LO STRANO SOGNO DI ROSALDA 3° EPISODIO 

LO STRANO SOGNO DI ROSALDA 

Terzo episodio: Il cuscino di foglie.
 Il maresciallo De Carli estrasse dalla tasca il messaggio ancora ripiegato e lo porse a Rosalda.

– Ecco – le disse – legga lei stessa la risposta…-.

La donna prese timidamente il foglio fra le mani e cercò di aprirlo senza romperlo, poiché la pioggia penetrata nella tasca lo aveva inumidito e reso fragile. L’acqua aveva intriso buona parte della carta  e la scritta a penna stilografica si stava sbiadendo a vista d’occhio ma la frase che vi era scritta si leggeva ancora bene ed era inequivocabile: 
“ Controllo Masseria Bosco è stato effettuato STOP nessun problema STOP  figlio Giovanni A.   dichiara buono stato signora Filomena P. compatibilmente con età STOP”
Il militare lasciò che la giovane  leggesse il dispaccio e, appena ne fu certo dal  movimento degli occhi di lei  che risalivano  verso il bordo superiore del foglio, con un vago tono di rimprovero aggiunse: – Signora, si rassereni e non dia più retta ai sogni, come dice un vostro proverbio. Stia tranquilla e pensi alla sua famiglia che alla signora Filomena ci stanno pensando i figli suoi -.  Dopo aver detto questo,  fece cenno al marito di uscire con lui: – Gino,  si munisca di un ombrello e venga a prendere il caffè con me…-. 
Rosalda leggeva e rileggeva il biglietto rimastole in mano. Contenta lo era, certamente, ma non pienamente soddisfatta da quelle poche parole rassicuranti. Benché non apprezzasse il tono paternalistico e vagamente canzonatorio del maresciallo,  lo  ringraziò più volte mentre lo accompagnava, per buona creanza, fin sulla porta del negozio.      
Quando i due uomini furono fuori, al riparo della pensilina liberty del bar, De Carli, guardando Gino dritto negli occhi, gli disse: 

– Gino, mi ascolti bene, ora il pensiero alla signora lo abbiamo levato. Se la tenga tranquilla e non la sovraccarichi di lavoro,  perché le donne vanno  in ansia e poi sfogano con i nervi. Ne ho viste tante di ragazze perdere il lume della ragione, ma erano spesso sole e senza mezzi. Sua moglie potrebbe vivere senza ansie, è necessario che abbia tanto da fare? La lasci a casa, a badare al bambino, a fare la mamma. Mi ascolti e non se ne pentirà. Ora… mi offra questo caffè,  e ne lasci pagato un altro per Esposito, con un biscotto alla mandorla. E’ il minimo che lei  possa fare oggi  per l’Arma dei Carabinieri – .
C’era un’aria greve e una sensazione di sospensione del tempo mentre Rosalda percorreva,  al crepuscolo,  la stradina che conduceva alla sua  casa natale. Camminava lentamente,  attraversando le pozzanghere su alcune larghe pietre, poste nell’acqua a protezione delle scarpe. Le ricordava bene quelle pietre.  Le sistemava così suo padre,  per lei, ad ogni inizio d’ inverno, quando la pioggia ristagnava per giorni e giorni sulla carreggiata argillosa.  Saltò istintivamente da una pietra all’altra, come quando ritornava dalla  scuola da bambina, pensando che doveva chiudere,  a tutti i costi, quella parentesi. Si era preoccupata inutilmente e aveva fatto preoccupare il marito, trascinando nel ridicolo  anche la famiglia. Rivedendo la situazione alla luce dell’esito delle indagini dei carabinieri, si giudicava, ora,  anche un po’ sciocca e cominciava  a pensare che, forse,  aveva proprio ragione il maresciallo, che le aveva consigliato di  pensare di più alla casa e al bambino. 

Bussò alla porta. Le aprì Maria, sua madre, come al solito vestita di nero. Il suo viso era pallido e inespressivo. 

-Ciao,  sei tu… – le disse, rimanendo sulla porta.     

-Ciao mamma, non sei contenta di vedermi? – 

-Certo che sono contenta, che domande mi fai…E’ solo che devo sbrigarmi, devo sistemare tutto, non ho tempo – disse l’anziana,  scostandosi dalla porta e  facendo entrare la figlia. 

Rosalda sentì il desiderio di abbracciare la madre, una strana sensazione di gioia  che le sorgeva spontanea e  incontenibile. Sentirsela fra le braccia e  poterle accarezzare i capelli, come faceva da bambina. Da tanti, troppi anni ciò non accadeva più. Ma Maria non le diede il tempo, si sedette e continuò il lavoro interrotto. 

-Cosa fai mamma? – le chiese- 

-Preparo un cuscino di foglie d’arancio. L’ho cucito questa notte, con questa bella pezza di lino che avevo da parte. Deve essere tutto  pronto –  rispose, mentre prendeva le foglie verdi e lucide, a manciate, e le inseriva nell’apertura laterale del cuscino, scuotendolo di tanto in tanto per assestare l’imbottitura. 

-A cosa serve , mamma, questo cuscino? Anzi, a chi serve? Non ti ho mai visto preparare un cuscino di foglie d’arancio…-

La mamma interruppe il lavoro,  la guardò negli occhi e le disse – E’ un cuscino speciale, Rosalda  –  per il letto di morte della tua madrina! Peccato, te l’aveva detto, in tutti i modi possibili…ma ormai è tardi! L’aspetto, ormai è imminente -. L’anziana aprì la porta che dava nella camera,  dove il letto era stato già sistemato con una coperta rossa di broccato e  i lumi già accesi. Sistemò il cuscino al suo posto. 

– Non può essere! Non può essere! -. Urlò  Rosalda, mentre tante figure silenziose entravano in casa e andavano ad allinerasi, in attesa,  intorno al catafalco  vuoto e già pronto. Sua madre,  suo padre, la zia Tetta, il nonno Uccio, la nonna Silvana e persino il cuginetto Aristide. Tutti i morti della famiglia stavano prendendo posto per la veglia…
-Noooooooo! – gridò Rosalda, con tutte le sue forze. L’urlo riecheggiò nella camera da letto e svegliò Gino e il piccolo Angelo, che si mise subito a piangere. 

Gino, allarmato, le chiese se avesse sognato di nuovo, mentre prendeva in braccio Angelo  e cercava di calmarlo.

– No,  non ho sognato – rispose Rosalda – sto bene, scusami, mi devo essere agitata nel sonno – . Poi abbracciò il figlio, che si era sistemato nel letto matrimoniale, fra lei e Gino. 

Fece finta di addormentarsi presto, per tranquillizzare il marito, e decise che l’indomani avrebbe affrontato la cosa diversamente, a modo suo….   
(Rosalda prenderà in mano la situazione, a modo suo, nella prossima puntata…)

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