Lo strano sogno di Rosalda  – ultimo episodio.

LO STRANO SOGNO DI ROSALDA 

Ottavo e ultimo episodio.
Ines chiese ai tre di rimanere nascosti fino a quando non fosse riuscita  farsi aprire la porta principale che, di solito, era  sbarrata all’interno da pesanti ferri. Una volta dentro, li avrebbe fatti entrare dall’ingresso posteriore,  meno esposto. Bussò ripetutamente, battendo l’anello di ottone del maniglione del  portone  e le venne ad aprire Assunta , la donna  che si occupava delle pulizie e  della cucina.
Che vuoi? – le chiese, non nascondendo il disagio  che provava nel vedere Ines. La cuoca sapeva bene che  la padrona non voleva vedere in casa sua l’amante del marito ( la tollerava a stento fuori dalle mura domestiche),  e che le due donne  facevano reciprocamente  di tutto per non incontrarsi. 

– Fammi entrare, ho un servizio urgente da fare per don Giovanni, mi ha detto di prendere dei  documenti nel suo studio,  e non farmi perdere tempo. Non vorrai che gli riferisca che mi hai ostacolata! Ne pagheresti le conseguenze, se glielo dicessi…-

– Entra, ma sbrigati. Non vorrei che Clara ti vedesse, ora sta riposando in camera sua. Se si accorgesse che sei qui  ne pagherei comunque le conseguenze, in ogni caso… comu la fazzu, la cannu! – Rispose Assunta, sospirando,  scostandosi dalla soglia per  farla entrare. 

– Ma poi, che cos’hai di tanto urgente da prendere qui, ora, che il padrone non possa prendere personalmente quando verrà nel pomeriggio?- aggiunse. 

– E’ una faccenda riservata, continua le tue faccende e fai finta di non avermi vista. Prenderò i documenti che mi sono stati richiesti e andrò via. Se va tutto come deve, il padrone sarà contento e tu non avrai nessuna noia, anzi potrai solo giovartene – le rispose Ines. 
Assunta non fu convinta dalle motivazioni ottenute, ma qualunque situazione le sembrò il male minore rispetto ad affrontare l’ipotesi, anche remota, del padrone arrabbiato. Inoltre era convinta che Ines fosse una persona onesta, la conosceva fin da quando era bambina. Le fece  un  rassegnato cenno d’assenso con la testa e se ne ritornò alle sue faccende in cucina, dopo aver rimesso i ferri alla porta principale. Ines, allora, si diresse in fondo al corridoio,  dove c’era la  porta secondaria, la aprì sbloccando il saliscendi, e fece entrare Rosalda, Luisella ed Egidio, facendo loro cenno di non parlare.   
– Dove vai?  Lo studio non è da quella parte! Sei venuta a rubare? Dillo che sei venuta a rubare. E questi, chi sono? Ladri o malfattori? -. Assunta aveva sentito scattare il saliscendi della porta, si era insospettita ed era ritornata sui suoi passi,  sorprendendo  gli intrusi.

– No Assunta, sono venuti ad uccidermi. Lei è la mandante, l’amante di mio marito che mi vuole eliminare per sposarlo, e  questi tre  sono i suoi sicari.  Ma io  intendo vendere la mia pelle a caro prezzo! -. Clara aveva sentito i rumori ed era uscita dalla sua camera con  la  pistola di suo marito in mano.
– Malfattori? Lei non sa con chi ha a che fare! Io sono Rosalda, seconda cugina di Giovanni, donna Filomena è la mia madrina e sono venuta a trovarla!-.

–  Assassini? E io sono Luisella del Casato di “X”, la mia famiglia intende avere notizie di sua suocera. E’ questo il motivo di questa nostra visita. Nessuno  vuole  toccare lei… e ora abbassi quell’arma e ci porti da donna Filomena… -. Aggiunse donna Luisella,  che non tollerava l’onta di essere stata definita come una malvivente da una volgare  “massara”.

 –  Portaci da Filomena –ripeté Ines – e stai pur tranquilla che sposare Giovanni non è mai stata la  mia aspirazione. Anzi tu dovresti  ben sapere lo stato in cui ho vissuto,  delle violenze fisiche e  morali che ho subito fin da bambina. Tu hai  fatto finta sempre di non vedere, come tutti gli altri,  avete  lasciato che vivessi quest’incubo per quasi dieci anni. 

– Filomena riposa! Non vuole essere disturbata. E’ depressa ed ha bisogno di continua assistenza  – Rispose allora,  turbata, Clara – Andate subito via se non volete che vi spari. Ne avrei il diritto. Posso far finta di nulla, se andate via subito, se lasciate immediatamente questa casa…-.

– Mi dispiace…allora dovrà sparare! Noi non ci muoveremo da qui fino a quando non avremo saputo che fine ha fatto donna Filomena – rispose Rosalda – Fateci vedere,  per un solo attimo,  che è in vita e che  è accudita e saremo ben felici di  andare via, senza bisogno che lei ricorra alle minacce..-.

Clara sbarrò gli occhi e si irrigidì. Era evidentemente alterata e probabilmente non perfettamente sana di mente.   Puntò l’arma contro Rosalda e il dito si appiattì sul grilletto per lo sforzo.  Egidio capì subito che la donna avrebbe sparato e si gettò d’istinto su di lei riuscendo a deviare il colpo che partì colpendolo di striscio alla spalla sinistra. Poco più di un graffio, fortunatamente. Clara cadde a terra ,  sotto il peso di Egidio che continuò a bloccarle il polso fino a quando Rosalda  riusci a toglierle la rivoltella dalla mano. Clara, ormai disarmata,  si rannicchiò in un  angolo presa da un forte tremore mentre  Assunta, che aveva assistito a tutta la scena, piagnucolava tenendosi  la testa  fra le mani. 

-Come stai, Egidio? – chiese preoccupata  donna Luisella al ragazzo.

-Brucia un po’ –  rispose Egidio che si tamponava la ferita con un fazzoletto – ma non è grave, sopravviverò-.  

-La pazza qui sei tu  – allora disse allora Rosalda a Clara – ora indicaci dov’è Filomena, e sbrigati se non vuoi che corriamo a denunciarti ai carabinieri -.

-E’ quella la stanza di donna Filomena – disse allora Ines, indicando una porta in fondo al corridoio.

Rosalda  vi si diresse risoluta e,  arrivata sulla soglia, tentò invano di girare la maniglia, era chiusa a chiave. Chiamò a gran voce Filomena, sperando che le rispondesse, ma da quella camera  non proveniva alcun suono.  Si rivolse a Clara – La chiave! Clara, ci dia subito la chiave! – ma Clara era assente,  in evidente stato confusionale. Rosalda entrò nella sua camera da letto, rovistò nei cassetti del comò  e trovò un grosso mazzo di chiavi. Ritornata alla porta chiusa,  fece diversi tentativi fino a quando, inserita nella toppa la chiave giusta, riuscì ad aprire e, finalmente,  poté entrare all’interno. La stanza era buia e c’era odore di chiuso e di umidità. Cercando di orientarsi con la poca luce del corridoio, raggiunse la finestra, scostò delle tende pesanti e aprì gli scuri. 

La luce che penetrò illuminò tutto l’ambiente  e confermò a Rosalda che donna Filomena non abitava quel posto  da molto tempo. Il letto era intatto, ricoperto da una coperta di broccato rosso, una di quelle belle coperte da corredo che non si usavano mai e che  le donne esponevano  ai balconi  al passaggio della processione del Corpus Domini. Ricordò il letto di morte  preparato dalla sua mamma,  per donna Filomena,  nell’ultimo  terribile sogno. Nel frattempo anche gli altri erano entrati nella stanza. –  Maledetti! – esclamò  Ines –  Non è qui, che cosa ne avranno fatto? -.

Luisella indicò il lembo di un lenzuolo che sporgeva dalla grande cassapanca in fondo ala stanza. Si avvicinarono lentamente, esitando. Egidio capì che toccava  a lui  aprire la cassa e, pano piano,  ne sollevò  il coperchio. Poi si voltò verso le due amiche,  invitandole ad avvicinarsi, nella cassa c’erano solo lenzuola  disordinate, qualcuno ci aveva rovistato in precedenza. 

          

Rosalda uscì dalla stanza  e si diresse con decisione verso Assunta,  mostrandole e facendo tintinnare il mazzo di chiavi – Tu non puoi non sapere! – le disse –  Finirai in carcere  se arriveremo troppo tardi, Tu sai se è viva o  morta!  Devi dirci subito dov’è nascosta!-.

Assunta scoppio in  pianto,  indicò una chiave lunga  arrugginita e, fra i singhiozzi disse: – Cercate nel vecchio frantoio. Non so dirvi altro!

– E’ una grotta artificiale scavata sotto terra –  disse Ines –  si accede da una ripida scala esterna, nei pressi dell’aia, ma c’è una grossa grata di ferro a protezione. Ormai è in disuso da anni e là sotto depositano solo attrezzi. Seguitemi!-. 

 

Arrivati all’ingresso della scalinata che portava al frantoio ipogeo, aprirono la grata di ferro e cominciarono la discesa non senza essersi muniti prima, in cucina,  di candele e fiammiferi. Scesero le scale coperte di muschio scivoloso. 
Perlustrarono palmo a palmo tutto il vecchio frantoio,  che si inoltrava nel sottosuolo per decine e decine di metri, senza trovare nulla. Alla fine di un cunicolo notarono una piccola porta di ferro. Nel mazzo delle chiavi di Clara, fu quella  più piccola a sbloccare la mandata di quella serratura. Lunghe lacrime rigavano il viso di Rosalda,  che già sentiva forte l’emozione e la convinzione che tutti gli accadimenti, le sue angosce e  le sue percezioni,  stessero per compiersi  in quel preciso momento. Era certa che Filomena fosse lì dentro e che fosse viva. Ne sentiva,  intimamente,  il battito del cuore. Finalmente la porta si aprì… 
La Fiat 520 color amaranto corse via veloce dalla masseria, passò il boschetto e risalì la collina, scalando la marcia. Il vecchio Ntoni la notò passare per la quarta volta, in quella mattinata. Riconobbe, all’interno dell’auto, la sua giovane amica Ines,  che lo salutava con la mano tenendosi stretto in  braccio il piccolo Domenico. Sul sedile posteriore, avvolta nelle coperte e fra le braccia di Rosalda c’era anche donna Filomena, che piangeva ancora, duramente provata dalla lunga segregazione ma strappata in extremis alla morte sicura alla quale l’avevano condannata il figlio e la nuora. 
Pioveva a dirotto anche quella mattina,  ma il maresciallo De Carli non rinunciava al suo caffè delle dieci. Con il suo fare marziale entrò nel negozio dove  Gino e  Rosalda stavano riordinando la vetrina. 

-Tutto è bene quel che finisce bene! – esordì ad alta voce – Venite con me al bar,  vi offro il caffè!

– No grazie,  maresciallo – rispose Gino, abbracciando la moglie – oggi non prendiano il caffè!-.

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