LO STRANO SOGNO DI ROSALDA 

LO STRANO SOGNO DI ROSALDA

Secondo episosio: Il maresciallo De Carli.
Rosalda si alzò prestissimo, sollevata per la comprensione  manifestatale  dal marito durante la notte precedente. L’uomo, confermando la sua totale disponibilità e la sua buona indole, delle quali la moglie non aveva mai dubitato, sembrava aver finalmente  capito quanto fosse  per lei importante liberarsi dal dubbio, divenuto ormai insostenibile, che Nunna Nena stesse correndo un reale pericolo di vita. Si  vestì velocemente e si spostò nella cucina, sentendosi piena di nuova speranza. Prelevò  dallo stipo una bottiglia di conserva di pomodoro e un  sacchetto di farina dalla madia. Poi  accese il fuoco,  aiutandosi con mazzetti di rami d’ulivo secchi. Il giorno prima aveva chiesto alla suocera di fare il bagno al bambino, perché  già le odorava di selvatico, comu nu passareddhu, e questa si era anche offerta, come spesso accadeva,  di cucinare il sugo e di fare i maccheroni. Rosalda ci teneva a farle trovare l’occorrente, già tutto pronto, per una questione di rispetto e di educazione. Tirò fuori dallo stanzino la vasca  da bagno zincata, che usava per lavare il bambino, poi ritornò in camera da letto, per prendere due asciugamani. Rientrata in cucina,  versò una quartara d’acqua nella caldaia di rame  e  adagiò la maglia di lana pulita del piccolo Angelo  sullo schienale della sedia più vicina al calore del fuoco, ben aperta perché si scaldasse e perdesse l’umidità del cassettone. Intanto Gino aveva finito di farsi la barba, aveva gettato  via l’acqua del catino nel pozzo nero e si era vestito con cura, come si conveniva per un commerciante del centro città. Uscirono insieme, come sempre, mentre la suocera  Immacolata,  già entrata in casa,  si scioglieva il nodo del fazzoletto e si dirigeva verso alla camera da letto, per dare un’occhiata al bimbo, sistemandosi una ciocca di capelli grigi sfuggita dal pettine.  
La mattinata passò velocemente nel negozio, con i clienti sempre numerosi e il  tiretto della cassa  che si apriva e si  richiudeva senza sosta. Gino intendeva mantenere la promessa,  perciò non distolse mai l’occhio dal marciapiede di fronte, attendendo l’arrivo del maresciallo dei carabinieri che, come sua abitudine, dopo aver sbrigato le pratiche urgenti  e la corrispondenza del Ministero, si sarebbe recato  nel bar sull’altro lato della strada per sorbire il caffè.
Il  maresciallo De Carli  era un imponente uomo di mezza età, dall’aspetto ancora giovanile grazie alla folta chioma corvina, che portava tagliata a spazzola, e al  fisico atletico, nonostante si intuisse un filo di pancia sotto la giubba (che cercava di dissimulare stringendo oltremodo la cinta dei pantaloni d’ordinanza). Per il suo modo di presentarsi e di comportarsi non destava simpatie immediate, e la conoscenza successiva non migliorava di certo quella prima impressione. Per  mantenersi autorevole,  nel suo ruolo, si era costruito un personaggio pubblico che incutesse timore, alimentando – a bella posta – la  ruvidezza dei suoi  modi e ostentando saccenteria, ai limiti della prepotenza. Per questo motivo gli abitanti del paese cercavano di avere poche occasioni per averci a che fare di persona  evitando, ove possibile, conversazioni e polemiche, ben sapendo che si sarebbero chiuse, molto probabilmente, con toni inquisitori, paternalistici o, comunque, con la ragione che sarebbe  rimasta  sempre da una parte: la sua.
Ben conscio del carattere del comandante, Gino dovette farsi forza per raggiungerlo sui gradini del Bar e per affrontarlo. Già si  immaginava il tono canzonatorio del militare, il sarcasmo con il quale avrebbe commentato la sua richiesta di aiuto. Il De Carli, invece, mantenne un contegno del tutto neutro durante tutto il tempo in cui Gino cercò di spiegare e motivare le preoccupazioni di sua moglie. Poi, dopo averlo ascoltato, gli disse che era opportuno che  egli stesso parlasse con Rosalda, per approfondire ulteriori particolari, e volle entrare in negozio per interrogare la donna. Questa non poté far altro che confermare le sue terribili visioni,  rimarcando il messaggio di richiesta di aiuto ricevuto durante il sogno. Mentre gli parlava, osservando l’atteggiamento del suo interlocutore, prendeva consapevolezza,  però, di quanto i fatti che gli raccontava  potessero apparire a lui deboli, aleatori e quindi privi di un appiglio con la realtà. Ne ebbe poi una conferma quando si accorse che le attenzioni del De Carli, distaccato e distratto nell’ascolto, sembravano  limitarsi  ad alcune occhiate insistenti, indirizzate  ai suoi fianchi rotondi e al suo  seno prosperoso.  
– Cara Signora – le disse a un certo punto, interrompendola nel momento  in cui lei, esauriti gli argomenti, per un elementare meccanismo mentale alimentato dall’ansia, era in procinto di riprendere il discordo dal principio – Capirà  che non ci sono gli estremi per fare una denuncia formale o per iniziare delle indagini. Al momento posso solo provare a inviare un messaggio per telegrafo ai miei colleghi di Casarano, che sono più vicini alla masseria della sua madrina, chiedendo loro che si informino sulla situazione. Spero di toglierle presto i cattivi cattivi pensieri! – continuò De Carli, attendendosi un sorriso, da parte di Rosalda, che arrivò con ritardo e senza convinzione. Il  carabiniere uscì dal negozio, sfiorandosi il cappello in segno di saluto, mentre marito e moglie realizzavano  che  la disponibilità del maresciallo, ottenuta con così poco sforzo, era già un risultato insperato. Lo seguirono con lo sguardo, sbirciando dalla vetrina, e  lo videro attraversare la strada per ricongiungersi con l’appuntato Esposito, sorpreso mentre si leccava dalle dita i frammenti di meringa bruna  rimastigli appiccicati sui polpastrelli. 

– Il marzapane di oggi era squisito – disse Esposito, vedendo ritornare il maresciallo, e aggiunse sospirando – Croccante fuori e morbido dentro… Così deve essere il marzapane!-.  
 Insieme ripresero  la strada della caserma. Solo Gino si accorse, spingendosi fin sotto alla vetrina e continuando a seguirli con gli occhi, oltre i vetri decorati della porta, che i due, dopo aver parlato un po’ sottovoce, avevano riso di gusto mentre svoltavano verso la piazza principale.
Passarono tre giorni in attesa di notizie, e anche  tre notti che Rosalda trascorse  con una certa tranquillità ma con la paura strisciante che il sogno si ripresentasse. Aveva avuto l’idea di  non dormire  più durante le ore notturne e di approfittare, per riposare,  di piccole pause durante il giorno. Pensava che,  con i rumori e la luce, il sonno non sarebbe mai stato così profondo da indurle  sogni e incubi. Ma già alla prima notte che avrebbe dovuto passare sveglia, nonostante avesse  preparato il telaio da tessitura per impiegare quelle ore, si addormentò sui fili tesi dell’ordito, con la navetta ancora stretta in mano. Se ne ritornò, allora, a letto, tranquillizzando il marito che aveva già cominciato a  respingere, con forza, l’idea che certi eccessi della moglie potessero attribuirsi alla fase iniziale di uno squilibrio mentale.         
Fu verso il mezzogiorno del sabato, dopo tre giorni appunto dal colloquio con il carabiniere, che nella caserma di Maglie arrivò un telegramma di risposta dalla Stazione di Casarano. L’appuntato Esposito lo lesse per primo e, dopo averlo trascritto, lo portò velocemente al maresciallo De Carli perché ne fosse informato al più presto, sapendo che il suo superiore non transigeva alcun ritardo. Questi lesse le tre righe del dispaccio, ripiegò il foglio e se lo mise in tasca. Quindi indossò la cerata  e uscì a piedi dalla caserma, sotto la pioggia battente, incamminandosi con il suo passo marziale verso il negozio di Gino.
Rosalda lo vide arrivare da lontano attraverso la vetrina, lo vide affrettarsi sotto gli scrosci e fu presa da un forte stato di tensione e d’ansia,  pensando al peggio. Le premesse per una notizia funesta c’erano tutte. Gino si avvicinò alla moglie mentre il maresciallo entrava in negozio e richiudeva  fuori dalla porta d’ingresso il freddo e il vento, scrollandosi l’acqua dalla cappa nera. Quando si fu ricomposto ed ebbe appoggiato la cerata sul bancone,  si schiarì la voce ma non parlò subito, compiacendosi del potere che gli conferiva l’essere in possesso dell’informazione che i coniugi volevano sapere, in quel momento, più di ogni altra cosa. 
– continua –  
( Bene! Anch’io intendo, uniformandomi al comportamento del Maresciallo De Carli,  compiacermi di interrompere la narrazione,  per tenervi sulla corda e  rimandarvi alla terza parte… prossimamente)

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