MILANO CENTRALE 

MILANO CENTRALE 

(Viaggio di ritorno – 1/11/2017)
Gli schizzi, ancora umidi, sono di diverse tonalità di rosso e rosa. Sembrano sfuggiti da un pennello, ancora intriso di colore, di un incauto acquarellista che ha effettuato una manovra maldestra sul suo tavolo da disegno. Ha appena finito di dare pennellate acquose a un campo di papaveri, certe macchie non volute, a volte, conferiscono carattere ai dipinti.
Quegli schizzi sulle piastrelle e intorno al water, però, sono inequivocabili e non mi fanno avere dubbi sul fatto che chi ha usato quel bagno prima di me ha pisciato sangue.
Non mi fa orrore,  forse qualcosa che assomiglia alla preoccupazione e alla compassione. Non mi sento neanche di giudicare l’inserviente addetto alle pulizie, anche se una tempestiva passata di straccio mi avrebbe evitato questo inquietante imprevisto e i pensieri conseguenti. In altri tempi avrei vomitato e, forse, sarei uscito immediatamente dal camerino del wc, ma oggi è giorno di partenze e c’è tanta gente fuori che fa la coda. Allora cerco solo di non pensarci. Non pensare all’ignoto viaggiatore con quel problema, che gli pesa sicuramente più del bagaglio. Non c’è treno che possa prendere  e destinazione lontana da poter  raggiungere che lo possano distanziare dalle sue ansie e preoccupazioni. Il mio viaggio di piacere mi crea, ora, un senso di colpevole imbarazzo, non sarebbe la prima volta.
Si paga un euro per entrare nei bagni pubblici di Milano Centrale, neanche tanto in confronto alla tariffa di altre stazioni in giro per l’Europa. Si inserisce la moneta nell’apposita fessura e la porta automatica apre il varco per una frazione di secondo, sufficiente comunque anche far entrare due persone se si tengono strette e se reggono la figuraccia. Un’ intera famiglia, che parla una strana lingua, ha appena appreso che per fare pipì si paga. Mi chiedo da dove si siamo materializzati per non essersi mai accorti che non c’è nessun servizo ormai gratuito. Si sganasciano dalle risate nel passarsi l’informazione e pagano anche loro, di buon grado, perché sembrano divertirsi nell’attraversare  il  varco e poi, ancora di più quando, all’uscita,  non individuano la porta giusta e cercano invano di infilarsi contromano.
Si risalgono due rampe mobili, di quelle senza i gradini, che ti portano lentamente dal piano sotterraneo alla stazione vera e propria, enorme e austera. Ancora più giù c’è la fermata della metro. Non si risale mai, però,  senza aver visitato il negozio delle pietre dure, una sorta di  piccolo museo dove si ammazza il tempo, in attesa delle partenze, fra le giade, i coralli, i turchesi e i lapislazzuli. La coppia di anziani che lo dirige è ormai un’istituzione.  Sembra far parte della stazione, rigorosi e austeri anche loro e appena un po’ più invecchiati della volta precedente.
Mi sforzo di ricordare il mio primo arrivo a Milano Centrale. Ero appena un ragazzino e il treno era vecchio e rumoroso. Ricordo la decelerazione e un tempo interminabile per l’avvicinamento al capo linea, scossoni e  salti sugli scambi, fischi e stridii di freni. Infine l’entrata sotto le immense arcate di ferro e vetro. 
Un posto dove la storia  ha un “rumore di fondo” inconfondibile, che non cambia mai. Un suono tridimensionale, di voci distinte e di rumori secchi che ti circondano da vicino e di musiche, echi e annunci che arrivano da lontano, attutite e miscelate,  rimbalzando fra le altissime pareti, le statue e i decori.  Analogamente,  è immutabile  l’odore di gomma e di ferro, di caffè e trancio di pizza, i profumi speziati delle pelli scure e le scie di fragranze esclusive dei viaggiatori più eleganti.
 Il treno Freccia Bianca per Lecce parte quasi sempre da uno degli ultimi binari. Da lì mi è impossibile, in attesa del fischio del capostazione, non rivolgere  uno sguardo al binario 21. Era quello di partenza dei deportati  verso i campi di concentramento.
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Lo strano sogno di Rosalda  – ultimo episodio.

LO STRANO SOGNO DI ROSALDA 

Ottavo e ultimo episodio.
Ines chiese ai tre di rimanere nascosti fino a quando non fosse riuscita  farsi aprire la porta principale che, di solito, era  sbarrata all’interno da pesanti ferri. Una volta dentro, li avrebbe fatti entrare dall’ingresso posteriore,  meno esposto. Bussò ripetutamente, battendo l’anello di ottone del maniglione del  portone  e le venne ad aprire Assunta , la donna  che si occupava delle pulizie e  della cucina.
Che vuoi? – le chiese, non nascondendo il disagio  che provava nel vedere Ines. La cuoca sapeva bene che  la padrona non voleva vedere in casa sua l’amante del marito ( la tollerava a stento fuori dalle mura domestiche),  e che le due donne  facevano reciprocamente  di tutto per non incontrarsi. 

– Fammi entrare, ho un servizio urgente da fare per don Giovanni, mi ha detto di prendere dei  documenti nel suo studio,  e non farmi perdere tempo. Non vorrai che gli riferisca che mi hai ostacolata! Ne pagheresti le conseguenze, se glielo dicessi…-

– Entra, ma sbrigati. Non vorrei che Clara ti vedesse, ora sta riposando in camera sua. Se si accorgesse che sei qui  ne pagherei comunque le conseguenze, in ogni caso… comu la fazzu, la cannu! – Rispose Assunta, sospirando,  scostandosi dalla soglia per  farla entrare. 

– Ma poi, che cos’hai di tanto urgente da prendere qui, ora, che il padrone non possa prendere personalmente quando verrà nel pomeriggio?- aggiunse. 

– E’ una faccenda riservata, continua le tue faccende e fai finta di non avermi vista. Prenderò i documenti che mi sono stati richiesti e andrò via. Se va tutto come deve, il padrone sarà contento e tu non avrai nessuna noia, anzi potrai solo giovartene – le rispose Ines. 
Assunta non fu convinta dalle motivazioni ottenute, ma qualunque situazione le sembrò il male minore rispetto ad affrontare l’ipotesi, anche remota, del padrone arrabbiato. Inoltre era convinta che Ines fosse una persona onesta, la conosceva fin da quando era bambina. Le fece  un  rassegnato cenno d’assenso con la testa e se ne ritornò alle sue faccende in cucina, dopo aver rimesso i ferri alla porta principale. Ines, allora, si diresse in fondo al corridoio,  dove c’era la  porta secondaria, la aprì sbloccando il saliscendi, e fece entrare Rosalda, Luisella ed Egidio, facendo loro cenno di non parlare.   
– Dove vai?  Lo studio non è da quella parte! Sei venuta a rubare? Dillo che sei venuta a rubare. E questi, chi sono? Ladri o malfattori? -. Assunta aveva sentito scattare il saliscendi della porta, si era insospettita ed era ritornata sui suoi passi,  sorprendendo  gli intrusi.

– No Assunta, sono venuti ad uccidermi. Lei è la mandante, l’amante di mio marito che mi vuole eliminare per sposarlo, e  questi tre  sono i suoi sicari.  Ma io  intendo vendere la mia pelle a caro prezzo! -. Clara aveva sentito i rumori ed era uscita dalla sua camera con  la  pistola di suo marito in mano.
– Malfattori? Lei non sa con chi ha a che fare! Io sono Rosalda, seconda cugina di Giovanni, donna Filomena è la mia madrina e sono venuta a trovarla!-.

–  Assassini? E io sono Luisella del Casato di “X”, la mia famiglia intende avere notizie di sua suocera. E’ questo il motivo di questa nostra visita. Nessuno  vuole  toccare lei… e ora abbassi quell’arma e ci porti da donna Filomena… -. Aggiunse donna Luisella,  che non tollerava l’onta di essere stata definita come una malvivente da una volgare  “massara”.

 –  Portaci da Filomena –ripeté Ines – e stai pur tranquilla che sposare Giovanni non è mai stata la  mia aspirazione. Anzi tu dovresti  ben sapere lo stato in cui ho vissuto,  delle violenze fisiche e  morali che ho subito fin da bambina. Tu hai  fatto finta sempre di non vedere, come tutti gli altri,  avete  lasciato che vivessi quest’incubo per quasi dieci anni. 

– Filomena riposa! Non vuole essere disturbata. E’ depressa ed ha bisogno di continua assistenza  – Rispose allora,  turbata, Clara – Andate subito via se non volete che vi spari. Ne avrei il diritto. Posso far finta di nulla, se andate via subito, se lasciate immediatamente questa casa…-.

– Mi dispiace…allora dovrà sparare! Noi non ci muoveremo da qui fino a quando non avremo saputo che fine ha fatto donna Filomena – rispose Rosalda – Fateci vedere,  per un solo attimo,  che è in vita e che  è accudita e saremo ben felici di  andare via, senza bisogno che lei ricorra alle minacce..-.

Clara sbarrò gli occhi e si irrigidì. Era evidentemente alterata e probabilmente non perfettamente sana di mente.   Puntò l’arma contro Rosalda e il dito si appiattì sul grilletto per lo sforzo.  Egidio capì subito che la donna avrebbe sparato e si gettò d’istinto su di lei riuscendo a deviare il colpo che partì colpendolo di striscio alla spalla sinistra. Poco più di un graffio, fortunatamente. Clara cadde a terra ,  sotto il peso di Egidio che continuò a bloccarle il polso fino a quando Rosalda  riusci a toglierle la rivoltella dalla mano. Clara, ormai disarmata,  si rannicchiò in un  angolo presa da un forte tremore mentre  Assunta, che aveva assistito a tutta la scena, piagnucolava tenendosi  la testa  fra le mani. 

-Come stai, Egidio? – chiese preoccupata  donna Luisella al ragazzo.

-Brucia un po’ –  rispose Egidio che si tamponava la ferita con un fazzoletto – ma non è grave, sopravviverò-.  

-La pazza qui sei tu  – allora disse allora Rosalda a Clara – ora indicaci dov’è Filomena, e sbrigati se non vuoi che corriamo a denunciarti ai carabinieri -.

-E’ quella la stanza di donna Filomena – disse allora Ines, indicando una porta in fondo al corridoio.

Rosalda  vi si diresse risoluta e,  arrivata sulla soglia, tentò invano di girare la maniglia, era chiusa a chiave. Chiamò a gran voce Filomena, sperando che le rispondesse, ma da quella camera  non proveniva alcun suono.  Si rivolse a Clara – La chiave! Clara, ci dia subito la chiave! – ma Clara era assente,  in evidente stato confusionale. Rosalda entrò nella sua camera da letto, rovistò nei cassetti del comò  e trovò un grosso mazzo di chiavi. Ritornata alla porta chiusa,  fece diversi tentativi fino a quando, inserita nella toppa la chiave giusta, riuscì ad aprire e, finalmente,  poté entrare all’interno. La stanza era buia e c’era odore di chiuso e di umidità. Cercando di orientarsi con la poca luce del corridoio, raggiunse la finestra, scostò delle tende pesanti e aprì gli scuri. 

La luce che penetrò illuminò tutto l’ambiente  e confermò a Rosalda che donna Filomena non abitava quel posto  da molto tempo. Il letto era intatto, ricoperto da una coperta di broccato rosso, una di quelle belle coperte da corredo che non si usavano mai e che  le donne esponevano  ai balconi  al passaggio della processione del Corpus Domini. Ricordò il letto di morte  preparato dalla sua mamma,  per donna Filomena,  nell’ultimo  terribile sogno. Nel frattempo anche gli altri erano entrati nella stanza. –  Maledetti! – esclamò  Ines –  Non è qui, che cosa ne avranno fatto? -.

Luisella indicò il lembo di un lenzuolo che sporgeva dalla grande cassapanca in fondo ala stanza. Si avvicinarono lentamente, esitando. Egidio capì che toccava  a lui  aprire la cassa e, pano piano,  ne sollevò  il coperchio. Poi si voltò verso le due amiche,  invitandole ad avvicinarsi, nella cassa c’erano solo lenzuola  disordinate, qualcuno ci aveva rovistato in precedenza. 

          

Rosalda uscì dalla stanza  e si diresse con decisione verso Assunta,  mostrandole e facendo tintinnare il mazzo di chiavi – Tu non puoi non sapere! – le disse –  Finirai in carcere  se arriveremo troppo tardi, Tu sai se è viva o  morta!  Devi dirci subito dov’è nascosta!-.

Assunta scoppio in  pianto,  indicò una chiave lunga  arrugginita e, fra i singhiozzi disse: – Cercate nel vecchio frantoio. Non so dirvi altro!

– E’ una grotta artificiale scavata sotto terra –  disse Ines –  si accede da una ripida scala esterna, nei pressi dell’aia, ma c’è una grossa grata di ferro a protezione. Ormai è in disuso da anni e là sotto depositano solo attrezzi. Seguitemi!-. 

 

Arrivati all’ingresso della scalinata che portava al frantoio ipogeo, aprirono la grata di ferro e cominciarono la discesa non senza essersi muniti prima, in cucina,  di candele e fiammiferi. Scesero le scale coperte di muschio scivoloso. 
Perlustrarono palmo a palmo tutto il vecchio frantoio,  che si inoltrava nel sottosuolo per decine e decine di metri, senza trovare nulla. Alla fine di un cunicolo notarono una piccola porta di ferro. Nel mazzo delle chiavi di Clara, fu quella  più piccola a sbloccare la mandata di quella serratura. Lunghe lacrime rigavano il viso di Rosalda,  che già sentiva forte l’emozione e la convinzione che tutti gli accadimenti, le sue angosce e  le sue percezioni,  stessero per compiersi  in quel preciso momento. Era certa che Filomena fosse lì dentro e che fosse viva. Ne sentiva,  intimamente,  il battito del cuore. Finalmente la porta si aprì… 
La Fiat 520 color amaranto corse via veloce dalla masseria, passò il boschetto e risalì la collina, scalando la marcia. Il vecchio Ntoni la notò passare per la quarta volta, in quella mattinata. Riconobbe, all’interno dell’auto, la sua giovane amica Ines,  che lo salutava con la mano tenendosi stretto in  braccio il piccolo Domenico. Sul sedile posteriore, avvolta nelle coperte e fra le braccia di Rosalda c’era anche donna Filomena, che piangeva ancora, duramente provata dalla lunga segregazione ma strappata in extremis alla morte sicura alla quale l’avevano condannata il figlio e la nuora. 
Pioveva a dirotto anche quella mattina,  ma il maresciallo De Carli non rinunciava al suo caffè delle dieci. Con il suo fare marziale entrò nel negozio dove  Gino e  Rosalda stavano riordinando la vetrina. 

-Tutto è bene quel che finisce bene! – esordì ad alta voce – Venite con me al bar,  vi offro il caffè!

– No grazie,  maresciallo – rispose Gino, abbracciando la moglie – oggi non prendiano il caffè!-.

LO STRANO SOGNO DI ROSALDA – SETTIMO EPISODIO

LO STRANO SOGNO DI ROSALDA – 

Settimo Episodio: L’ aiuto inaspettato.

#Salento #raccontisalentini #narrativa #leggogiallo #giallisti 
Ines aspettò che Giovanni uscisse dalla stanza e si avviasse verso la stalla,  dove il suo cavallo era già pronto e sellato. Come ogni giorno, prima di pranzo, avrebbe fatto un giro nella proprietà e si sarebbe fermato nel caseificio, per ritirare l’incasso della vendita della ricotta e del formaggio fresco. La donna si avvolse nel suo scialle nero e corse da Nunziatina, la vecchia  governante, incaricata di badare al suo piccolo Domenico e ad altri bambini della masseria quando le madri erano occupate nei lavori nei campi. L’anziana donna, appena la vide,  le fece segno di abbassare la  voce, indicandole il bambino che si era appena  addormentato. Ines le chiese se potesse continuare a occuparsi di Domenico,  perché  doveva sbrigare dei lavori, e lei annuì, immaginando che dovesse incontrarsi con il padrone. Nunziatina sapeva bene che Giovanni non gradiva la presenza del bambino e che  lei aveva l’obbligo di badare a lui, quando l’uomo  si appartava con la madre del piccolo.
Ines  uscì e si avviò verso una rimessa di attrezzi agricoli che di solito, a quell’ora,  era deserta. Dietro al portone d’ingresso, appoggiata al muro,  c’era la bellissima bicicletta Bianchi del  povero Domenico, uno dei due figli di Filomena morti prematuramente. Era un po’ impolverata, ma qualcuno l’aveva usata di recente,  perché le ruote erano gonfie. Ebbe un flash. Il ricordo di lei, impacciata e con la gonna tirata su, che imparava a pedalare, e Domenico  che la rincorreva, reggendo la bicicletta dal sellino perché non si sbilanciasse e cadesse. Ricordava il brivido provato nel sentire  il suo alito caldo sul collo, dopo giri e giri inanellati sull’aia, con lui che la incoraggiava a non smettere. Ricordò  l’applauso che le fece alla fine, quando lei, superata l’ultima incertezza,  si era mantenuta in perfetto equilibrio e aveva deviato la corsa sullo stradone  della masseria, con  il vento nei capelli. 

Ecco, era così che voleva tornare a sentirsi, libera. Voleva poter riassaporare quel momento, l’ebbrezza della velocità  che sembrava allontanarla dalla sua situazione di squallida e rassegnata sofferenza.

  

Prese la bicicletta e la condusse, spingendola a mano, fino a un ingresso secondario che attraversava le ampie  mura di cinta della masseria del Bosco. I due cani, u cane ranne e u cane picciccu,  la scortarono scodinzolando  fino all’uscita e dovette far fatica a richiudere la porta di ferro dietro di sé  poiché gli animali, che lei aveva cresciuto, cercavano di uscire con lei all’esterno. Una volta fuori, si arrotolò  la gonna in modo che non interferisse con le ruote e con la canna del telaio, montò in sella e iniziò a pedalare velocemente,  in direzione della strada maestra.
– Non deve essere arrivato lontano, quel fattorino…– pensò Ines. In fondo non era passata neanche un’ora da quando era andato via e, poiché era giunto a piedi, sicuramente era diretto in paese, oppure si sarebbe fermato  lungo la strada,  in attesa di qualcuno che lo riportasse a Maglie. Continuò a pedalare sulla strada fangosa fino ad arrivare all’ultimo tratto, dove la salita si faceva ripida, che dovette percorrere a piedi, spingendo a mano la Bianchi.  Arrivata sulla sommità della collinetta, si trovò sul  punto in cui la via secondaria, da cui proveniva, si immetteva sulla strada  provinciale. Il podere che faceva d’angolo era condotto, in via autonoma dalla gestione della masseria, da Ntoni, un anziano colono che si avvaleva di  antichi accordi sottoscritti con donna Filomena.  Il vecchio, riconoscendo Ines che si avvicinava, interruppe il suo lavoro e la salutò con grandi gesti delle braccia.

-Ntoni! Hai visto passare un giovane forestiero da qui, poco fa? – gli gridò  Ines,   accoppiando le mani sulla bocca, a mo’ di megafono, per amplificare la sua voce. 

-Noooo! – le risposte l’anziano contadino – Ma è passata nna bella machina russa. E’ sciuta e è vvinuta. Se ncera puru nnu ggiovane intra, nu tte lu sacciu  dire… E’ sciuta rittu allu paese. Ci fuci,  la trovi..-. 

Ines pensò, allora, che il giovane fosse  proprio arrivato con  quella automobile vista da Ntoni e il fatto che  fosse diretta  in paese la rassicurò sul fatto di poterlo ritrovare. Salutò l’anziano e proseguì la strada verso il centro abitato,  lungo una discesa che le consentì, con minimo sforzo, di arrivare in fino alle  prime case. Se c’era un’auto di un forestiero sicuramente qualcuno l’aveva vista  e, magari, sapeva dove fosse esattamente. Infatti bastò chiedere informazioni  sulla via principale. 

– L’ho vista poco fa… -le  risposte, a domanda, il farmacista – con quel rombo che fa è impossibile non notarla, passando da qui mi ha fatto vibrare la vetrina. Andava in fondo alla strada, verso il Cimitero-.

-Giusto! – pensò Ines, era logico che, dopo la sua risposta brusca e senza particolari, il giovane volesse avere conferma di quella morte che gli era stata  così brutalmente comunicata. La donna proseguì verso il Cimitero ma , ancor prima di uscire dal paese, scorse l’automobile parcheggiata in un vicolo. Il suo intuito le confermò che dovesse dirigersi proprio al camposanto per incontrare il forestiero.
Mentre Rosalda, Luisella ed Egidio risalivano la ripida rampa di scale della cripta si trovarono di fronte Ines, avvolta nello scialle nero, che era già entrata nella cappella. – 

-E’ lei – disse Egidio – E’ la persona che ho incontrato alla masseria – aggiunse.

-Buongiorno –  rispose Ines –  mi chiamo Ines D.P., mi dispiace per la brutta accoglienza di prima, signore,  ma, credetemi, era necessario mandarvi via in quel momento. Se vi interessa ancora incontrare donna Filomena non abbiamo molto tempo da perdere! Se utilizziamo la vostra automobile possiamo ritornare alla masseria del Bosco prima del rientro di Giovanni  e dei suoi uomini. Dopo, diventerebbe tutto più complicato. Se siete d’accordo, parleremo lungo la strada…-.      

   

– Sono Rosalda, donna Filomena è stata la mia madrina di battesimo. Questa è la mia amica donna Luisella e questo è Egidio, il suo autista, anzi il suo futuro autista. Ci sono tante cose che ci dovrà dire, strada facendo, e non trascuri nulla perché questa storia si sta facendo complicata…-.
Ines cercò di fare un quadro della situazione, servendosi delle  informazioni che aveva, senza nascondere nulla della sua particolare condizione alla masseria,  premettendo che  la sua posizione, con questo intervento,  si faceva difficile e che non era escluso, pertanto,  che potesse aver bisogno di aiuto per sé e per il figlio, se  la situazione fosse precipitata. Per quanto a sua conoscenza, dopo la morte di Antonio e Domenico,  Giovanni , privato dei freni che i fratelli gli ponevano nella sua esuberanza,  si era buttato in una serie d’affari sbagliati e   aveva perso grande parte della sua quota di proprietà, compresa quella portatale in dote dalla moglie. Inoltre, essendo per sua natura  predisposto alla dissolutezza e al vizio, aveva contratto enormi debiti di gioco che le buone rendite della masseria non avrebbero mai potuto ripagare. Ines riferì di aver ascoltato numerose  discussioni, piuttosto accese,  fra madre e figlio sulla ricorrente  richiesta di Giovanni di avere la piena delega sui depositi bancari e la procura a vendere i beni a lei intestati. Lei  gli rispondeva sempre che non avrebbe mai più dato una lira per il pagamento dei suoi debiti perché sentiva la responsabilità di tutte le persone che vivevano con lei alla masseria del Bosco.  Tutto ciò fino a quando Filomena, alcuni mesi prima, aveva contratto un forte esaurimento, si era rinchiusa nella sua stanza, e non si era più fatta vedere da nessuno  se non dal figlio e dalla nuora, che erano gli unici autorizzati ad accudirla e a visitarla. 

-Nessun altro ha visto recentemente Filomena? – Chiese,  pensierosa , Rosalda.

-Che io sappia, no… – le rispose Ines. 

-Ma com’è possibile?  – intervenne Luisella – una persona,  per quanto malata o mentalmente instabile,  si dovrebbe vedere per casa, affacciata a una finestra. A meno che… -.

-A meno che non sia segregata! – aggiunse Rosalda – Andiamo subito alla masseria, facciamo luce su questo mistero,  una volta per tutte! Ci aiuterà,  Ines?-. 

-Ho le chiavi dell’ingresso secondario, da dove sono uscita …-. 

-E i cani? Quei due cani famelici, chi li terrà a bada? – esclamò Egidio che era aveva visto con che furia si erano avventati contro il cancello quando lui si era avvicinato.

– Per i cani non preoccupatevi – rispose Ines – li ho cresciuti io fin da cuccioli, se siete con me saranno docili come agnellini, voi  non temiate di essere annusati. E’ il massimo che vi faranno-.

-Non perdiamo tempo! – Concluse donna Luisella, indossando gli occhiali da guida – in  marcia!-. 
-La Fiat 520 amaranto si avviò al primo tentativo. Le due amiche si sedettero davanti mentre sul divanetto posteriore si accomodarono Egidio e Ines, quest’ultima avvolta dallo scialle nero, perché la gente del paese non la riconoscesse.
Dopo circa venti minuti erano nuovamente nei pressi del boschetto dove avevano parcheggiato la prima volta.  Adesso non aveva senso nascondersi, ormai il gruppo aveva deciso di agire. Proseguirono  fin sotto all’ingresso secondario e fermarono l’auto a pochi passi. Ines sbloccò la serratura  e la porta si aprì con un cigolio. Rassicurò  i cani che si erano avvicinati e li portò nella rimessa, chiudendoli all’interno. Poi  fece cenno ai visitatori di rimanere in un cortile meno esposto alla vista, mentre lei correva fino all’alloggio di Nunziatina, alla quale raccomandò  di preparare il bambino perché sarebbe passata a prenderlo da lì a poco. 

Riunitasi al gruppo, indicò la casa dei padroni. 

– Ora entreremo in casa. Se dovessimo incontrare Clara, la moglie di Giovanni, dovremo far fronte alla situazione…-.
(Continua)

LO STRANO SOGNO DI ROSALDA 6° Episodio

LO STRANO SOGNO DI ROSALDA – sesto episodio : INES  

#raccontisalentini #Salento #racconti #narrativa #giallisti #storiemisteriose
Ines ritornò nel fienile, dove Giovanni era rimasto disteso sul pagliericcio con le braghe abbassate, impaziente, prima di ogni altra cosa, di concludere l’amplesso interrotto.  Non volle ascoltare cosa avesse da dire la donna e chi avesse visto fuori. La afferrò per i fianchi, attirandola a sé da dietro, e le sollevò la gonna, scoprendole la pelle bruna delle natiche. Lei  lasciò che l’uomo  facesse il suo comodo senza opporsi, giacendo su un fianco,  ben sapendo che ogni sua resistenza diventava uno  stimolo per aumentare la violenza dei suoi approcci.  Si svincolò solo quando lo senti ansimare e poi mollare la stretta sui seni doloranti. Sgusciò allora, lentamente, dalle  ginocchia di lui  che la immobilizzavano.
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-Perché non mi lasci vivere una vita normale? – gli disse, mentre si aggiustava i vestiti – Spero che qualcuno te la faccia pagare!-.
Lui si rialzò e  le diede una sberla in pieno viso – Sei una puttana, come tutte le altre,  e mi sembra di pagare  fin troppo la tua  freddezza e la tua indifferenza! Hai il privilegio di scopare  con il tuo  padrone, lavori in casa,  non sei mai stata  nei campi, o a raccogliere le olive, come le altre femmine della masseria, e hai da mangiare a sufficienza per te e  per il tuo bastardo! – rispose lui,  mentre si riabbottonava i pantaloni.

   

Bastardo.  Ines sapeva che l’avrebbe pronunciata, quella parola. E lui sapeva che, dicendola, avrebbe ferito la donna molto più di uno schiaffo o di un calcio. Non c’era una volta, che lui le parlasse, che  non definisse in quel modo il  figlio che lei aveva voluto partorire ad ogni costo, anche a rischio di essere cacciata dalla stanza in cui abitava. Un uomo che definisce bastardo il frutto del suo seme  è come se rinnegasse sé  stesso e la vita, un uomo che non vale nulla. Ma la disistima che nutriva era anche per sé stessa. Aveva accettato tutto passivamente, persino di lasciar  credere alla gente, in paese, che aveva avuto un incontro con uno sconosciuto di passaggio,  in mezzo ai campi, come una  cagna in calore.  Ma il  piccolo  diventava ogni giorno di più il ritratto del padre, la natura aveva fatto giustizia e la gente della masseria aveva capito. 

  

Ines era rimasta sola all’età di dodici anni, donna Filomena l’aveva presa con sé a servizio. Giovanni, il più grande dei suoi figli, sebbene già sposato, aveva approfittato di lei da quando era ancora troppo bambina per potersi difendere. Alla masseria tutti sapevano, compresa  la stessa Filomena,  e anche Clara lo aveva capito, la moglie di Giovanni,  sposata per l’interesse alla cospicua dote,  in case e uliveti, recatagli dal suocero. Una donna superficiale e di scarsa personalità, che sembrava persino sollevata di aver delegato i suoi doveri coniugali ad una serva. 
Ines non si sentiva  la donna del padrone, definirsi “donna” sarebbe stato dare uno spessore al suo ruolo, in realtà non  era stata mai, per Giovanni,  né una vera amante, né una complice, né, tanto meno,  la sua confidente. Aveva ragione lui, lei era solo la sua prostituta. Ma il figlio no, suo figlio era l’essenza della purezza. Nulla lo avrebbe mai contaminato, né il suo vendersi per necessità,  né l’animo cattivo e corrotto del padre. Non lo avrebbe permesso.

    

Eppure l’amore era passato una volta da lei. Si chiamava Domenico,  il fratello minore del suo aguzzino, bello d’aspetto e buono nell’animo.  Ma le era sfuggito dalle mani, come la piccola farfalla   azzurra che si incontra in tarda estate,  al calare del sole. Tante volte, da bambina, aveva tentato di afferrarla, la farfallina azzurra dei suoi sogni, appena più grande di un’unghia,  ma quando allungava la mano, questa volava via velocissima e spariva  fra gli steli dei papaveri e le spighe.  
-Chi era fuori, prima? – le chiese.

-Un forestiero, un commesso viaggiatore che diceva di avere un  messaggio per donna Filomena. E  un pacchetto da consegnarle…- gli rispose Ines.

-E tu…cosa gli hai risposto? – incalzò Giovanni, iniziando a preoccuparsi.

-Gli ho detto che è morta,  e di andarsene…-. 

-Morta? Ma sei pazza?-  

-E’ la prima cosa che mi è passata dalla testa. Cosa dovevo dire? Il ragazzo voleva parlare con lei. Volevo solo mandarlo via il prima possibile-. 

– Sarà bene per lui che non  ritorni – concluse Giovanni, ravvivandosi i capelli – e tu non parlare più con nessuno fino a quando questa faccenda non  sarà finita-.     

 

La Fiat 520 amaranto percorse la strada principale del paese fino ad arrivare ai piedi della collina, da dove già si distingueva il doppio filare di cipressi che indicava  il camposanto. Parcheggiarono l’auto  a debita distanza, perché  non desse nell’occhio, e si diressero verso l’ingresso, percorrendo un vialetto di ghiaia bianca che cedeva sotto a ogni passo.

– Perché siamo venuti qui? – chiese Egidio – se dovevamo cercare una morta, non sarebbe stato meglio rivolgerci all’ufficio dell’anagrafe del paese? – aggiunse.

-Niente uffici, non adesso – rispose Rosalda –  Se i figli di Filomena sono riusciti ad aggirare anche un controllo dei carabinieri,  significa che sono persone potenti, che fanno girare  soldi, che hanno amicizie ad alti livelli, magari anche fra i fascisti.  Sono certa che se ci fossimo presentati al Municipio qualcuno sarebbe già in strada per avvisarli. Andiamo  per gradi…-.
 Percorsero il vialetto interno del cimitero, verso le tombe private, nell’intento di trovare quella della famiglia di Filomena. La ricerca durò pochi minuti. La cappella, infatti, era proprio al centro del camposanto  ed aveva la forma di un tempietto romano, con una scritta a rilievo sul timpano che riportava il nome della famiglia.

 

Spinsero la porta di ferro battuto. Era aperta, una fortuna insperata. All’interno non si vedevano lapidi ma solo ritratti dipinti a olio e fotografie incorniciate, appese ai muri.  Un piccolo altare era addobbato da un centrino di pizzo ingiallito mentre,  ai lati, c’erano delle piante rinsecchite e coperte da ragnatele.
– Chiunque sia sepolto qui – disse Rosalda – non viene spesso visitato dai parenti e non riceve suffragi. Non mi sembra una tomba  che sia stata frequentata una settimama fa… -. 

-Le tue previsioni erano giuste, cara – constatò donna Luisella – ora bisognerà andare giù… – continuò, indicando la grande botola da cui si accedeva alla scala che conduceva alle sepolture.

-Com’è complicata la mia vita! – esclamò Egidio – che non trovava per nulla attraente doversi  calare  in una   tomba sotterranea e priva di illuminazione.
Rosalda, intanto, aveva già ribaltato le due ante di legno pesante che proteggevano l’apertura della cripta ed aveva iniziato la discesa della scala ripidissima, ricoperta di muffe e di salmastro che la rendevano scivolosa. Dopo i primi gradini dovette arrestarsi perché la luce esterna, che penetrava da due piccole vetrate colorate della cappella superiore,  non era sufficiente a rischiarare anche sotto.  Donna Luisella, allora,  prese dall’altare il moccolo di un  lumino, che era stato spento chissà quanti anni prima,  e lo accese con i fiammiferi che aveva in borsa. Lo stoppino, intriso di umidità, resistette qualche secondo ma poi la fiammella  divenne più forte e stabile.  

– A volte avere il vizio del fumo, può aiutare –  disse Luisella, porgendo il cero  acceso a Rosalda. 

– Ecco, adesso va meglio – disse la giovane mentre allungava la mano che reggeva  il lumino verso la zona buia della cripta. Proprio da quella parte, si udì, allora, un fruscio che si avvicinava ai visitatori. Ad un tratto Rosalda  si sentì  toccarle la caviglia e cacciò un urlo. Qualcosa risaliva le scale, passando fra le loro gambe!

Non è un fantasma, è solo una famiglia di topi!  – esclamò Rosalda – mentre due grossi ratti grigi, squittendo, guadagnavano la superficie e  scappavano via dalla porta della cappella.

 

Passato  il momento di trambusto,  Rosalda raggiunse il centro del sotterraneo e dietro di lei sopraggiunsero Luisella ed Egidio, quest’ultimo evidentemente contrariato dalla situazione poco gradita. 
A destra  e a sinistra si contavano diverse sepolture, alcune risalivano al secolo precedente. Nomi e date che non dicevano nulla alle due amiche, si trattava di loculi dove erano sepolti gli antenati della famiglia. Poi individuarono tre lapidi più recenti, più chiare e  pulite delle altre.  Passarono il lumino sulle scritte incise nel marmo. C’era quella di don Oreste, il marito di Filomena, morto vent’anni prima e poi quelle con i nomi  di Domenico e Antonio il secondogenito ed il terzo figlio. Entrambi morti, da poco tempo, nel pieno della gioventù,  a distanza di circa due anni l’uno dall’altro. Donna Luisella e Rosalda si guardarono incredule…

La tomba di Filomena non c’era.

LO STRANO SOGNO DI ROSALDA 5° Episodio

LO STRANO SOGNO DI ROSALDA –

Quinto episodio: Il viaggio.
Luisella scese lo scalone del palazzo,  con la cameriera al seguito che portava  la cesta delle vettovaglie e una grande borsa con le coperte e due cappe cerate per la pioggia. Dall’androne d’ingresso si accedeva direttamente alla rimessa, dove era stata parcheggiata la fiammante  520 tre marce del cugino Rino, mentre questi era in viaggio per lavoro con il marito di Luisella, padrone di casa. Venne  loro incontro Egidio, il giovane factotum del palazzo, al quale il proprietario dell’auto aveva affidato le chiavi e la responsabilità del suo prezioso automezzo. 
-Svelto Egidio, dammi le chiavi, ho bisogno dell’auto! – disse la donna al ragazzo, usando modi sbrigativi, che non le erano propri nella vita di tutti i giorni,  per non dare adito a obiezioni.

– Come, donna Luisella? Il signor Rino mi ha comandato che la sua automobile non deve  essere toccata da nessuno, e per nessun motivo, e che risponderò con la vita per il minimo danno che dovesse riscontrare al suo ritorno…-.

-Bene, se ne rispondi con la vita, monta su pure tu! Hai due alternative. La prima è  venire con me, accompagnandomi per la “commissione” urgente che devo fare, la seconda è quella di  rimanere nella rimessa fino a stasera, pensando a quanti graffi e ammaccature farò, nel frattempo, a questo bolide…-. 

-Ha ragione, non ho scelta – mugugnò Egidio, contrariato – Mi dia almeno il tempo di prendere la giacca e la coppola…-.

-Bravo! – gli rispose Luisella – Stavo giusto pensando di farti studiare  per la patente di guida. Potresti, dico potresti, essere il mio autista… un domani… se ti porterai bene…-.

-Con tutti i suoi soldi, poteva chiamare un’autovettura pubblica con lo chaffeur – Pensò il ragazzo, ignorando la riservatezza della missione alla quale avrebbe partecipato, pur essendo abituato alle stranezze e ai capricci dei ricchi.
Pochi minuti dopo,  la  rombante 520 color amatanto, con Luisella alla guida ed Egidio al suo fianco, quest’ultimo  preoccupatissimo ma anche lusingato dalla proposta ricevuta poco prima dalla sua padrona,  parcheggiò sotto un pino, nei pressi della casa di Rosalda, che già l’attendeva con il cappotto addosso. Aveva comprato, quale augurio per il buon esito della missione, una guantiera di biscotti alla mandorla e all’anice da offrire alla sua madrina, ricordando quanto questa ne fosse ghiotta, che sistemò nel baule. Poi salutò Gino, che era uscito nel frattempo sull’uscio, agitando la mano e cercando di simulare un atteggiamento sereno. Fece un cenno risoluto anche a Egidio,  perché passasse dietro,  e quando il ragazzo si spostò, occupando, con suo grande imbarazzo, il divanetto posteriore,  la ragazza si accomodò di fianco a donna Luisella, che aveva già indossato gli occhiali,  un basco di lana rossa e i guanti da guida in pelle traforata.

 

– Pronta! –  disse all’amica. 

– Pronte a tutto! – rispose  Luisella, spingendo con forza la leva che innestava la marcia.

– Pronti a che cosa? – aggiunse Egidio, senza ricevere risposta. Il ragazzo ci avrebbe messo poco a capire che si stava impelagando in un mare di guai, che andavano ben oltre l’omissione della zelante custodia di un’automobile nuova. 
L’auto  partì, schizzando  fango sui due lati, con grande fragore dello scappamento, il cui rombo scoppiettante riecheggiò fino alla fine della strada, rimbalzando sulle facciate delle case. Mentre  il cielo, a est,  diventava chiaro,  la strana comitiva prese la strada per Gallipoli.
Il percorso non fu facile, perché  il fondo stradale era bagnato e sdrucciolevole. In alcuni tratti la strada era sommersa dall’acqua piovana dei giorni precedenti, in altri occupata  da colonne lentissime di carri per il trasporto di merci, trainati da cavalli. Bisognava, poi, far attenzione al transito delle altre automobili e degli autocarri  di servizio che,  sebbene non numerosi, avevano condotte di guida molto soggettive e spericolate. A momenti  la carreggiata  si restringeva, quando tagliava una zona rocciosa o sui terrapieni, costringendo Luisella a repentine accelerate per disimpegnarsi da una situazione critica o per non rimanere circondata da un  gregge che aveva invaso improvvisamente la strada. 
Finalmente, verso le 10 del mattino, lasciata alle loro spalle la grande Murgia Salentina, che l’auto affrontò con disinvoltura  facendo ricorso a tutti i suoi cavalli vapore, e abbandonata la strada maestra, si immisero sulla via  secondaria,  delimitata  da antichi  muretti a secco,  che conduceva alla contrada Bosco.  Al limitare di una collinetta,  dalla quale si vedeva, in lontananza, il mare Ionio, sorgeva la storica masseria di Donna Filomena,  costituita da un antico corpo di fabbrica semi-fortificato in carparo giallo, da fienili  e stalle con tetti di tegole rosse, costruiti in tempi più recenti, un’ampia aia, una piccionaia, un pozzo e nu pilune per l’irrigazione dell’orto, scavato nella roccia, grande quanto una piscina.
Mano a mano che l’auto si avvicinava, percorrendo un tratto che incontrava una ripida discesa, la visuale della masseria scompariva, nascosta dalle sue alte mura di cinta  esterne e dietro ai lecci di un folto boschetto, già riserva di caccia degli antichi feudatari del luogo.
– Eccoci arrivate – disse Rosalda – forse è meglio che rimaniamo qui, fuori dalla vista degli abitanti della masseria, fino a quando decideremo cosa fare-.
-Io avrei un’idea – rispose Luisella – togliendosi i guanti da guida  e voltandosi verso Egidio – Mandiamo Egidio, da solo,  in avanscoperta. Si presenterà come un messo incaricato di portare i saluti della mia famiglia e per consegnare i dolci personalmente a Filomena.

  

– No, no…- rispose Egidio – nessuno mi crederebbe. Mi chiederanno come sono arrivato fin qui e scopriranno c’è che qualcuno che mi aspetta fuori-.
– Gli dirai che ti ha lasciato un carrettiere sulla strada principale ed è lì  che verrà a riprenderti dopo aver fatto la sua consegna– aggiunse  Rosalda – Non possiamo far sapere,  in alcun modo, che siamo qui per scoprire che fine abbia fatto Filomena -.
Durante il viaggio le due amiche avevano spiegato all’ignaro Egidio, per sommi capi, lo scopo della loro missione, dapprima limitandosi a indicare che si recavano presso la casa di un’amica  che,  da molto tempo, non si faceva sentire. Ma Egidio non l’aveva bevuta, per cui avevano ritenuto, quindi, che fosse giusto, per le situazioni che si sarebbero potute verificare in seguito, che anche a lui fosse riportata  la versione reale dei fatti.  
Il ragazzo scuoteva la testa, non convinto della missione affidatagli,  ma donna Luisella lo incalzò,  rimarcando la proposta di farlo suo autista:  – Mi attendo che il mio uomo di fiducia sia impavido – gli disse – e che non si tiri indietro davanti alle difficoltà –.   Era evidente che Egidio non si  poteva rifiutare, neanche questa volta, di collaborare con la  sua datrice di lavoro.
Parcheggiarono l’auto in mezzo al boschetto,  in modo che non si vedesse dalla strada, né dalla costruzione, e il timido Egidio  fu spinto verso la masseria con il vassoio di biscotti in mano. Fece appena pochi passi che due grossi cani da guardia si accorsero della sua presenza  e si scagliarono contro il  grande cancello di ferro. Continuarono a ringhiare e ad abbaiare, mettendo in mostra le terribili dentature,   fino a quando attirarono l’attenzione di una donna alta e prosperosa , dalla carnagione olivastra e folti capelli ricci, che uscì da un  magazzino avvolta in un grande scialle di lana nera e, con passo svelto, gli andò incontro.
-Che vuoi? – chiese al ragazzo con tono sgarbato, tenendo a bada uno dei cani che continuava ad abbaiare contro l’intruso.

-Buongiorno – le rispose Egidio – sono il fattorino della famiglia D., vengo da Maglie e porto un messaggio personale e un presente per la Signora Filomena da Donna Luisella D.-. 

-Qui non c’è più nessuna Filomena – ribatté la donna – E’ morta la settimana scorsa. Vai via e portati dietro il messaggio e il “presente”. E ti consiglio di farlo subito, prima che tornino i padroni -. 

Detto questo, la donna  si voltò e,  senza attendere una reazione o una risposta dal giovane,  ritornò  al ricovero dal  quale era uscita.

  

Egidio rimase immobile qualche secondo, spiazzato dal contrasto della bellezza di quella donna con i suoi  suoi modi rozzi e maleducati,  incapace di continuare la conversazione. Poi ripercorse  i suoi passi verso il boschetto, dove era nascosta l’auto, rallentandoli, per quanto gli fu possibile. Doveva portare quella brutta notizia a Rosalda e donna Luisella, che erano in attesa, e non sapeva quali  parole utilizzare per non essere brusco o indelicato. Inoltre si immaginava che  lo avrebbero rimproverato, per non  aver fatto domande utili alla loro indagine,  e la cosa lo innervosiva. Essere tenuto sotto scacco da due donne, e senza possibilità di difesa o di iniziativa personale, cominciava a pesargli e lo feriva nell’amore proprio.
  -E’ morta da una settimana ! – disse,  arrivando alla macchina, dimenticando ogni precedente proposito di usare delicatezza – Me lo ha detto una donna che era lì. E mi ha raccomandato di andarmene prima che tornassero i suoi padroni. Deve essere gente pericolosa… – . Poi aggiunse, quasi sollevato –  Non c’è più niente da fare, povera signora Filomena! A questo punto non avremmo altro da fare, qui. Forse sarebbe il caso di avviarci  per fare ritorno a Maglie e  per  mettere al riparo questa automobile-.
-Quella donna ha mentito spudoratamente – ragionò  Rosalda –  pochi giorni fa sono venuti i carabinieri e uno dei suoi  figli ha  detto loro che Filomena era in buone condizioni di salute. Ai carabinieri non avrebbero potuto nascondere una morte già avvenuta. Luisella, metti in moto! Partiamo!

-Dove andiamo? – rispose Luisella mentre riavviava l’auto.

– Al cimitero del paese! – rispose Rosalda.   

              

( continua)

LO STRANO SOGNO DI ROSALDA 4°EPISODIO

LO STRANO SOGNO DI ROSALDA

 Quarto episodio: Donna Luisella.
L’alba della mattina successiva arrivò presto. Nelle ore di veglia che seguirono l’ultimo drammatico sogno,  Rosalda cercò di pianificare un’azione risolutiva. Sarebbe andata lei stessa, in qualche modo, alla Masseria della contrada del  Bosco, a vedere di persona che fine avesse fatto la sua madrina Nena, e non avrebbe creduto a nessuno se non ai propri occhi. Raccomandò a Gino di uscire un po’  prima da casa perché aveva delle commissioni da sbrigare. Si trattava di pratiche da spicciare in diversi uffici,  necessarie  per l’apertura del nuovo magazzino nel paese vicino. Arrivati in negozio, la donna prese dei documenti dallo stipo della contabilità, li mise un un cartella di pelle scura e si avviò verso il Municipio, dove si fermò per una buona mezz’ora per raccogliere i timbri e firme che le occorrevano.
Appena ebbe terminato quelle incombenze,  prese la strada del ritorno ma, invece di proseguire dritta verso il negozio,  allungò il passo e imboccò una via laterale, stando bene attenta che il marito, dalla loro vetrina, non la vedesse svoltare. Dopo un breve tragitto si trovò sotto al grande portale di un  palazzo elegante di pietra bianca, appena terminato di costruire. Batté un paio di volte il grande pomo d’ottone del maniglione e attese che una domestica, affacciatasi da uno spioncino, sbloccasse la piccola porta ricavata in un’anta del portone di legno verde. La cameriera, che  aveva riconosciuto subito la ragazza, la invitò ad entrare, senza attendere un ordine superiore. Rosalda era, infatti, amica dalla padrona di casa, Donna Luisella,  perché aveva frequentato quella famiglia sin da piccola. Sua madre Maria era la loro sarta ufficiale e capitava abbastanza spesso che la  conducesse con sé durante le prove dei vestiti della  padroncina, all’epoca poco più che adolescente. Luisa, figlia unica,  si era affezionata a quella bambina dolce e sempre sorridente e l’aveva quasi adottata come una sorella minore, riservandole piccoli regali e varie leccornie gradite ai bambini. L’amicizia e l’affetto non si erano mai interrotti, nonostante ognuna avesse seguito strade autonome, com’era logico che fosse, considerata la differenza d’età, i rispettivi matrimoni intervenuti e l’appartenenza a ceti sociali diversi. 
Quando il lavoro glielo consentiva, Rosalda non mancava al  rosario delle cinque del venerdì pomeriggio, in casa di Luisella, a cui partecipavano tutte le donne del palazzo, alcune amiche e vicine delle dimore adiacenti e un padre cappuccino. Dopo le preghiere  era d’obbligo, per piacere e per buona creanza,  fermarsi ancora per una mezz’ora a conversare, approfittando del piccolo ristoro offerto dall’ospite premurosa: caffè d’orzo, rosolio, taralli e biscotti zuccherati. Il rosario delle cinque era diventato quasi un ritrovo per il gruppo di amiche della borghesia del paese. Le accomunava l’affetto per Rosalda, benché la ragazza non fosse né nobile e né ricca, perché ne apprezzavano il suo spirito di intraprendenza ed il rapporto alla pari con Gino, capacità che mancavano quasi a tutte loro, succubi di mariti capricciosi e autoritari.

  

–  Mia cara, cosa ti porta da me a quest’ora, che non possa aspettare il nostro chiacchiericcio del dopo rosario? – le disse  sorridendo donna Luisella, prendendola sotto braccio e conducendola nell’ampia veranda piena di piante verdi. Poi la invitò a sedersi sul divanetto di vimini e la squadrò bene in viso, intuendone un disagio.

-Donna Luisella, ho bisogno d’aiuto…-. La ragazza confidò alla sua amica il suo stato di tensione e la forte sensazione di disgrazia incombente, alimentata dagli incubi ricorrenti che, da qualche notte, la assillavano. La informò che si era rivolta ai Carabinieri, che c’era stata una indagine informale che non aveva dato un esito per lei convincente e che, nonostante avesse avuto notizie rassicuranti,  il suo incubo si era ripresentato, ancora più terribile. Raccontò dell’ultima notte, delle parole di sua madre, anch’essa apparsale  nel sogno, che le preannunciavano  presagi di morte. Le disse, inoltre, che era determinata ad agire da sola , senza coinvolgere il marito,  perché riteneva di averlo già esposto fin troppo con il maresciallo dei carabinieri e, comunque, voleva risolvere il caso autonomamente, senza dover dare conto allo scetticismo e alla preoccupazione altrui, anche se motivati dall’affetto.            
 – Rosalda, credo di aver capito – la interruppe Luisella con tono deciso –   che, a questo punto, non abbiano altra scelta. Bisogna andare sul posto! Vorrei poterti aiutare… Anzi, lo farò! Filomena è stata anche buona amica di mia zia Sara,  oltre ad essere la  tua madrina e seconda cugina della tua povera mamma-. 

Ormai pienamente coinvolta, la nobildonna  si alzò dal divanetto e cominciò a camminare a piccoli passi su e giù per la veranda, riflettendo sul da farsi. Ad un tratto si fermò: aveva le idee chiare.

 – C’è bisogno di una macchina – disse –  mi sembra ovvio. Nella nostra rimessa  c’è parcheggiata la 520 Fiat di mio cugino Rino, lui è con mio marito a Roma per affari. Ha lasciato le sue chiavi al nostro stalliere. E’ complicato farla partire, dovrò contare sulla tua forza,  la mia spalla non mi consente neanche di provarci, a ruotare la manovella… In compenso,  me la cavo abbastanza bene con la guida e la strada la conosco perché è quella che facciamo andando dai cugini a Gallipoli. In meno di due d’ore dovremmo arrivare a destinazione… Quanto a tuo marito, ci penserò io. Passerò nel pomeriggio dal negozio e ti chiederò di aiutarmi domani, mi inventerò una faccenda che durerà tutta la giornata. Ecco…”andremo a Lecce a comprare nuove tende”, per il salone, e chiederemo a Gino di affidare Angelo a sua madre, che non si tirerà centro indietro. Si parte domani mattina, alle sette … Farò preparare una cesta di provviste,  due coperte e…che Dio ce la mandi buona!-.

Nell’esclamazione finale aveva preso un lembo dell’ampia gonna e l’aveva tirato verso l’alto,  a mo’ di baionetta, oppure di bandiera,  facendo sorridere la giovane amica, finalmente rinfrancata di aver trovato un’alleata leale e risoluta come lei.  
continua (ma siamo vicini alla fine)

LO STRANO SOGNO DI ROSALDA 3° EPISODIO 

LO STRANO SOGNO DI ROSALDA 

Terzo episodio: Il cuscino di foglie.
 Il maresciallo De Carli estrasse dalla tasca il messaggio ancora ripiegato e lo porse a Rosalda.

– Ecco – le disse – legga lei stessa la risposta…-.

La donna prese timidamente il foglio fra le mani e cercò di aprirlo senza romperlo, poiché la pioggia penetrata nella tasca lo aveva inumidito e reso fragile. L’acqua aveva intriso buona parte della carta  e la scritta a penna stilografica si stava sbiadendo a vista d’occhio ma la frase che vi era scritta si leggeva ancora bene ed era inequivocabile: 
“ Controllo Masseria Bosco è stato effettuato STOP nessun problema STOP  figlio Giovanni A.   dichiara buono stato signora Filomena P. compatibilmente con età STOP”
Il militare lasciò che la giovane  leggesse il dispaccio e, appena ne fu certo dal  movimento degli occhi di lei  che risalivano  verso il bordo superiore del foglio, con un vago tono di rimprovero aggiunse: – Signora, si rassereni e non dia più retta ai sogni, come dice un vostro proverbio. Stia tranquilla e pensi alla sua famiglia che alla signora Filomena ci stanno pensando i figli suoi -.  Dopo aver detto questo,  fece cenno al marito di uscire con lui: – Gino,  si munisca di un ombrello e venga a prendere il caffè con me…-. 
Rosalda leggeva e rileggeva il biglietto rimastole in mano. Contenta lo era, certamente, ma non pienamente soddisfatta da quelle poche parole rassicuranti. Benché non apprezzasse il tono paternalistico e vagamente canzonatorio del maresciallo,  lo  ringraziò più volte mentre lo accompagnava, per buona creanza, fin sulla porta del negozio.      
Quando i due uomini furono fuori, al riparo della pensilina liberty del bar, De Carli, guardando Gino dritto negli occhi, gli disse: 

– Gino, mi ascolti bene, ora il pensiero alla signora lo abbiamo levato. Se la tenga tranquilla e non la sovraccarichi di lavoro,  perché le donne vanno  in ansia e poi sfogano con i nervi. Ne ho viste tante di ragazze perdere il lume della ragione, ma erano spesso sole e senza mezzi. Sua moglie potrebbe vivere senza ansie, è necessario che abbia tanto da fare? La lasci a casa, a badare al bambino, a fare la mamma. Mi ascolti e non se ne pentirà. Ora… mi offra questo caffè,  e ne lasci pagato un altro per Esposito, con un biscotto alla mandorla. E’ il minimo che lei  possa fare oggi  per l’Arma dei Carabinieri – .
C’era un’aria greve e una sensazione di sospensione del tempo mentre Rosalda percorreva,  al crepuscolo,  la stradina che conduceva alla sua  casa natale. Camminava lentamente,  attraversando le pozzanghere su alcune larghe pietre, poste nell’acqua a protezione delle scarpe. Le ricordava bene quelle pietre.  Le sistemava così suo padre,  per lei, ad ogni inizio d’ inverno, quando la pioggia ristagnava per giorni e giorni sulla carreggiata argillosa.  Saltò istintivamente da una pietra all’altra, come quando ritornava dalla  scuola da bambina, pensando che doveva chiudere,  a tutti i costi, quella parentesi. Si era preoccupata inutilmente e aveva fatto preoccupare il marito, trascinando nel ridicolo  anche la famiglia. Rivedendo la situazione alla luce dell’esito delle indagini dei carabinieri, si giudicava, ora,  anche un po’ sciocca e cominciava  a pensare che, forse,  aveva proprio ragione il maresciallo, che le aveva consigliato di  pensare di più alla casa e al bambino. 

Bussò alla porta. Le aprì Maria, sua madre, come al solito vestita di nero. Il suo viso era pallido e inespressivo. 

-Ciao,  sei tu… – le disse, rimanendo sulla porta.     

-Ciao mamma, non sei contenta di vedermi? – 

-Certo che sono contenta, che domande mi fai…E’ solo che devo sbrigarmi, devo sistemare tutto, non ho tempo – disse l’anziana,  scostandosi dalla porta e  facendo entrare la figlia. 

Rosalda sentì il desiderio di abbracciare la madre, una strana sensazione di gioia  che le sorgeva spontanea e  incontenibile. Sentirsela fra le braccia e  poterle accarezzare i capelli, come faceva da bambina. Da tanti, troppi anni ciò non accadeva più. Ma Maria non le diede il tempo, si sedette e continuò il lavoro interrotto. 

-Cosa fai mamma? – le chiese- 

-Preparo un cuscino di foglie d’arancio. L’ho cucito questa notte, con questa bella pezza di lino che avevo da parte. Deve essere tutto  pronto –  rispose, mentre prendeva le foglie verdi e lucide, a manciate, e le inseriva nell’apertura laterale del cuscino, scuotendolo di tanto in tanto per assestare l’imbottitura. 

-A cosa serve , mamma, questo cuscino? Anzi, a chi serve? Non ti ho mai visto preparare un cuscino di foglie d’arancio…-

La mamma interruppe il lavoro,  la guardò negli occhi e le disse – E’ un cuscino speciale, Rosalda  –  per il letto di morte della tua madrina! Peccato, te l’aveva detto, in tutti i modi possibili…ma ormai è tardi! L’aspetto, ormai è imminente -. L’anziana aprì la porta che dava nella camera,  dove il letto era stato già sistemato con una coperta rossa di broccato e  i lumi già accesi. Sistemò il cuscino al suo posto. 

– Non può essere! Non può essere! -. Urlò  Rosalda, mentre tante figure silenziose entravano in casa e andavano ad allinerasi, in attesa,  intorno al catafalco  vuoto e già pronto. Sua madre,  suo padre, la zia Tetta, il nonno Uccio, la nonna Silvana e persino il cuginetto Aristide. Tutti i morti della famiglia stavano prendendo posto per la veglia…
-Noooooooo! – gridò Rosalda, con tutte le sue forze. L’urlo riecheggiò nella camera da letto e svegliò Gino e il piccolo Angelo, che si mise subito a piangere. 

Gino, allarmato, le chiese se avesse sognato di nuovo, mentre prendeva in braccio Angelo  e cercava di calmarlo.

– No,  non ho sognato – rispose Rosalda – sto bene, scusami, mi devo essere agitata nel sonno – . Poi abbracciò il figlio, che si era sistemato nel letto matrimoniale, fra lei e Gino. 

Fece finta di addormentarsi presto, per tranquillizzare il marito, e decise che l’indomani avrebbe affrontato la cosa diversamente, a modo suo….   
(Rosalda prenderà in mano la situazione, a modo suo, nella prossima puntata…)