto realmente accaduto.

LO STRANO SOGNO DI ROSALDA  (1ma  parte) Mini giallo a puntate, liberamente ispirato a una storia realmente accaduta.
“Lassa scarassatu u finesciu…” erano queste le parole,  rivolte al marito, con cui Rosalda chiudeva la giornata, mentre si sfilava lo spillone e i ferretti dalla crocchia voluminosa che portava sulla nuca. Poi srotolava piano piano la grossa treccia di capelli castani  e  la lisciava con le mani, con un movimento ripetuto, allungandosela  sul petto e sulla camicia da notte fino a che, perfettamente distesa, arrivava a sfiorarle la vita. Quell’invito, sebbene rappresentasse un’abitudine ormai consolidata nella coppia,  molto spesso sorprendeva Gino mentre era già crollato nel primo sonno. Allora l’uomo saltava giù dal giaciglio e, scalzo e in mutande, brancolava un po’, alla ricerca della cordicella che pendeva sul muro del suo lato del letto.  Dopo alcuni tentativi, tirando la corda con un ampio movimento del braccio,  riusciva a  socchiudere lo scuro della piccola  finestra,  posta in alto,  per consentire che il chiarore lunare non oscurasse totalmente la loro stanza dopo lo spegnimento del lume a petrolio. 
Rosalda si addormentava subito, dopo aver controllato e rimboccato le coperte del  loro piccolo, che già dormiva in un lettino messo di traverso alla pediera,  mentre Gino, dopo il risveglio di soprassalto, tardava a riappisolarsi e si concentrava, per conciliare il sonno, sul ritmo sereno e rassicurante dei respiri della moglie e del figlioletto.
Quando il tepore del focolare svaniva e il braciere ormai esalava solo odore di cenere, la loro camera diventava tanto  fredda che l’aria sembrava  addensarsi e penetrare  ogni angolo  di pelle che sfuggiva alle lenzuola e all’imbottita di “cammace” (bambagia).
 Una di quelle notti  freddissime Gino fu risvegliato dal suo sonno leggero. Gli fu netta l’impressione   che Rosalda non stesse bene. La moglie, infatti, si rigirava affannosamente, respingendo con le gambe  le coperte e bisbigliando parole che non avevano senso. Le toccò la fronte madida di sudore, poi  le accarezzò le spalle,  sentendo che  il suo corpo  era inspiegabilmente accaldato, nonostante il freddo gelido della stanza. La ricoprì  con la trapunta, perché non si raffreddasse,  e rimase sveglio  a controllarla  fino a quando, dopo circa una mezz’ora,  quello strano stato di agitazione sembrò  svanire e la donna riprese a riposare tranquilla, e così  fino al mattino.
Al risveglio,  Gino la trovò pensierosa. I suoi gesti abituali non erano naturali come ogni mattina  e  tutto, di lei, manifestava un malcelato turbamento. Pensò che quel disagio fosse causato  da preoccupazioni riconducibili ad impegni di lavoro della giornata che stava per iniziare.
 Rosalda era, infatti, la vera anima della piccola attività della giovane famiglia. Lui si era reso conto,  molto presto, dell’abilità della moglie negli affari e nel portare avanti  la contabilità del suo negozio. Per cui, mettendo da parte l’amor proprio e le battute ironiche dei parenti più stretti e degli amici, le aveva  lasciato carta bianca, ritagliandosi il compito, solo apparentemente secondario, di supporto e di controllo sull’azienda, rimanendo sempre vigile sulla sicurezza e incolumità della moglie. Il periodo era difficile, la prima guerra era finita da pochi anni e il fascismo era in ascesa anche nella provincia meridionale. C’era molta povertà e tanti disgraziati che vivevano di espedienti al limite del banditismo, ma la loro piccola attività andava bene, grazie anche alla numerosa  e protettiva rete dei piccoli imprenditori della città, che avevano scoperto i vantaggi di “fare sistema”, come si direbbe oggi, in anticipo di alcuni decenni sulla storia. C’erano già i presupposti  perché Gino aprisse un nuovo negozio in un paese vicino e,  inoltre,  era pronto il progetto della casa che avrebbe costruito. 
Mentre la moglie preparava la zuppa di latte per il figlio, Gino si avvicinò e le chiese se tutto andasse bene. Lei annuì, rimanendo seria. Arrivò la nonna paterna del bimbo, che se ne occupava mentre i coniugi erano al lavoro. I due indossarono i cappotti  e presero la strada per il negozio, cercando di evitare  le pozzanghere e il fango della via sterrata. Durante il tragitto il marito fu tentato più volte di chiederle se ricordasse qualcosa della notte che era appena trascorsa  ma temeva di preoccuparla e di intristirla ancora di più. Decise, pertanto, che gliene avrebbe  parlato nel corso della giornata. Fu  invece lei che, appena arrivati in piazza e prima di aprire il negozio,  ruppe il suo inusuale mutismo  e gli comunicò, senza fare giri di parole, di aver fatto un sogno terrificante. 

-Ho sognato – gli disse – la mia madrina Filomena rinchiusa in un luogo buio e freddo. Un posto sporco,  pieno di vermi e di topi. “A nunna Nena me chiamava, me chiamava…”-. 

-Nunddà retta a sonni…- rispose Gino, rassicurato dal fatto che il malessere della moglie si potesse ricondurre solo ad un brutto sogno.

-Gino, dobbiamo fare qualcosa, andiamo dai Carabinieri! – gli disse allora la moglie con tono deciso – mandiamoli a fare un controllo alla masseria!-. 
La Nunna Nena viveva, infatti,  con i suoi tre figli, allevatori e contadini,  in una masseria di un feudo lontano. Ci voleva quasi una giornata di carro per arrivarci, se non si aveva la possibilità di utilizzare una delle rarissime autovetture con l’autista. Oramai  erano anni che madrina e figlioccia non  si vedevano e che si erano interrotti i reciproci saluti  che, in precedenza, usavano scambiarsi tramite comuni conoscenti o con  i carrettieri che battevano quella zona.      
– “Carabbinieri,  ma si mpacciuta? Ca se tutti erane scire alli carabbinieri quannu se sonnane e  discrazie… Lassa perdere, ca anni de vita l’hai dati alla Nunna Nena. Pe’ l’anima te li morti, penza cu stai bbona!”   
Detto questo,  la prese con decisione per il braccio e la spinse dolcemente all’interno del negozio. Gino aveva chiuso il discorso e non ne voleva più riparlare. 
La notte successiva il malessere di Rosalda si ripeté con le stesse modalità della precedente e il marito decise, questa volta,  di svegliarla per porre subito fine all’incubo. La donna si destò  e, in lacrime, confermò di aver fatto lo stesso, terribile, sogno. Aveva visto la sua madrina distesa, allo stremo delle forze, nella sporcizia e negli escrementi, e la sua voce era diventata flebile come quella di una bambina. Nel sogno,  Nunna Nena la rimproverava di non averla aiutata.   Gino le promise che,  l’indomani,  avrebbe  fermato il maresciallo dei Carabinieri mentre prendeva il caffè al bar di fronte al negozio. Gli avrebbe comunicato la preoccupazione della moglie e  richiesto di fare un controllo alla masseria di Donna Filomena.

 

(Continua)
Nella foto: paesaggio di Giuseppe Diso (Coll.  Priv)

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