LO STRANO SOGNO DI ROSALDA 6° Episodio

LO STRANO SOGNO DI ROSALDA – sesto episodio : INES  

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Ines ritornò nel fienile, dove Giovanni era rimasto disteso sul pagliericcio con le braghe abbassate, impaziente, prima di ogni altra cosa, di concludere l’amplesso interrotto.  Non volle ascoltare cosa avesse da dire la donna e chi avesse visto fuori. La afferrò per i fianchi, attirandola a sé da dietro, e le sollevò la gonna, scoprendole la pelle bruna delle natiche. Lei  lasciò che l’uomo  facesse il suo comodo senza opporsi, giacendo su un fianco,  ben sapendo che ogni sua resistenza diventava uno  stimolo per aumentare la violenza dei suoi approcci.  Si svincolò solo quando lo senti ansimare e poi mollare la stretta sui seni doloranti. Sgusciò allora, lentamente, dalle  ginocchia di lui  che la immobilizzavano.
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-Perché non mi lasci vivere una vita normale? – gli disse, mentre si aggiustava i vestiti – Spero che qualcuno te la faccia pagare!-.
Lui si rialzò e  le diede una sberla in pieno viso – Sei una puttana, come tutte le altre,  e mi sembra di pagare  fin troppo la tua  freddezza e la tua indifferenza! Hai il privilegio di scopare  con il tuo  padrone, lavori in casa,  non sei mai stata  nei campi, o a raccogliere le olive, come le altre femmine della masseria, e hai da mangiare a sufficienza per te e  per il tuo bastardo! – rispose lui,  mentre si riabbottonava i pantaloni.

   

Bastardo.  Ines sapeva che l’avrebbe pronunciata, quella parola. E lui sapeva che, dicendola, avrebbe ferito la donna molto più di uno schiaffo o di un calcio. Non c’era una volta, che lui le parlasse, che  non definisse in quel modo il  figlio che lei aveva voluto partorire ad ogni costo, anche a rischio di essere cacciata dalla stanza in cui abitava. Un uomo che definisce bastardo il frutto del suo seme  è come se rinnegasse sé  stesso e la vita, un uomo che non vale nulla. Ma la disistima che nutriva era anche per sé stessa. Aveva accettato tutto passivamente, persino di lasciar  credere alla gente, in paese, che aveva avuto un incontro con uno sconosciuto di passaggio,  in mezzo ai campi, come una  cagna in calore.  Ma il  piccolo  diventava ogni giorno di più il ritratto del padre, la natura aveva fatto giustizia e la gente della masseria aveva capito. 

  

Ines era rimasta sola all’età di dodici anni, donna Filomena l’aveva presa con sé a servizio. Giovanni, il più grande dei suoi figli, sebbene già sposato, aveva approfittato di lei da quando era ancora troppo bambina per potersi difendere. Alla masseria tutti sapevano, compresa  la stessa Filomena,  e anche Clara lo aveva capito, la moglie di Giovanni,  sposata per l’interesse alla cospicua dote,  in case e uliveti, recatagli dal suocero. Una donna superficiale e di scarsa personalità, che sembrava persino sollevata di aver delegato i suoi doveri coniugali ad una serva. 
Ines non si sentiva  la donna del padrone, definirsi “donna” sarebbe stato dare uno spessore al suo ruolo, in realtà non  era stata mai, per Giovanni,  né una vera amante, né una complice, né, tanto meno,  la sua confidente. Aveva ragione lui, lei era solo la sua prostituta. Ma il figlio no, suo figlio era l’essenza della purezza. Nulla lo avrebbe mai contaminato, né il suo vendersi per necessità,  né l’animo cattivo e corrotto del padre. Non lo avrebbe permesso.

    

Eppure l’amore era passato una volta da lei. Si chiamava Domenico,  il fratello minore del suo aguzzino, bello d’aspetto e buono nell’animo.  Ma le era sfuggito dalle mani, come la piccola farfalla   azzurra che si incontra in tarda estate,  al calare del sole. Tante volte, da bambina, aveva tentato di afferrarla, la farfallina azzurra dei suoi sogni, appena più grande di un’unghia,  ma quando allungava la mano, questa volava via velocissima e spariva  fra gli steli dei papaveri e le spighe.  
-Chi era fuori, prima? – le chiese.

-Un forestiero, un commesso viaggiatore che diceva di avere un  messaggio per donna Filomena. E  un pacchetto da consegnarle…- gli rispose Ines.

-E tu…cosa gli hai risposto? – incalzò Giovanni, iniziando a preoccuparsi.

-Gli ho detto che è morta,  e di andarsene…-. 

-Morta? Ma sei pazza?-  

-E’ la prima cosa che mi è passata dalla testa. Cosa dovevo dire? Il ragazzo voleva parlare con lei. Volevo solo mandarlo via il prima possibile-. 

– Sarà bene per lui che non  ritorni – concluse Giovanni, ravvivandosi i capelli – e tu non parlare più con nessuno fino a quando questa faccenda non  sarà finita-.     

 

La Fiat 520 amaranto percorse la strada principale del paese fino ad arrivare ai piedi della collina, da dove già si distingueva il doppio filare di cipressi che indicava  il camposanto. Parcheggiarono l’auto  a debita distanza, perché  non desse nell’occhio, e si diressero verso l’ingresso, percorrendo un vialetto di ghiaia bianca che cedeva sotto a ogni passo.

– Perché siamo venuti qui? – chiese Egidio – se dovevamo cercare una morta, non sarebbe stato meglio rivolgerci all’ufficio dell’anagrafe del paese? – aggiunse.

-Niente uffici, non adesso – rispose Rosalda –  Se i figli di Filomena sono riusciti ad aggirare anche un controllo dei carabinieri,  significa che sono persone potenti, che fanno girare  soldi, che hanno amicizie ad alti livelli, magari anche fra i fascisti.  Sono certa che se ci fossimo presentati al Municipio qualcuno sarebbe già in strada per avvisarli. Andiamo  per gradi…-.
 Percorsero il vialetto interno del cimitero, verso le tombe private, nell’intento di trovare quella della famiglia di Filomena. La ricerca durò pochi minuti. La cappella, infatti, era proprio al centro del camposanto  ed aveva la forma di un tempietto romano, con una scritta a rilievo sul timpano che riportava il nome della famiglia.

 

Spinsero la porta di ferro battuto. Era aperta, una fortuna insperata. All’interno non si vedevano lapidi ma solo ritratti dipinti a olio e fotografie incorniciate, appese ai muri.  Un piccolo altare era addobbato da un centrino di pizzo ingiallito mentre,  ai lati, c’erano delle piante rinsecchite e coperte da ragnatele.
– Chiunque sia sepolto qui – disse Rosalda – non viene spesso visitato dai parenti e non riceve suffragi. Non mi sembra una tomba  che sia stata frequentata una settimama fa… -. 

-Le tue previsioni erano giuste, cara – constatò donna Luisella – ora bisognerà andare giù… – continuò, indicando la grande botola da cui si accedeva alla scala che conduceva alle sepolture.

-Com’è complicata la mia vita! – esclamò Egidio – che non trovava per nulla attraente doversi  calare  in una   tomba sotterranea e priva di illuminazione.
Rosalda, intanto, aveva già ribaltato le due ante di legno pesante che proteggevano l’apertura della cripta ed aveva iniziato la discesa della scala ripidissima, ricoperta di muffe e di salmastro che la rendevano scivolosa. Dopo i primi gradini dovette arrestarsi perché la luce esterna, che penetrava da due piccole vetrate colorate della cappella superiore,  non era sufficiente a rischiarare anche sotto.  Donna Luisella, allora,  prese dall’altare il moccolo di un  lumino, che era stato spento chissà quanti anni prima,  e lo accese con i fiammiferi che aveva in borsa. Lo stoppino, intriso di umidità, resistette qualche secondo ma poi la fiammella  divenne più forte e stabile.  

– A volte avere il vizio del fumo, può aiutare –  disse Luisella, porgendo il cero  acceso a Rosalda. 

– Ecco, adesso va meglio – disse la giovane mentre allungava la mano che reggeva  il lumino verso la zona buia della cripta. Proprio da quella parte, si udì, allora, un fruscio che si avvicinava ai visitatori. Ad un tratto Rosalda  si sentì  toccarle la caviglia e cacciò un urlo. Qualcosa risaliva le scale, passando fra le loro gambe!

Non è un fantasma, è solo una famiglia di topi!  – esclamò Rosalda – mentre due grossi ratti grigi, squittendo, guadagnavano la superficie e  scappavano via dalla porta della cappella.

 

Passato  il momento di trambusto,  Rosalda raggiunse il centro del sotterraneo e dietro di lei sopraggiunsero Luisella ed Egidio, quest’ultimo evidentemente contrariato dalla situazione poco gradita. 
A destra  e a sinistra si contavano diverse sepolture, alcune risalivano al secolo precedente. Nomi e date che non dicevano nulla alle due amiche, si trattava di loculi dove erano sepolti gli antenati della famiglia. Poi individuarono tre lapidi più recenti, più chiare e  pulite delle altre.  Passarono il lumino sulle scritte incise nel marmo. C’era quella di don Oreste, il marito di Filomena, morto vent’anni prima e poi quelle con i nomi  di Domenico e Antonio il secondogenito ed il terzo figlio. Entrambi morti, da poco tempo, nel pieno della gioventù,  a distanza di circa due anni l’uno dall’altro. Donna Luisella e Rosalda si guardarono incredule…

La tomba di Filomena non c’era.

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