Quando ritorni da un viaggio.

Quando torni da un viaggio…

 

Sulla sommità della Torre c’é sempre un vento impetuoso che ti fa stringere nel cappotto,  e ti spinge alla ricerca del lato meno esposto all’aria. Lassù  ti convinci che lo sguardo, se l’orizzonte non fosse così rarefatto,  oltrepasserebbe ogni immaginabile limite,  fino a percepire la sfericità della terra.

Ho visto un cielo di lapislazzuli,  incastonato nella volta di una cattedrale bizantina,  sulla collina di Montmatre. Angeli con le ali d’oro,  persi in un firmamento di stelle, anch’esse scintillanti d’oro.

 

Ho visto la facciata di Notre Dame,  da un osservatorio privilegiato,   realizzato temporaneamente  per un’occasione speciale,  che ti avvicina ai bassorilievi,  come se li potessi toccare. Ho visto la luce grigia di una giornata uggiosa filtrare attraverso le vetrate e diventare un caleidoscopio di colori e di immagini.

 

Ho navigato,  di notte,  su un battello che risaliva lentamente il fiume. Sui ponti,  illuminati da lampioni   dorati, le coppie si stringevano e suggellavano promesse.    

 

Sono arrivato sotto la piramide di cristallo, percorrendo la linea della rosa, con i rumori del traffico che si fermavano  nei timpani mentre ascoltavo già  una musica in crescendo di Hans Zimmer. Ci sono cascato, a discapito della mia autostima, soggiogato prima dalle pagine divorate  di un libro di qualche anno fa, tanto avvincente quanto sconclusionato, e poi dalla suggestiva ricostruzione cinematografica che allo stesso scritto ha fatto seguito.   Ho percorso i corridoi di quel  castello, scrigno delle bellezze artistiche più assolute, disturbando il sonno già  violato delle mummie,  inseguito dal mantello nero di Belfagor,  riaffiorato prepotentemente dai meandri della memoria per precipitarmi nel terrore,  ancora una volta.

Ho visitato Monna Lisa,  come si fa con una vecchia parente quando proprio non se ne può fare a meno. In realtà andavo a riprendere il mio posto proprio di fronte,  fra i commensali delle “Nozze” del Veronese. Mi ero congedato,  a fatica, da loro molti anni prima ed erano ancora tutti lì ad aspettarmi.

 

Ho visto un’antica stazione ferroviaria, ormai senza binari e treni. Si compra un biglietto reale  per un viaggio ideale che ti fa ammirare i paesaggi più straordinari, visti attraverso gli stessi occhi degli artisti che li hanno realizzati. Frammenti a colori di un mondo remoto o appena passato, comunque irripetibile.    

 

Ho visto giardini fioriti, come da noi neanche a primavera, dove ogni palmo di terreno è un bouquet montato da un bravo fioraio. Intorno alle fontane, animate da anatre variopinte e da cigni bianchi che veleggiano come sospinti dalla brezza, é facile trovare, impilate una sull’altra, una sedia o una sdraio per riposarsi o appisolarsi se spunta un raggio di sole tiepido.

Ho visto carnagioni bianchissime e occhi azzurri e trasparenti, non meno belli se appartenevano ai tratti vissuti di persone anziane. Ho visto pelli scure e capelli intrecciati, ho incrociato scie di profumi   speziati e pungenti, e uomini di tutte le razze che svolgevano i mestieri più disparati.

La cameriera era esile e bionda e anche lei aveva gli occhi azzurri. Dopo qualche esitazione, ha abbandonato il suo francese musicale e mi ha confessato di essere italiana, sconsigliandomi,  con atteggiamento complice, di ordinare il pesce. Come lei,   tanti ragazzi italiani si guadagnano la vita nei bistrot e nei ristoranti del centro.

Ho visto  una vecchia cantante, ormai senza voce, che si esibiva, ancora vestita da soubrette, sull’angolo di una strada. Si dondolava sulle gambe, probabilmente un tempo bellissime, seguendo istintivamente la musica. Cantava,  vibrando la “erre” come la Piaf, su una base registrata di motivi sudamericani,  affidandosi all’eco artificiale  per prolungare le sue note stanche.

Ho visto i barboni dormire a ridosso dei muri, senza scarpe e con i piedi incrostati dalla sporcizia e dalle piaghe. Uno di loro, in una fermata del metrò, strofinava il sedere nudo contro un sedile  per alleviare il prurito.

Ho visto una retata di ragazzine Rom, sorprese nelle loro attività di raggiro dei passanti, condotte di forza al posto di polizia. Facevano caciara e si contendevano un gradino troppo stretto per farle sedere tutte. Nei loro occhi qualcosa di ribelle e di selvatico, di ostile verso il mondo e di irrimediabilmente perso.

 

Quando torni da un viaggio c’è sempre qualcuno che vorrebbe sapere cos’hai visto…
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sotto al pitosforo

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Seduto sotto il pitosforo,

cerco l’ebbrezza della nuova fioritura

e schivo il sole, che già brucia il mezzogiorno.

La mia carne è terra rossa

graffiata da formiche,

le mie visceri attende, impaziente, la gazza.

Chiedo sostegno al tronco e

lascio che il sangue rincorra, solidale, la linfa.

I pensieri come le api

sciamano, avidi di bottini

di nettari e pollini nuovi.