LO STRANO SOGNO DI ROSALDA 5° Episodio

LO STRANO SOGNO DI ROSALDA –

Quinto episodio: Il viaggio.
Luisella scese lo scalone del palazzo,  con la cameriera al seguito che portava  la cesta delle vettovaglie e una grande borsa con le coperte e due cappe cerate per la pioggia. Dall’androne d’ingresso si accedeva direttamente alla rimessa, dove era stata parcheggiata la fiammante  520 tre marce del cugino Rino, mentre questi era in viaggio per lavoro con il marito di Luisella, padrone di casa. Venne  loro incontro Egidio, il giovane factotum del palazzo, al quale il proprietario dell’auto aveva affidato le chiavi e la responsabilità del suo prezioso automezzo. 
-Svelto Egidio, dammi le chiavi, ho bisogno dell’auto! – disse la donna al ragazzo, usando modi sbrigativi, che non le erano propri nella vita di tutti i giorni,  per non dare adito a obiezioni.

– Come, donna Luisella? Il signor Rino mi ha comandato che la sua automobile non deve  essere toccata da nessuno, e per nessun motivo, e che risponderò con la vita per il minimo danno che dovesse riscontrare al suo ritorno…-.

-Bene, se ne rispondi con la vita, monta su pure tu! Hai due alternative. La prima è  venire con me, accompagnandomi per la “commissione” urgente che devo fare, la seconda è quella di  rimanere nella rimessa fino a stasera, pensando a quanti graffi e ammaccature farò, nel frattempo, a questo bolide…-. 

-Ha ragione, non ho scelta – mugugnò Egidio, contrariato – Mi dia almeno il tempo di prendere la giacca e la coppola…-.

-Bravo! – gli rispose Luisella – Stavo giusto pensando di farti studiare  per la patente di guida. Potresti, dico potresti, essere il mio autista… un domani… se ti porterai bene…-.

-Con tutti i suoi soldi, poteva chiamare un’autovettura pubblica con lo chaffeur – Pensò il ragazzo, ignorando la riservatezza della missione alla quale avrebbe partecipato, pur essendo abituato alle stranezze e ai capricci dei ricchi.
Pochi minuti dopo,  la  rombante 520 color amatanto, con Luisella alla guida ed Egidio al suo fianco, quest’ultimo  preoccupatissimo ma anche lusingato dalla proposta ricevuta poco prima dalla sua padrona,  parcheggiò sotto un pino, nei pressi della casa di Rosalda, che già l’attendeva con il cappotto addosso. Aveva comprato, quale augurio per il buon esito della missione, una guantiera di biscotti alla mandorla e all’anice da offrire alla sua madrina, ricordando quanto questa ne fosse ghiotta, che sistemò nel baule. Poi salutò Gino, che era uscito nel frattempo sull’uscio, agitando la mano e cercando di simulare un atteggiamento sereno. Fece un cenno risoluto anche a Egidio,  perché passasse dietro,  e quando il ragazzo si spostò, occupando, con suo grande imbarazzo, il divanetto posteriore,  la ragazza si accomodò di fianco a donna Luisella, che aveva già indossato gli occhiali,  un basco di lana rossa e i guanti da guida in pelle traforata.

 

– Pronta! –  disse all’amica. 

– Pronte a tutto! – rispose  Luisella, spingendo con forza la leva che innestava la marcia.

– Pronti a che cosa? – aggiunse Egidio, senza ricevere risposta. Il ragazzo ci avrebbe messo poco a capire che si stava impelagando in un mare di guai, che andavano ben oltre l’omissione della zelante custodia di un’automobile nuova. 
L’auto  partì, schizzando  fango sui due lati, con grande fragore dello scappamento, il cui rombo scoppiettante riecheggiò fino alla fine della strada, rimbalzando sulle facciate delle case. Mentre  il cielo, a est,  diventava chiaro,  la strana comitiva prese la strada per Gallipoli.
Il percorso non fu facile, perché  il fondo stradale era bagnato e sdrucciolevole. In alcuni tratti la strada era sommersa dall’acqua piovana dei giorni precedenti, in altri occupata  da colonne lentissime di carri per il trasporto di merci, trainati da cavalli. Bisognava, poi, far attenzione al transito delle altre automobili e degli autocarri  di servizio che,  sebbene non numerosi, avevano condotte di guida molto soggettive e spericolate. A momenti  la carreggiata  si restringeva, quando tagliava una zona rocciosa o sui terrapieni, costringendo Luisella a repentine accelerate per disimpegnarsi da una situazione critica o per non rimanere circondata da un  gregge che aveva invaso improvvisamente la strada. 
Finalmente, verso le 10 del mattino, lasciata alle loro spalle la grande Murgia Salentina, che l’auto affrontò con disinvoltura  facendo ricorso a tutti i suoi cavalli vapore, e abbandonata la strada maestra, si immisero sulla via  secondaria,  delimitata  da antichi  muretti a secco,  che conduceva alla contrada Bosco.  Al limitare di una collinetta,  dalla quale si vedeva, in lontananza, il mare Ionio, sorgeva la storica masseria di Donna Filomena,  costituita da un antico corpo di fabbrica semi-fortificato in carparo giallo, da fienili  e stalle con tetti di tegole rosse, costruiti in tempi più recenti, un’ampia aia, una piccionaia, un pozzo e nu pilune per l’irrigazione dell’orto, scavato nella roccia, grande quanto una piscina.
Mano a mano che l’auto si avvicinava, percorrendo un tratto che incontrava una ripida discesa, la visuale della masseria scompariva, nascosta dalle sue alte mura di cinta  esterne e dietro ai lecci di un folto boschetto, già riserva di caccia degli antichi feudatari del luogo.
– Eccoci arrivate – disse Rosalda – forse è meglio che rimaniamo qui, fuori dalla vista degli abitanti della masseria, fino a quando decideremo cosa fare-.
-Io avrei un’idea – rispose Luisella – togliendosi i guanti da guida  e voltandosi verso Egidio – Mandiamo Egidio, da solo,  in avanscoperta. Si presenterà come un messo incaricato di portare i saluti della mia famiglia e per consegnare i dolci personalmente a Filomena.

  

– No, no…- rispose Egidio – nessuno mi crederebbe. Mi chiederanno come sono arrivato fin qui e scopriranno c’è che qualcuno che mi aspetta fuori-.
– Gli dirai che ti ha lasciato un carrettiere sulla strada principale ed è lì  che verrà a riprenderti dopo aver fatto la sua consegna– aggiunse  Rosalda – Non possiamo far sapere,  in alcun modo, che siamo qui per scoprire che fine abbia fatto Filomena -.
Durante il viaggio le due amiche avevano spiegato all’ignaro Egidio, per sommi capi, lo scopo della loro missione, dapprima limitandosi a indicare che si recavano presso la casa di un’amica  che,  da molto tempo, non si faceva sentire. Ma Egidio non l’aveva bevuta, per cui avevano ritenuto, quindi, che fosse giusto, per le situazioni che si sarebbero potute verificare in seguito, che anche a lui fosse riportata  la versione reale dei fatti.  
Il ragazzo scuoteva la testa, non convinto della missione affidatagli,  ma donna Luisella lo incalzò,  rimarcando la proposta di farlo suo autista:  – Mi attendo che il mio uomo di fiducia sia impavido – gli disse – e che non si tiri indietro davanti alle difficoltà –.   Era evidente che Egidio non si  poteva rifiutare, neanche questa volta, di collaborare con la  sua datrice di lavoro.
Parcheggiarono l’auto in mezzo al boschetto,  in modo che non si vedesse dalla strada, né dalla costruzione, e il timido Egidio  fu spinto verso la masseria con il vassoio di biscotti in mano. Fece appena pochi passi che due grossi cani da guardia si accorsero della sua presenza  e si scagliarono contro il  grande cancello di ferro. Continuarono a ringhiare e ad abbaiare, mettendo in mostra le terribili dentature,   fino a quando attirarono l’attenzione di una donna alta e prosperosa , dalla carnagione olivastra e folti capelli ricci, che uscì da un  magazzino avvolta in un grande scialle di lana nera e, con passo svelto, gli andò incontro.
-Che vuoi? – chiese al ragazzo con tono sgarbato, tenendo a bada uno dei cani che continuava ad abbaiare contro l’intruso.

-Buongiorno – le rispose Egidio – sono il fattorino della famiglia D., vengo da Maglie e porto un messaggio personale e un presente per la Signora Filomena da Donna Luisella D.-. 

-Qui non c’è più nessuna Filomena – ribatté la donna – E’ morta la settimana scorsa. Vai via e portati dietro il messaggio e il “presente”. E ti consiglio di farlo subito, prima che tornino i padroni -. 

Detto questo, la donna  si voltò e,  senza attendere una reazione o una risposta dal giovane,  ritornò  al ricovero dal  quale era uscita.

  

Egidio rimase immobile qualche secondo, spiazzato dal contrasto della bellezza di quella donna con i suoi  suoi modi rozzi e maleducati,  incapace di continuare la conversazione. Poi ripercorse  i suoi passi verso il boschetto, dove era nascosta l’auto, rallentandoli, per quanto gli fu possibile. Doveva portare quella brutta notizia a Rosalda e donna Luisella, che erano in attesa, e non sapeva quali  parole utilizzare per non essere brusco o indelicato. Inoltre si immaginava che  lo avrebbero rimproverato, per non  aver fatto domande utili alla loro indagine,  e la cosa lo innervosiva. Essere tenuto sotto scacco da due donne, e senza possibilità di difesa o di iniziativa personale, cominciava a pesargli e lo feriva nell’amore proprio.
  -E’ morta da una settimana ! – disse,  arrivando alla macchina, dimenticando ogni precedente proposito di usare delicatezza – Me lo ha detto una donna che era lì. E mi ha raccomandato di andarmene prima che tornassero i suoi padroni. Deve essere gente pericolosa… – . Poi aggiunse, quasi sollevato –  Non c’è più niente da fare, povera signora Filomena! A questo punto non avremmo altro da fare, qui. Forse sarebbe il caso di avviarci  per fare ritorno a Maglie e  per  mettere al riparo questa automobile-.
-Quella donna ha mentito spudoratamente – ragionò  Rosalda –  pochi giorni fa sono venuti i carabinieri e uno dei suoi  figli ha  detto loro che Filomena era in buone condizioni di salute. Ai carabinieri non avrebbero potuto nascondere una morte già avvenuta. Luisella, metti in moto! Partiamo!

-Dove andiamo? – rispose Luisella mentre riavviava l’auto.

– Al cimitero del paese! – rispose Rosalda.   

              

( continua)

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