Lo strano sogno di Rosalda 

Prima puntata – mini giallo vintage ispirato ad un fatto realmente accaduto.

LO STRANO SOGNO DI ROSALDA  (1ma  parte) Mini giallo a puntate, liberamente ispirato a una storia realmente accaduta.
“Lassa scarassatu u finesciu…” erano queste le parole,  rivolte al marito, con cui Rosalda chiudeva la giornata, mentre si sfilava lo spillone e i ferretti dalla crocchia voluminosa che portava sulla nuca. Poi srotolava piano piano la grossa treccia di capelli castani  e  la lisciava con le mani, con un movimento ripetuto, allungandosela  sul petto e sulla camicia da notte fino a che, perfettamente distesa, arrivava a sfiorarle la vita. Quell’invito, sebbene rappresentasse un’abitudine ormai consolidata nella coppia,  molto spesso sorprendeva Gino mentre era già crollato nel primo sonno. Allora l’uomo saltava giù dal giaciglio e, scalzo e in mutande, brancolava un po’, alla ricerca della cordicella che pendeva sul muro del suo lato del letto.  Dopo alcuni tentativi, tirando la corda con un ampio movimento del braccio,  riusciva a  socchiudere lo scuro della piccola  finestra,  posta in alto,  per consentire che il chiarore lunare non oscurasse totalmente la loro stanza dopo lo spegnimento del lume a petrolio. 
Rosalda si addormentava subito, dopo aver controllato e rimboccato le coperte del  loro piccolo, che già dormiva in un lettino messo di traverso alla pediera,  mentre Gino, dopo il risveglio di soprassalto, tardava a riappisolarsi e si concentrava, per conciliare il sonno, sul ritmo sereno e rassicurante dei respiri della moglie e del figlioletto.
Quando il tepore del focolare svaniva e il braciere ormai esalava solo odore di cenere, la loro camera diventava tanto  fredda che l’aria sembrava  addensarsi e penetrare  ogni angolo  di pelle che sfuggiva alle lenzuola e all’imbottita di “cammace” (bambagia).
 Una di quelle notti  freddissime Gino fu risvegliato dal suo sonno leggero. Gli fu netta l’impressione   che Rosalda non stesse bene. La moglie, infatti, si rigirava affannosamente, respingendo con le gambe  le coperte e bisbigliando parole che non avevano senso. Le toccò la fronte madida di sudore, poi  le accarezzò le spalle,  sentendo che  il suo corpo  era inspiegabilmente accaldato, nonostante il freddo gelido della stanza. La ricoprì  con la trapunta, perché non si raffreddasse,  e rimase sveglio  a controllarla  fino a quando, dopo circa una mezz’ora,  quello strano stato di agitazione sembrò  svanire e la donna riprese a riposare tranquilla, e così  fino al mattino.
Al risveglio,  Gino la trovò pensierosa. I suoi gesti abituali non erano naturali come ogni mattina  e  tutto, di lei, manifestava un malcelato turbamento. Pensò che quel disagio fosse causato  da preoccupazioni riconducibili ad impegni di lavoro della giornata che stava per iniziare.
 Rosalda era, infatti, la vera anima della piccola attività della giovane famiglia. Lui si era reso conto,  molto presto, dell’abilità della moglie negli affari e nel portare avanti  la contabilità del suo negozio. Per cui, mettendo da parte l’amor proprio e le battute ironiche dei parenti più stretti e degli amici, le aveva  lasciato carta bianca, ritagliandosi il compito, solo apparentemente secondario, di supporto e di controllo sull’azienda, rimanendo sempre vigile sulla sicurezza e incolumità della moglie. Il periodo era difficile, la prima guerra era finita da pochi anni e il fascismo era in ascesa anche nella provincia meridionale. C’era molta povertà e tanti disgraziati che vivevano di espedienti al limite del banditismo, ma la loro piccola attività andava bene, grazie anche alla numerosa  e protettiva rete dei piccoli imprenditori della città, che avevano scoperto i vantaggi di “fare sistema”, come si direbbe oggi, in anticipo di alcuni decenni sulla storia. C’erano già i presupposti  perché Gino aprisse un nuovo negozio in un paese vicino e,  inoltre,  era pronto il progetto della casa che avrebbe costruito. 
Mentre la moglie preparava la zuppa di latte per il figlio, Gino si avvicinò e le chiese se tutto andasse bene. Lei annuì, rimanendo seria. Arrivò la nonna paterna del bimbo, che se ne occupava mentre i coniugi erano al lavoro. I due indossarono i cappotti  e presero la strada per il negozio, cercando di evitare  le pozzanghere e il fango della via sterrata. Durante il tragitto il marito fu tentato più volte di chiederle se ricordasse qualcosa della notte che era appena trascorsa  ma temeva di preoccuparla e di intristirla ancora di più. Decise, pertanto, che gliene avrebbe  parlato nel corso della giornata. Fu  invece lei che, appena arrivati in piazza e prima di aprire il negozio,  ruppe il suo inusuale mutismo  e gli comunicò, senza fare giri di parole, di aver fatto un sogno terrificante. 

-Ho sognato – gli disse – la mia madrina Filomena rinchiusa in un luogo buio e freddo. Un posto sporco,  pieno di vermi e di topi. “A nunna Nena me chiamava, me chiamava…”-. 

-Nunddà retta a sonni…- rispose Gino, rassicurato dal fatto che il malessere della moglie si potesse ricondurre solo ad un brutto sogno.

-Gino, dobbiamo fare qualcosa, andiamo dai Carabinieri! – gli disse allora la moglie con tono deciso – mandiamoli a fare un controllo alla masseria!-. 
La Nunna Nena viveva, infatti,  con i suoi tre figli, allevatori e contadini,  in una masseria di un feudo lontano. Ci voleva quasi una giornata di carro per arrivarci, se non si aveva la possibilità di utilizzare una delle rarissime autovetture con l’autista. Oramai  erano anni che madrina e figlioccia non  si vedevano e che si erano interrotti i reciproci saluti  che, in precedenza, usavano scambiarsi tramite comuni conoscenti o con  i carrettieri che battevano quella zona.      
– “Carabbinieri,  ma si mpacciuta? Ca se tutti erane scire alli carabbinieri quannu se sonnane e  discrazie… Lassa perdere, ca anni de vita l’hai dati alla Nunna Nena. Pe’ l’anima te li morti, penza cu stai bbona!”   
Detto questo,  la prese con decisione per il braccio e la spinse dolcemente all’interno del negozio. Gino aveva chiuso il discorso e non ne voleva più riparlare. 
La notte successiva il malessere di Rosalda si ripeté con le stesse modalità della precedente e il marito decise, questa volta,  di svegliarla per porre subito fine all’incubo. La donna si destò  e, in lacrime, confermò di aver fatto lo stesso, terribile, sogno. Aveva visto la sua madrina distesa, allo stremo delle forze, nella sporcizia e negli escrementi, e la sua voce era diventata flebile come quella di una bambina. Nel sogno,  Nunna Nena la rimproverava di non averla aiutata.   Gino le promise che,  l’indomani,  avrebbe  fermato il maresciallo dei Carabinieri mentre prendeva il caffè al bar di fronte al negozio. Gli avrebbe comunicato la preoccupazione della moglie e  richiesto di fare un controllo alla masseria di Donna Filomena.

 

(Continua)
Nella foto: paesaggio di Giuseppe Diso (Coll.  Priv)

Annunci

Prima domenica di febbraio, pensieri a piacere

​Le panchine di legno sono comode e accoglienti. Quando ti ci siedi, anche in pieno inverno, non senti il freddo metallico  che ti attraversa gli indumenti. Se poi sono fissate su un bel selciato antico e riparate dal vento dai muri alti e secolari della piazzetta dell’orologio (che segna le tredici) il relax è assicurato. A quest’ora sono pochi i turisti e le coppie che passeggiano,  a passo lento, sul corso e i negozianti hanno iniziato a ritirare i pannelli con i souvenir e con tutta quella chincaglieria  inutile che ha un unico pregio, quello di  colorare la stretta strada con tinte sgargianti. 

Dei giovani mi passano vicino, parlano di lavoro. Uno di loro dice che per fare il cameriere bisogna avere una grande dose di umiltà e pazienza. Perché, per molta gente, anche se sei laureato, quando lavori in un ristorante  sei solo un servo e devi accorrere allo schioccare delle dita (e non penso che si riferiscano solo ai clienti). Ascoltandoli, mi rendo conto che tanti locali sono chiusi e alcune vetrine sono impolverate e nascoste da fogli di carta da imballaggio. Presto, qui sarà ora di organizzare le riaperture, di assumere gli stagionali, stagionali laureati. 

     
Cerco di concentrarmi sullo scampolo di mare (ma forse è solo un angolino di cielo più azzurro) che mi sembra di intravedere sulla stradina che,  dalla piazzetta, conduce direttamente al lungomare. Questo inverno anomalo mi ha reso insofferente alle rappresentazioni e alle riproduzioni, che siano quadri, foto o cartoline. Cerco di godermi i panorami al naturale, quando li ho a disposizione,  facendo ricorso a tutte la mie capacità sensoriali. Lo smartphone oggi è rimasto a casa, eppure mi sarebbe servito, non per fotografare e filmare ma  per prendere appunti. I pensieri vanno fissati,  perché svaniscono,  ancor prima  dei colori dei panorami, portandosi via quelle singole e insostituibili parole che fanno il senso e l’estetica del concetto,  o del ragionamento, che si vuole condividere. Ed è inutile cercare di sostituirle.
 Infilo freneticamente  le mani negli stretti scomparti del borsello. Ho due penne e una matita e neanche un pezzo di carta (io che porto con me  sempre un taccuino). Ho anche due campioncini di profumo, omaggio per l’acquisto dei regali di Natale, ancora fissati al loro cartoncino pubblicitario.  Li spruzzo sul dorso della mano senza convinzione, annuso un attimo e, constatato che entrambi non rientrano nei miei gusti,  li butto nel vicino cestino dei rifiuti. Se non lo facessi ora,  so già che li userei in un prossimo viaggio,  quando l’acqua di colonia abituale, per forza di cose,  rimane a casa per motivi di ingombro e di passaggi ai controlli in aeroporto. E allora preferisco disfarmene, perché non vorrei mai più  ripetere il conflitto interiore olfattivo,  scatenato dal “profumarsi  una vacanza” con un’essenza aliena.
Un commerciante, che mi conosce, mi viene incontro e mi chiede se ho bisogno di qualcosa. Vedermi seduto alla panchina,  da solo e all’ora di pranzo,  gli fa strano. Mi chiedo se non avverta anche lui la pace di quel momento,  se non veda il cielo celeste pallido che si apre sulla piazza e sulle strade che vi convergono a stella, e non senta l’odore del mare,  che risale dal vicolo, insieme a quello del sugo di pomodoro che sobbolle in una casa vicina. Lo ringrazio e gli rispondo di no, che va tutto bene, non ho capogiri,  né altri malesseri. Mi saluta e va via,  a braccetto con la moglie, sopraggiunta dopo aver chiuso a doppia mandata la porta del negozio. Ho buone  speranze di non assuefarmi mai, come invece è accaduto a lui, alla bellezza.  

Personaggi della Maglie che fu: “Cesira e Mmaculata”

CULTURA SALENTINA

di Lorenzo De Donno

cccccccc Mutti Adolfo (1893/ 1980), ”Ritratto di donna anziana”

Cesira ed Immacolata.  Ho sempre pensato che fossero sorelle e, forse, lo erano veramente. Cesira negli anni 70 era già molto anziana. La ricordo nella sua bottega di via “Pisanelli”, una casa-bottega per la precisione.

View original post 1.268 altre parole

La Chevrolet Impala del ’59

CULTURA SALENTINA

chevrolet_impala_1959_images_1Premessa: ho scritto questa storia solo per me stesso. Suppongo che possa interessare solo a chi è nato con la passione delle auto. Gli altri sono dispensati o, quantomeno, avvertiti.

Da noi le “cose” succedevano sempre d’estate. E le nostre estati erano tutte terribilmente calde, tanto calde che le case dei piani alti diventavano fornaci da cui sfuggire durante le ore centrali del giorno. Avendone la possibilità, si andava alla ricerca di un intervallo di refrigerio al mare o in campagna, sotto le fronde dei fichi e dei noci, ma si doveva ritornare necessariamente di sera, cercando di riuscire, in qualche modo, a riposare.

View original post 1.113 altre parole

Vale la pena, sempre


Soffro di vertigini, per questo ho rigettato l’idea di proseguire il sentiero che si inerpica, copiando un ripido costone, su uno spuntone di roccia. Da lassù si domina la Gola di Ravenna (denominazione che ingannerebbe chiunque se non fossimo in Germania e nella regione della Foresta Nera, per giunta) e il mercatino di Natale scintillante che viene allestito sotto l’enorme ponte di pietra che la sovrasta. C’è un lembo di cielo ancora chiaro, nello stretto spazio fra le due montagne, e c’è anche una bella luna, a tratti velata da nubi veloci. Basterà a rischiarare il percorso? 
Gli altri componenti del gruppo si sono avventurati nella salita, nonostante il buio, il ghiaccio e il pietrisco che rende il percorso sdrucciolevole. Li ho seguiti con lo sguardo fino a quando ho visto le loro sagome fondersi in un cordone di ombre in movimento. Ancora più in alto, distinguo solo i puntini di luce bianca dei cellulari e i flash delle foto. 
Immagino che le riprese, da lassù, saranno suggestive proprio come il panorama riprodotto sui depliant turistici. Un’abile regia, infatti, sta illuminando di blu, con fari potenti, i piloni del grande ponte di pietra che attraversa la gola. Tutt’intorno sono state accese altre luci colorate e, in alcuni angoli del fitto bosco e nei sentieri, sono apparsi (per la gioia dei più piccoli) i pupazzi dei personaggi delle favole, gnomi ed elfi.
Sono le 17 precise, le due grandi lancette di ferro lo indicano sul grande quadrante di una casa- orologio di legno che sembra uscita dalle pagine di un libro dei fratelli Grimm. Il cuculo si affaccia da una finestra verde, proprio sotto la cuspide del tetto e, muovendosi a scatti, scandisce le ore con un verso bitonale, prodotto da un vecchio mantice che soffia in due canne d’organetto. Due coppie di ballerini meccanici fuoriescono da un’apertura sul balcone posto sotto la finestrella e lo percorrono tutto, piroettando a tempo di valzer, fino a sparire in una porticina sull’altro lato. Viene il desiderio irrefrenabile di possedere un cucù in casa propria, per quanto anacronistico possa sembrare un ticchettante orologio meccanico appeso al muro. 
Anche il ruscello che scorre nel fondo della gola, e che costeggia il mercatino, è stato illuminato con dei fari a ultravioletto e il ghiaccio, spesso e trasparente, che ricopre i grossi sassi levigati  è diventato luminescente come un vaso di cristallo di marca. Un vicino laghetto, privo di movimento d’acqua è, invece, completamente ghiacciato.

 

Il freddo è intenso, siamo intorno allo zero, e, per scaldarmi le mani, raggiungo uno dei grandi bracieri che ardono lungo il percorso turistico. Di tanto in tanto, un omone dalla faccia rossa e con grandi mani nodose abbandona la sua griglia dove sorveglia la lenta cottura di alcuni filetti di salmone, inchiodati su tavole di legno, poste di fianco alle braci. Viene verso di noi a grandi passi, rinfocola e alimenta il braciere gettando nel fuoco grossi ciocchi di legno, senza apparente sforzo.
Si allontana un po’ di gente e mi accorgo che vicino a me c’è un’anziana signora su una sedia a rotelle, avvolta in una grande sciarpa rosa e con un plaid sulle gambe. I suoi accompagnatori l’hanno posizionata al caldo, forse giusto per il tempo di andare a prenderle una tazza di bevanda fumante. 

La signora mi guarda e mi sorride dietro i suoi spessi occhiali da miope; il suo volto esprime cordialità e contentezza. Non si fa fatica ad essere sereni in questo contesto. Ogni particolare gioca a reprimere i cattivi pensieri, quanto meno temporaneamente, in un angolo nascosto di noi stessi. C’è voglia di essere allegri, di avere reazioni di stupore conformi alle aspettative, covate in mesi di preparativi, prenotazioni e soldi spesi. La positività si percepisce, si vede stampata e condivisa nel volto dei presenti, coadiuvata da generose quantità di punch bollente, che esala vapori alcoolici profumati di spezie e scorze di agrumi.

Anch’io ho voluto dimenticare, in questi giorni, il fastidioso l’acciacco che mi porto dietro da qualche mese e che mi stava facendo annullare la partenza. Davanti a quella persona sfortunata, ritorno consapevole di me stesso e mi sento in colpa e a disagio per il disappunto provato nello scoprirmi vulnerabile, nel trovarmi nella condizione di dover accettare, a volte, aiuti esterni. Capisco quanto sia importante muoversi sulle proprie gambe e non avere alcun reale problema a cambiare i tre mezzi diversi che occorrono per arrivare in questo posto, nascosto nelle montagne della Baviera.
Mi chiedo, ora che sono qui, se ne vale la pena e a quali e in quali condizioni vorrei esserci comunque. Se non avessi le gambe,  qualcuno (scorgo mio figlio, di ritorno dalla scalata, che mi viene incontro) mi ci avrebbe portato, senza le braccia mi avrebbero coperto. Se non parlassi potrei comunque godere dei suoni e del panorama. Senza la vista e l’udito, infine, nessuno potrebbe privarmi di quest’aria frizzante, che profuma di muschio e di aghi d’abete. E allora mi dico che ne vale la pena, in ogni caso.
PS = Per ritrovare il proprio equilibrio non serve una meta “patinata”, può bastare un metro di spiaggia o uno scampolo di campagna…

Io preferivo pane e frittata

​Chi guarda regolarmente la Tv si sarà accorto che è partita una colossale campagna pubblicitaria che promuove, in questi giorni,  tutta la produzione Ferrero. Non che la famosa industria, vanto dell’imprenditoria italiana nel mondo,  abbia mai risparmiato quanto a promozioni,  ma questo scendere in campo in forze, con nuovi testimonial (Luca Argentero), a colpi di Rocher, Kinder e Nutella (con tanto di regalo di lampada a forma di vasetto) sebbene sia propedeutico per  la stagione fredda e giustificato anche dall’approssimarsi del Natale, ha l’aspetto di una massiccia controffensiva. 

Piano piano, infatti, le industrie dolciarie, per propria scelta etica  o sensibilizzate da una crescente richiesta dei consumatori, hanno iniziato a eliminare il “grasso di palma” o “olio di palma” dalla produzione di dolci e biscotti.   Il discusso olio vegetale di cui trattiamo è  alla base o rientra nella preparazione  di quasi tutti i  prodotti Ferrero.

L’azienda  ha chiaramente affermato che non intende cambiare la “materia grassa” utilizzata dei suoi dolci, garantendone l’assoluta liceità della provenienza e sostenendone  la salubrità alimentare. 

 L’olio di palma viene prodotto, a bassissimo costo,  in aree tropicali dell’Indonesia e della Papua Nuova Guinea su terreni  la cui estensione è stata spesso sottratta alla foresta pluviale,  data alle fiamme per la “conversione” alla  nuova coltivazione di palmizi da olio. Parallelamente, in altre zone già a vocazione agricola,  sono sorte altre piantagioni,  ottenute  costringendo i proprietari delle terre, con vari metodi,  leciti e meno leciti, ad abbandonare le  colture cerealicole, i frutteti e il pascolo. Non è un caso che l’Indonesia risulti,  oggi , il terzo paese inquinante al modo ai fini dell’effetto serra,  a causa dei continui ed inarrestabili  incendi delle sue foreste.

 La Ferrero,  più volte,  ha dichiarato e documentato che il suo olio di palma proviene da coltivazioni lecite e certificate e nulla, in effetti,  le può essere addebitato al riguardo. 

Il secondo aspetto negativo è rappresentato dalla composizione stessa dell’olio di palma che,  per la presenza di acidi grassi saturi,  è potenzialmente nocivo alla salute e rappresenta un fattore di rischio per le malattie cardiovascolari e  per l’obesità. Ci vuol poco ad affermare, senza star qui a fare l’elenco,  che quasi ogni altro tipo di olio vegetale è più costoso e  meno dannoso di quello di palma. E quali sono, allora i suoi pregi, oltre al costo bassissimo ? L’assoluto sapore “neutro”, che si adatta ottimamente alla preparazioni dolciarie,  essendo lo stesso privo di sentori, tanfi o retrogusti; la capacità di amalgamarsi (specialmente se abbinato alle lecitine) agli altri ingredienti, rendendo imbattibile la “scioglievolezza” delle creme; la facilità  di sostituirsi al pregiato e costoso  burro di cacao nella produzione di cioccolato. Un altro pregio, che rimane teorico, è la ricchezza di vitamine all’atto della spremitura,  che si perde totalmente, purtroppo, nella necessaria fase di raffinazione industriale.                     

Non voglio “sparare” a zero sulla Nutella. Leggendone la storia,   parallelamente a quella della società dagli anni  60 in poi, non se ne può disconoscere il successo  planetario e quasi “necessario”. La famosa crema alle nocciole (che non hanno mai superato il 15%  del contenuto) nacque alla  fine degli anni 50,  con la denominazione di  “Supercrema Ferreno” quale evoluzione della più antica “Cremalba” (una precedente crema spalmabile più compatta, a base di  zucchero,  aroma vaniglia e coloranti, distribuita in latte da 3 chili e  venduta a peso nei negozi di alimentari). Nel 63 ne fu variato il nome in Nutella e, da quel momento, esportata in tutto il mondo.  La Nutella divenne il più facile companatico, economico eppure trasversale,  che non imbarazzava,  a scuola,  i ragazzini che non potevano permettersi i  panini al prosciutto. Risolveva  in fretta il problema delle mamme (lavoratrici e non)  e le inappetenze dei bambini che non rifiutavano mai colazione e merenda al sapore di cioccolato. Farciva ogni torta e ciambella e riabilitava anche l’ultimo pezzetto di pane del giorno prima rimasto nel cestino. Da non trascurare, inoltre, il fattore psicologico e consolatorio, quello ludico, fino ad alimentare e a rendere possibili fantasie erotiche. Alimento dell’appagamento immediato  e causa di consapevole assuefazione determinata non dal cacao, come si potrebbe ritenere, ma dall’altissima quantità di zucchero.   Di cioccolato, però,  ne conteneva (allora come oggi) veramente poco:  il 7,5%, insieme a circa un 10% di latte in polvere.  Se volessimo tirare le somme delle “materie nobili” su 100 grammi di Nutella,  fra nocciole, cacao e  latte in polvere, arriviamo a poco più di 30 grammi di ingredienti di  qualità. Quello che rimane (70 grammi ) è rappresentato da olio di palma e zucchero, tanto zucchero. Nei gruppi di  vegani, come in quelli di  non fumatori,  spesso i principali integralisti ed intransigenti sono i “convertiti” dell’ultimo minuto. Io, avendo sempre mangiato poca Nutella (da bambino  preferivo di gran lunga i panini con la frittata) ho sempre mantenuto un atteggiamento distaccato, pertanto  non ho urgenza di fare  proclami e proseliti. Una  cosa la vorrei dire, però. Anzi,  è un’amara constatazione. La Nutella non si è evoluta con il maturare di nuove sensibilità sull’ambiente e sulla nutrizione. E’ prodotto rimasto inalterato nella sua ricetta,  oramai anacronistica,  quasi da archeologia alimentare, che avrebbe bisogno di “invertire le dosi”, basterebbe usare più nocciole, più cacao e meno ( e diverso) olio  e zucchero. Altre aziende lo hanno già fatto, i loro prodotti costano qualcosa in più e sono ugualmente buoni (sanno più di cioccolato e nocciole, è ovvio). Il mercato sarebbe maturo per accogliere una Nutella aggiornata ai tempi, più ecologica e salutare, e anche per ricevere messaggi pubblicitari meno fuorvianti in tema di corretta alimentazione.       

Il piccolo mondo di Carlo (Storie di strada n. 19)

Quando e come sia comparso nel nostro quartiere non saprei dirlo. Non l’abbiamo visto bambino e neanche crescere e diventare adulto in mezzo a noi. Non conosco nemmeno il suo cognome. So che un giorno, alcuni anni fa, qualcuno me lo indicò e mi disse il suo nome, Carlo. Chiacchierava con dei ragazzini sotto casa mia e si sospettò, ingiustamente, che non avesse buone intenzioni. Furono i giovanissimi, infatti, a conoscerlo per primi e, da quel momento, ne divennero amici e non lo maltrattarono mai (come può capitare quando si fanno beffe di persone non omologate) .

Oggi ha un’età indefinita, fra i quaranta e i cinquant’anni, carnagione e capelli scuri, un volto scavato che sembra prematuramente invecchiato.

Non so esattamente di cosa soffra, o quale sia il suo disagio, ma lui sembra non soffrire, nè provare disagi per la sua particolare condizione. Vive in un suo mondo che, dall’esterno, ci vuol poco a giudicare “semplificato”, perché circoscritto in due strade e una piazza, che lui percorre in lungo e in largo per tutto il giorno, a volte a braccetto con la vecchia mamma (che fatica a stargli a fianco), che accompagna a fare la spesa. Mai assente, sempre attento, educato, sorridente.

Carlo non supera mai i confini invisibili del suo piccolo mondo, non l’ho mai incontrato in centro, lontano dal suo rione. Dispensa sorrisi e saluti a tutti e si affretta a dare una mano, quando gli capita, a chi ne ha bisogno.

Ogni mattina lo incontro appena fuori dal cancello di casa mia, lui cammina sull’altro marciapiede, in direzione opposta, diretto verso la statua di Padre Pio. Con la coda dell’occhio mi ha già notato e aspetta il momento buono per darmi il suo squillante buongiorno, allungando e rafforzando la “o” finale, come un punto esclamativo.

Lui continua così per tutta la giornata, facendo su e giù e sorridendo a tutti, sbracciandosi in saluti mentre percorre, con il suo passo svelto, le sue due strade e si affaccia sulla piazza del rione, voltandosi a destra e sinistra perché nessuno, proprio nessuno, gli sfugga.