MILANO CENTRALE 

MILANO CENTRALE 

(Viaggio di ritorno – 1/11/2017)
Gli schizzi, ancora umidi, sono di diverse tonalità di rosso e rosa. Sembrano sfuggiti da un pennello, ancora intriso di colore, di un incauto acquarellista che ha effettuato una manovra maldestra sul suo tavolo da disegno. Ha appena finito di dare pennellate acquose a un campo di papaveri, certe macchie non volute, a volte, conferiscono carattere ai dipinti.
Quegli schizzi sulle piastrelle e intorno al water, però, sono inequivocabili e non mi fanno avere dubbi sul fatto che chi ha usato quel bagno prima di me ha pisciato sangue.
Non mi fa orrore,  forse qualcosa che assomiglia alla preoccupazione e alla compassione. Non mi sento neanche di giudicare l’inserviente addetto alle pulizie, anche se una tempestiva passata di straccio mi avrebbe evitato questo inquietante imprevisto e i pensieri conseguenti. In altri tempi avrei vomitato e, forse, sarei uscito immediatamente dal camerino del wc, ma oggi è giorno di partenze e c’è tanta gente fuori che fa la coda. Allora cerco solo di non pensarci. Non pensare all’ignoto viaggiatore con quel problema, che gli pesa sicuramente più del bagaglio. Non c’è treno che possa prendere  e destinazione lontana da poter  raggiungere che lo possano distanziare dalle sue ansie e preoccupazioni. Il mio viaggio di piacere mi crea, ora, un senso di colpevole imbarazzo, non sarebbe la prima volta.
Si paga un euro per entrare nei bagni pubblici di Milano Centrale, neanche tanto in confronto alla tariffa di altre stazioni in giro per l’Europa. Si inserisce la moneta nell’apposita fessura e la porta automatica apre il varco per una frazione di secondo, sufficiente comunque anche far entrare due persone se si tengono strette e se reggono la figuraccia. Un’ intera famiglia, che parla una strana lingua, ha appena appreso che per fare pipì si paga. Mi chiedo da dove si siamo materializzati per non essersi mai accorti che non c’è nessun servizo ormai gratuito. Si sganasciano dalle risate nel passarsi l’informazione e pagano anche loro, di buon grado, perché sembrano divertirsi nell’attraversare  il  varco e poi, ancora di più quando, all’uscita,  non individuano la porta giusta e cercano invano di infilarsi contromano.
Si risalgono due rampe mobili, di quelle senza i gradini, che ti portano lentamente dal piano sotterraneo alla stazione vera e propria, enorme e austera. Ancora più giù c’è la fermata della metro. Non si risale mai, però,  senza aver visitato il negozio delle pietre dure, una sorta di  piccolo museo dove si ammazza il tempo, in attesa delle partenze, fra le giade, i coralli, i turchesi e i lapislazzuli. La coppia di anziani che lo dirige è ormai un’istituzione.  Sembra far parte della stazione, rigorosi e austeri anche loro e appena un po’ più invecchiati della volta precedente.
Mi sforzo di ricordare il mio primo arrivo a Milano Centrale. Ero appena un ragazzino e il treno era vecchio e rumoroso. Ricordo la decelerazione e un tempo interminabile per l’avvicinamento al capo linea, scossoni e  salti sugli scambi, fischi e stridii di freni. Infine l’entrata sotto le immense arcate di ferro e vetro. 
Un posto dove la storia  ha un “rumore di fondo” inconfondibile, che non cambia mai. Un suono tridimensionale, di voci distinte e di rumori secchi che ti circondano da vicino e di musiche, echi e annunci che arrivano da lontano, attutite e miscelate,  rimbalzando fra le altissime pareti, le statue e i decori.  Analogamente,  è immutabile  l’odore di gomma e di ferro, di caffè e trancio di pizza, i profumi speziati delle pelli scure e le scie di fragranze esclusive dei viaggiatori più eleganti.
 Il treno Freccia Bianca per Lecce parte quasi sempre da uno degli ultimi binari. Da lì mi è impossibile, in attesa del fischio del capostazione, non rivolgere  uno sguardo al binario 21. Era quello di partenza dei deportati  verso i campi di concentramento.
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