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Mr. George Davis and his wife

George e sua moglie Eveline sono i protagonisti degli episodi di questa micro raccolta. Londinesi (ma solo per vezzo narrativo perchè le storie potrebbero essere ambientate ovunque), sono due coniugi benestanti di mezza età. I loro siparietti divertenti, ma non privi di spunti di riflessione, ripropongono i temi classici del rapporto di coppia. Gli episodi qui raggruppati (che si incrementeranno dei successivi) sono indipendenti e quindi leggibili separatamente, come nelle sitcom televisive degli anni 80.

Episodio: La cerimonia mancata (i nuovi episodi vengono aggiunti sotto, mano a mano che vengono scritti, per averli tutti in un’unica raccolta).

-Mhmm… Sono indeciso, Sir Reginald! – disse ad alta voce George, con il mento appoggiato sul palmo della mano sinistra mentre, con l’altra, scriveva qualcosa su un foglio di carta. Si rivolgeva, come ogni volta che doveva prendere una decisione di una certa importanza, al ritratto del suo trisavolo che era appeso sul camino della sala.

– Non so se a Geremy darò il cronografo e a Little John il subacqueo. Oggettivamente c’è un valore diverso fra i due orologi… Dovrei pensare a una donazione integrativa per chi, dei due, avrà il subacqueo…-. Sir Reginald, come ogni volta, rimase muto, con lo sguardo fisso al lampadario della stanza, ma George – e suo padre prima di lui – dicevano di saper riconoscere, nell’espressione del dipinto, delle impercettibili variazioni d’umore che volevano significare approvazione o diniego. Né lui, né suo padre avrebbero mai affermato che il quadro di Sir Reginald si animasse davvero, entrambi erano convinti, però, di aver affinato reali capacità medianiche verso il loro ascendente immortalato nel ritratto.

-Certo, Sir Reginald! – continuò – Credo che, con quella smorfia, tu mi voglia dire che, al posto di questi, potrei donare il Patek e l’IWC, ma ti confesso che quelli vorrei portarli ancora io, almeno per qualche anno…-.

Eveline entrò nel cottage, carica di pacchi e di sacchetti griffati di cartone lucido. Arrivò in sala ticchettando con i tacchi sul parquet, si avvicinò al divano e vi lasciò cadere sopra il suo prezioso carico, come se fosse un bottino di guerra esibito al rientro in patria. Poi si tolse le scarpe, perdendo – in un sol colpo – una bella manciata di centimetri in altezza.

-Sono stanca morta – disse, rivolgendosi al marito e tirando un lungo sospiro di sollievo. Si distese sulla poltrona vicina al camino e lasciò cadere le braccia, penzoloni, lungo i braccioli imbottiti. Rimase qualche secondo con gli occhi socchiusi; poi si rianimò, raccolse una delle scarpe dal pavimento e cominciò a osservarla con una certa ammirazione. -… E non sopporto proprio più queste scarpe con il tacco così alto. E’ ora che mi converta definitivamente a qualcosa di più comodo. Non so…delle sneachers con la suola di gomma, magari con solo un po’ di rialzo, giusto per non camminare proprio al di sotto dell’altezza media del genere femminile… -. Fece girare la scarpa intorno al suo indice e, quando la rotazione divenne sostenuta, la lasciò volare via, dietro al divano: – Scarpe italiane…Siete bellissime! – concluse – ma non ho più l’età per fare l’equilibrismo sui trampoli. Questo è un addio!-.

George, seduto al suo scrittoio, alzò appena lo sguardo oltre le lenti del suoi occhialini d’oro da presbite, inclinò la testa sul lato destro, come quando intendeva fare lo spiritoso, e le rispose: -Il tuo essere stanca morta, al rientro di un pomeriggio intenso di shopping compulsivo da saldi, mi diverte e mi addolora, mia cara…-

– Sir George! – lo interruppe lei, indispettita, scandendo il suo nome – Se la mia spossatezza ti diverte davvero tanto, vuol dire che, in venticinque anni di matrimonio, non ho mai isolato, nei tuoi comportamenti, questa tua vena di sadismo. Quanto al tuo “dolore” – aggiunse con tono sarcastico – anche questo mi è del tutto inedito, quanto meno per la circostanza, e ho bisogno che tu mi aiuti a capire…-.

– Dai.. non te la prendere, Milady! – ribattè il marito – Il “divertimento” è tutto nel conoscere già perfettamente, dopo i venticinque anni di felice convivenza che tu citi, ogni tua forma di stanchezza. Questa, che manifesti ora, è, per esempio, sicuramente una stanchezza positiva, d’appagamento! Probabilmente hai fatto degli ottimi acquisti –. Poi sollevò gli occhi verso l’alto, come a pescare nel bagaglio dei ricordi belli: – Mi ricorda molto quel tuo riprendere il fiato dopo che facevano l’amore…”Quando” facevamo l’amore!- sottolineò George, sospirando anch’egli e simulando di voler ritornare ad occuparsi della lucidatura dei suoi orologi, disposti in bella mostra sulla scrivania. Poi scosse la testa, come davanti a un fatto irrimediabile, e aggiunse: – Ed è questa la spiegazione del dolore: pura nostalgia!-.

Non ebbe il tempo di finire di parlare che fu investito da uno dei pesanti cuscini del divano. Dopo l’impatto inaspettato, si ritrovò con il ciuffo scompigliato e gli occhialini di traverso, con un’astina deformata. Eveline rise di gusto: – Ah! Ah! Ah! Sembri uno di quegli strani uccelli con il ciuffo in testa che abbiamo visto in Malesia! –

-Non sei carina e non accetti più l’ironia come una volta… Sarà la maturità! – continuò a punzecchiarla lui, risistemandosi, con veloci movimenti delle dita, la ciocca brizzolata ricadente sulla fronte.

-Mi pento di averti chiesto spiegazioni George. Per la tua impertinenza, tieni come anticipo la cuscinata che hai appena ricevuto! Con la tua battuta sulla nostra intimità hai trasformato quello che era appena un “passato prossimo” e che poteva avere speranza di presente e di futuro, in un definitivo passato remoto! – La donna uscì dalla stanza per andare ad appendere il cappotto, ancora umido di pioggia, all’attaccapanni dell’ingresso. Dopo un minuto ritornò in sala con delle curiose pantofole di pelo ai piedi e con uno scialle lungo, avvolto due volte intorno alle spalle. George rivolse di nuovo lo sguardo al quadro sul camino, cercando di interpretare l’espressione di Sir Reginald. Gli sembrò che il ritratto, questa volta, accennasse un sorriso.- Buon segno – pensò – mi suggerisce distensione e pacificazione!-. Decise, allora, di cercare di stemperare la tensione generata dall’alterco precedente.

-Nella concitazione di prima – le disse, con tono seduttivo – ho dimenticato di farti i complimenti per il nuovo taglio dei capelli…-

-Davvero dici? – gli rispose Eveline – scrollando la testa a destra e a sinistra. Il suo caschetto rosso sembrò scompigliarsi per poi ritornare perfetto. Il suo parrucchiere, quella mattina, le aveva suggerito, con tutto il tatto possibile, di ridurre la lunghezza dei suoi lunghi capelli ramati, per renderla più consona alla sua età, e lei era ancora in dubbio sul taglio drastico appena subito. – Eppure – continuò lei – quando ci conoscemmo ci tenesti a ribadire che il tuo ideale femminile era agli antipodi dal mio fototipo. Ti piacevano le brune latine, con lunghi capelli neri mentre io ero, sono, rossa e con la pelle bianchissima-.

– Il mio ideale femminile non è mai cambiato, Eveline. – le rispose lui – Le preferenze, anche nei sapori, si fissano alla personalità di un uomo in uno specifico momento della vita e non cambiano più. La mia preferenza è sempre per il tè nero ed è sempre per le brune con lunghi capelli corvini, meglio se mulatte…-

-Questa precisazione è gratuita e sgradevole, dovrei compatirti per esserti sposato con il tuo “anti-ideale” di donna e…-

– Tutt’altro – la interruppe lui – dovresti rallegrarti per me perché ho incontrato il vero amore che ha superato ogni stereotipo. Quale migliore garanzia del mio amore, in questi venticinque anni, è stata – per te – saperti amata e desiderata da una persona che aveva ideali totalmente opposti? Se ci rifletti, è stata proprio una fortuna reciproca, una sorta di quadratura del cerchio… Invece tu, come tanti altri che si preoccupano senza motivo, hai trascurato il fatto di aver ricevuto, con me, anche una valida garanzia di tenuta del nostro rapporto … Che spreco!-.

Eveline, a quelle parole, sembrò ammorbidirsi: – Sir George, tu trovi sempre il modo di fregarmi. O, almeno, lo pensi. Sappi, però, che sono sempre io a decidere di farmi fregare e a decidere anche la scadenza della garanzia!-.

In quel momento si sentì strombazzare un’auto nel giardino, e poi il rumore delle gomme in manovra sulla ghiaia del viale. Eveline corse alla finestra a vedere chi fosse. – E’ Little John – disse, tutta contenta – E’ già arrivato. Ma…di Geremy hai notizie?-

-No – rispose il marito – l’ho sentito ieri, quando l’ho invitato a cena e, da quel momento, non più-.

-Ma hai almeno comunicato a entrambi che durante questa cena officerai la cerimonia del “hand down” (tramandare) e che donerai a ognuno di loro un tuo prezioso oggetto personale?-.

-Scherzi, Eveline? – rispose George – sarà una sorpresa, come lo è stato per me. Ricordo ancora: era una buia serata d’autunno quando mio padre, Sir Geremy Davis, prima di sedere a cena, mi condusse nel suo studio e, alla presenza di tutta la famiglia e del personale di servizio, mi regalò il suo orologio d’oro e i suoi gemelli con i brillanti. Mi disse che un giorno, che si augurava quanto più tardi possibile, lui sarebbe morto e io avrei ereditato tutto il patrimonio di famiglia. Ma era conscio che, dopo la sua morte, i suoi oggetti personali, per quanto preziosi, sarebbero diventati, per me, una reliquia, perché appartenuti a un morto, benché di famiglia. Allora, per avere la garanzia che gli oggetti ai quali era più affezionato continuassero ad essere usati tutti i giorni e che rappresentassero un suo ricordo vivo e costante, e non un reperto custodito in una cassetta di sicurezza, era necessario che mi fossero donati in vita. Accettando, avrei dovuto impegnarmi a usare, tutti i giorni, quei beni come se fossero stati sempre miei. Solo così il passaggio di proprietà da padre a figlio si sarebbe compiuto e, alla sua morte, quegli oggetti non avrebbero fatto parte dell’eredità come un numero in un elenco, nè come una reliquia da venerare-.

-Mi sembra grottesco – sentenziò Eveline – ma non sarò certo io a rovinare le tue tradizioni di famiglia. Vado ad aprire…-.

– Vai pure, io vado a indossare la giacca di tweed per avere un minimo di formalità…per la cerimonia!-

Eveline corse alla porta. Little John salì velocemente i gradini del portico e abbracciò la madre. Nel frattempo arrivò anche il van di Geremy. Il ragazzo lo parcheggiò più distante, per non bloccare il passaggio, e si diresse verso la casa con passo svelto. Una volta entrati nel cottage, Eveline sussurrò qualcosa ai figli e loro le fecero un cenno d’intesa. Poi si diresse verso la cucina, dove la loro cuoca-governante stava preparando la cena. I ragazzi andarono a chiacchierare nella sala, lasciando la porta socchiusa.

-Cosa pensi che darà a te? – Chiese Geremy al fratello minore.- Non saprei, uno dei suoi orologi, suppogo…- rispose Little John.

– Anch’io penso che darà a ognuno uno dei suoi orologi, anche se per lui sarà dura separarsene! Ma la tradizione di famiglia va rispettata.- . Nel frattempo George si era cambiato, aveva sceso le scale ed era in procinto di entrare nella sala, intenzionato a salutare i ragazzi. Li sentì parlare sommessamente e rimase dietro alla porta per carpire il senso del loro discorso.

– Ma tu – disse a un certo punto Geremy – cosa ne farai dell’orologio che ti darà papà? Lo porterai davvero al braccio?-.

– Mai portato un orologio al polso. Penso che lo venderò in un sito di aste internazionali on line e mi comprerò una nuova moto…. E tu?-

– Stavo pensando di cambiare il van. Con il ricavato della vendita dell’orologio, e con la permuta del mio mezzo, penso di prendere un bel California…-

– Praticamente… una camera da letto da portare in giro per il mondo! – sghignazzò Little John, ammiccando.

– Certo! L’hai capita allora! Ma se poi, a cose fatte, papà dovesse arrabbiarsi?-.

– Be’, gli diremmo che neanche lui porta mai l’orologio con catena del nonno…-.

Dietro alla porta, Sir George soffrì in silenzio per qualche istante, poi si sforzò di avere un atteggiamento rilassato, simulò un colpo di tosse ed entrò nella sala, esclamando: – Eccoli qua i miei due eredi! Pronti? Si va a cena!

-Ma papà, non ci hai invitati, stasera, per dirci qualcosa?- chiese Geremy.

-Nulla, proprio nulla che non vi possa dire in un’altra occasione. Forse l’anno prossimo, chissà? Forse mai!-.

Eveline li chiamò dalla sala da pranzo. Era pronto in tavola. Cenarono piacevolmente, come accadeva spesso. Dopo cena i ragazzi aggiornarono i genitori su progressi nel lavoro, chiesero consigli su pratiche da sbrigare e fatti burocratici. Ci fu anche un attimo per raccontare aneddoti curiosi accaduti a entrambi e per qualche confidenza sulla loro situazione sentimentale. Verso le 22,30 andarono via, senza che nessuno accennasse alla mancata cerimonia del “and down”. George chiuse la porta di casa, dopo aver congedato i figli e, ritrovandosi la moglie di fronte nella penombra dell’ingresso, non nascose la sua delusione. -Ho rimandato la cerimonia del “tramandare” a data da destinarsi, a quando dimostreranno maggiore maturità, e sono contento di averlo fatto. Se no, con i miei orologi, uno avrebbe comprato una moto e l’altro avrebbe cambiato il furgone…-.

– Ho dato un’occhiata alla tua scelta – gli disse Eveline – Anche tu hai barato, però! Invece di selezionare i due pezzi più belli della collezione, come da tradizione familiare, hai scelto i due orologi di più basso valore. E hai sicuramente imbrogliato anche lo spirito di Sir Reginald, rendendolo tuo complice. Caro George, i ragazzi li ho avvertiti io! Gli ho detto d’inventarsi qualcosa che ti inducesse a rimandare la cerimonia a data da destinarsi, quando veramente ti deciderai a cedere ai tuoi figli i veri pezzi forti della tua collezione…E, adesso, vienitene a letto! Dalla “tua” parte del letto!-.

EPISODIO: Scoiattoli a Hyde Park

– Sir George Davis, durerà ancora molto la tua scorta di noccioline? E comunque, puoi smettere, almeno quando ci sono io, di gesticolare come un matto? – chiese Eveline al marito. Seduta su una panchina di Hide Park, lungo il vialetto che si imbocca dall’ingresso di Bayswater Road e che costeggia, a destra, il The Long Water, aveva appena concluso un capitolo “neutro” del libro che stava leggendo, di quei capitoli che riepilogano e approfondiscono i fatti già accaduti senza nulla aggiungere alla storia, e non riteneva opportuno iniziare il successivo, dato che si avvicinava l’ora del brunch domenicale. George, pochi passi più avanti, era nei pressi della staccionata che separava il lungolago da una zona di vegetazione molto fitta. L’uomo estraeva dal suo borsello delle arachidi e, tenendole in punta di dita, faceva dondolare il braccio con movimenti ampi. Era il segnale “convenzionale” che indicava agli scoiattoli, nascosti sugli alberi e nei cespugli, che qualcuno aveva del cibo da distribuire loro. L’autunno era alle porte e i piccoli roditori erano nella fase di accumulo delle riserve.

George lanciò le noccioline residue, tutte in una volta, verso il boschetto e attese che uno degli scoiattoli, disceso timidamente dal tronco di una quercia, individuasse quel piccolo tesoro. Poi ritornò dalla moglie e si sedette anche lui sulla panchina. L’aria era pungente e il suo Baracuta doppiato di tartan cominciava ad essere un po’ troppo leggero. Tirò su la cerniera fino al colletto e socchiuse gli occhi per godersi il sole pallido. Eveline sembrava non avesse più fretta di andare via. Fissava l’acqua del laghetto, con il dito indice ancora fra le pagine del libro; forse seguiva con gli occhi la scia di un cigno che veleggiava senza fare alcun movimento che fosse visibile, come se fosse veramente sospinto dal vento.

– George, ma tu mi hai veramente amata in tutti questi anni? – gli domandò a bruciapelo.

– Suppongo, mia cara – rispose lui – che tu stia facendo, in questo periodo, delle pessime letture. Ma non mi sottraggo. È come se mi chiedessi se ti ho mai tradita. Forse tu vorresti chiedermi se ti ho mai tradita?-.

– No, no, George. Non sarebbe proprio la stessa cosa… – osservò lei – un tradimento è…un tradimento, lo dice la stessa parola! -.

– Diverso? Perché diverso? – ribatté George – entrambe le domande ora, in questo momento, esigerebbero una risposta obbligata, una menzogna a fin di bene, nel caso io non t’avessi mai amato oppure che ti avessi tradita. Entrambe le risposte ti ferirebbero irrimediabilmente, se fossi colpevole e confessassi. E, qualora ti rispondessi che non ti ho amata, per te sarebbe ancora importante, e più grave, se t’avessi anche tradita? Non credo. Vedi che conta di più essere amati?-

-E quindi? – chiese Eveline – dove vuoi arrivare? Vuoi confondermi le idee, George?

– Niente… sappi che sono legatissimo a te, come non mai, Eveline! Tu piuttosto, dovresti chiederti se ti sei sentita amata…-.

Lei sembrò prendersi un istante per riflettere – Ad essere sincera, sì, mi sono sentita amata e spero che tu lo abbia fatto sinceramente, visto che tu stesso mi riveli che non saresti sincero se non fosse così-.

– Forse è quello che conta veramente – continuò lui – sentirsi amati e fermarsi a quello, circoscrivere gli spazi. Vedi che non potrei mai dirti che non ti ho amata, qui, sulla sponda di questo laghetto, dopo venticinque anni di matrimonio, mentre siamo mano nella mano. Sarebbe un duplice e inutile suicidio, il mio e il tuo, uno sconveniente spreco di energie, di ricordi e di sentimenti-.

-Allora cambio la domanda – lo interruppe Eveline – sei mai stato felice con me?-.

– La felicità non appartiene agli adulti, è una prerogativa dei bambini. Gli adulti inseguono una sua approssimazione, un succedaneo, ma non hanno più il candore necessario per raggiungerla. In molti la sfiorano ma nessuno riesce realmente a possederla. Ciò non toglie che il tentativo sia legittimo. Vedi quel bambino con il suo papà, fermo davanti al carretto dei gelati? Saltella di gioia mentre il gelataio riempie una cialda di ice cream alla fragola. Ecco, forse quel bambino sta provando, in questo momento, l’autentica felicità.

-Gia! – osservò Eveline – i bambini hanno una felicità che si realizza in spazi ridotti, perché hanno ancora un’istintiva capacità di astrazione e il resto del mondo può rimane fuori dall’ambito di un gioco o di un carretto di gelati – Poi guardò negli occhi il marito: -George, sei stato molto intenso ma hai divagato. Se tu mi avessi chiesto se ti ho amato ti avrei dato una risposta univoca, se mi avessi chiesto se ti ho mai tradito ti avrei risposto con sincerità e, forse, avrei azzardato a darti anche una risposta sulla felicità – continuò Eveline, mentre riponeva il suo libro , spostando lo sguardo sugli oggetti che erano all’interno della borsa.

– Eveline Morris, cosa avresti risposto?-.-Ti avrei detto: lo sai che sei stato l’amore più importante della mia vita ma…ti ricordi quella volta che andai con un paio di colleghi al congresso di Dublino? E quell’ altra che tu ti fermasti a Parigi per affari? E quell’altra ancora… quando venne il nuovo giardiniere?- Eveline si alzò dalla panchina, si abbottonò il soprabito e iniziò a camminare velocemente verso l’ingresso del parco, lasciandosi dietro la scia del suo profumo e il colore acceso del suo caschetto di capelli rossi.

– Milady, dove credi di andare? Ritorna indietro, non abbiamo ancora finito di parlare! –

– Un’altra volta, Sir George, adesso ho fame! – rispose lei, voltandosi verso di lui. Sorrideva, beffarda.

– Una pessima lettura! – concluse lui, alzandosi dalla panchina – Decisamente… una pessima lettura!-.

EPISODIO: La cassiera

George si affrettò a depositare i sacchetti nel baule della sua Range Rover . Rimase per un istante con il dubbio se fosse più conveniente chiudere l’ombrello, riporlo nel baule e salire in macchina, rimanendo per qualche secondo esposto alla pioggia, scelta che avrebbe preservato la tappezzeria dell’auto, o cercare di sedersi e poi chiudere con destrezza il parapioggia, a sportello socchiuso, per riporlo fra il sedile e la portiera con una rotazione veloce del polso.

Eveline, dalla poltrona del passeggero, gli faceva cenno di affrettarsi. Lei aveva già allacciato la cintura di sicurezza, aveva tolto dal capo il suo basco di lana rossa, ormai appesantito dalla pioggia, e cercava di asciugarsi il viso e le mani con dei kleenex prelevati dal cassetto del cruscotto. Aveva le scarpe bagnate, i piedi gelati, e non vedeva l’ora di riscaldarsi davanti al caminetto acceso del cottage.

– Sei stato perfido con quella povera ragazza del negozio – disse, lapidaria, al marito, appena lui fu dentro, mentre abbassava l’aletta parasole per verificare, allo specchio, la tenuta del suo trucco.

– Vedo con piacere che non ti attardi più davanti allo specchietto, mia cara, non sarà perché temi di scoprire nuove rughe? – le rispose lui, mentre cercava di ravvivarsi con le dita il ciuffo inumidito che gli ricadeva sugli occhi. George era ancora giovanile, quasi uguale a quando aveva quarant’anni: fisico asciutto, portamento e fascino intatti e, soprattutto, capelli, tanti capelli folti. Non ne aveva perso uno!

– Penso che la categoria di ricchi più odiosi e più odiati siano quelli con tanti capelli – gli disse lei per provocarlo – La prossima volta che decidi di essere scortese con le persone, avvertimi. Farò volentieri a meno di uscire con te…-.

– Ecco, essere invidiato per i miei capelli dagli estranei è una cosa che mi può addirittura far piacere. Che questo sia oggetto del tuo sarcasmo è meno gradevole, mia cara. Ebbene sì, i miei capelli mi piacciono e, a volte, rimpiango di non essere nato venti centimetri più basso. Mi sarei risparmiato la vista di tante chieriche e di tante spietate ricrescite…- ribatté lui-.

La Range Rover del ’95, colore verde inglese, uscì dal parcheggio e imboccò un lungo viale alberato. – -Sembri un pulcino bagnato – riprese lui, con tono affettuoso, per stemperare il broncio di Eveline.

– Sono ancora arrabbiata – rispose lei – in fondo quella ragazza ti aveva fatto solo una domanda…-

– Indiscreta…Era una domanda indiscreta! – precisò lui.

– Ma ti aveva chiesto solo che profumo usassi. Voleva regalarlo al suo fidanzato… Perché infierire? Ah! Ora capisco! Hai risposto male solo perché ti sei sentito accomunato al fidanzato di una cassiera. È atteggiamento meschino, George Davis! -.

– Ti sbagli, ti sei fermata all’apparenza. In fondo cosa le ho detto? La verità! Che il mio profumo è irripetibile perché è la sintesi di una somma di profumi: di un’acqua di colonia, di un dopobarba in crema, di una saponetta, di uno shampoo e di un balsamo per i capelli, del detersivo della mia camicia e del cardigan, della baguette che avevo nel sacchetto, del fumo di Londra e, infine, dell’odore di cuoio invecchiato dei sedili della Range che mi rimane addosso…-

– Appunto! Ti sembrava una risposta da dare a una persona semplice? – ribatté Eveline, risentita.

– Mia cara, avresti preferito che le tivelassi il nome di un profumo di marca, per un fidanzato che sarà probabilmente anche calvo, che costa quasi quanto il suo stipendio e che non potrà mai permettersi? Quella sì, sarebbe stata un’umiliazione, se fosse andata in profumeria. Tanto, essere considerato uno snob non mi pesa. Domani, probabilmente, la ragazza andrà alla ricerca di un profumo che somigli al mio e, magari, lo troverà nella profumeria del rione e lo acquisterà per pochi Pound, convinta che sia quello. Noblesse oblige, mia cara Eveline…-

La moglie lo fissò, indecisa. Non sapeva se sorridere, apprezzare, o continuare a redarguirlo. Poi guardò fuori dal finestrino e gli disse – Non vedo l’ora di scaldarmi, a casa, davanti a una tazza di buon tè: un earl gray, profumato al bergamotto! Me lo devi!

– Sua signoria sarà servita!-.

EPISODIO: Il Detailing

A quell’ora Eveline, di norma, si sedeva a un divanetto comodo del soggiorno per leggere. Infatti lei era là, immersa in un thriller avvincente, con la testa un po’ retratta fra le spalle, in posizione di difesa, immedesimata – come accadeva sempre – con il personaggio femminile del libro. Questa volta era una detective sotto falsa identità e il serial killer stava per aggredirla alle spalle. Il rumore della porta d’ingresso che si richiudeva la fece sobbalzare. Poi George si affacciò nella sala del cottage: – Ti restituisco le chiavi della tua Mini. Piove ancora, tanto per cambiare – disse, rassegnato – E inizia a fare freddo. E’ proprio un’avvisaglia d’autunno… –

– Lascia nell’ingresso il tuo impermeabile, caro, non gocciolare per casa, la povera Mimy ha appena pulito. E’ ancora dal meccanico la nostra Range? – chiese Eveline, mentre il marito ritornava sui suoi passi per sistemare l’indumento bagnato sull’attaccapanni. -Ormai è lì da più di una settimana – continuò lei con tono seccato- e il doverci dividere la Mini comincia a pesarmi. Non che debba andare chissà dove, ma preferisco sapere che, se volessi, potrei recarmi a Londra in qualunque momento-.

– E’ stata tua la scelta di vivere in campagna, mia cara… e poi è un periodo transitorio. Puoi chiamare al mio ufficio e farti mandare Max con la macchina, oppure ci sono i taxi e la carta di credito; anzi, c’è anche Uber. Ce l’hai sul cellulare: basta un click e in pochissimi minuti ti ritrovi una Mercedes tirata a lucido sotto il cancello…-

-Lo sai che non amo le auto tedesche, George. Dimmi, invece, cosa stanno facendo alla nostra vecchia, cara Range?-.

– In questo momento è in un atelier di “detailing” – le rispose George – Il motore è stato rettificato, il carrozziere ha eliminato qualche graffietto e degli specialisti di detailing sono al lavoro per riportarla allo stato di “auto come appena uscita dal concessionario”. E’ un lavoro molto delicato-.

-Sì, va bene… – continuò lei – ma ormai abbiamo quella Range da qualche decennio. Non faresti meglio a prendere dal cassetto della scrivania il fascicolo degli assegni e andare in una concessionaria per comprarne una nuova, Sir George? Il progresso ha fatto passi da gigante in questi ultimi anni!-

– Un buon inglese non cambia mai la sua auto, specialmente se è un’auto di rango. Un modello come il nostro ce l’ha addirittura la Regina! Perché credi che nel centro di Londra circolino tante belle auto classiche? Perché gli inglesi comprano auto di prestigio e le mantengono efficienti nel tempo, a dispetto di mode e tendenze.

– Ci mancava anche questa! – lo interruppe Eveline – Un atelier per la macchina! Non sarà un sistema per far pagare più caro un lavoro che potrebbe fare, senza tanta enfasi, un’autocarrozzeria?

– No, ti sbagli! Il Detailing è diverso . La macchina viene scansionata da occhi clinici che verificano ogni minimo particolare e, dove viene rilevata una pecca, si interviene per eliminarla e per ripristinare l’integrità della parte.

-Continuo a non capire l’utilità di tutto ciò. In fondo, rimane una vecchia macchina e immagino che il conto per questo “detailing” sarà anche piuttosto salato-

– E’ vero, mi costerà qualche migliaio di sterline – disse lui – ma, credimi, mi ha affascinato soprattutto il sistema, oserei dire la filosofia che c’è alla base del lavoro. Questo processo nasce non da una visione dell’insieme, per cui è sufficiente che siano rispettate un numero minimo di condizioni per ritenersi soddisfatti, ma si parte dalla cura maniacale del particolare, come in un mosaico, perché tanti innumerevoli particolari, curati con la massima attenzione, portano alla perfezione del risultato. L’esatto contrario di quello che ci hanno insegnato negli ultimi cinquant’anni: badare a una soddisfacente mediocrità e fregarsene della qualità-.

– Non mi sembra una grande scoperta, ci vuole solo tempo, soldi e, ovviamente clienti che li possano spendere – ribatté Eveline, sempre più convinta che il marito stesse agendo contro i suoi interessi.

– Il detailing mi ha affascinato, non lo nego, è un po’ come certe tecniche che si ispirano alle filosofie orientali. Forse qualcosa di analogo si potrebbe applicare anche nelle case o, addirittura, nello studio della personalità della gente …-.

– Cosa intendi dire? – Domandò la moglie chiudendo definitivamente il libro – una sorta di “riordino giapponese”?-.

– Più o meno… Per esempio, vedi questo soggiorno? Apparentemente sembra perfetto ma lo è solo ai nostri occhi. Se venisse un esperto analizzerebbe tutto quello che non va bene e ti potrebbe indicare cosa eliminare, che non sia coerente con l’insieme, con l’epoca di costruzione, per esempio. Ti direbbe cosa si può aggiustare e migliorare, cosa ricostruire per avere un’atmosfera perfetta! Individuerebbe tante piccole pecche, apparentemente insignificanti, che ci sfuggono. Ma, per individuare le cose migliorabili in una casa, forse non è necessario neanche un esperto, basta scattare una foto e guardarla con spirito critico , sforzandosi di farlo come se fossero gli occhi di una persona estranea che osserva quell’ambiente per la prima volta…-.

– E alle persone, che “detailing” faresti? – Lo incalzò la moglie, con tono di sfida.

– Valutarle anche per i dettagli, per le sfumature nascoste del catattere e dei comportamenti, e non per ciò che fanno vedere a prima vista?- Azzardò lui.

-Mi hai convinta! – rispose Eveline, alzando un po’ la voce – Anzi, provvedo subito a fare le foto, come hai appena suggerito!- . Prese il suo cellulare e, selezionata l’applicazione della fotocamera, fece una serie di fotografie. Poi chiese al marito di fermarsi un attimo dov’era, nella sala, perché aveva da fotografare ancora qualcosa in giro nel cottage. George udì il ticchettio sul parquet dei sandali di lei che si allontanava, diretta verso il retro della casa. Ritornò quasi subito, aprì la galleria fotografica del cellulare e cominciò a sfogliare le foto appena scattate:- Mi sorprendi Sir George! Avevi ragione, le foto mi consentono di fare detailing, di capire subito cosa c’è che non va in questa casa…-

– Ne sono contento, e dimmi, anzi mostrami, cosa cambieresti in questa casa, dopo aver analizzato le immagini con il dovuto distacco?…-. Avvicinati…l’esperta sta per esprimersi! Ecco – gli indicò una foto scattata nel garage del cottage – L’esperta mi dice, e ti dice, che questo garage pieno di cianfrusaglie va sgombrato e ripulito al più presto…-.

– Sono i miei attrezzi sportivi! I ricambi della Triumph, il mio bricolage… – balbettò George – Ma… il garage non vale! Passiamo al soggiorno, avevi fatto anche le foto nel soggiorno, vero?-

– Passiamo al soggiorno, se proprio insisti… Io l’avrei evitato!-.

-Perché mai dovresti evitarlo? –

– Perché questo è un luogo di relax, arredato benissimo, e con buongusto, dalla sottoscritta. Qui dentro si ricevono gli amici, si legge, si sorbisce il tè e, a volte, si medita e si riflette. Dalla foto vedo un unico elemento inadeguato, in questa stanza… -.

-Cosa sarà mai? il ritratto di sir Reginald Davis? – azzardò George, indicando il quadro del suo bisnonno che era posto sul muro più ampio.

-No caro! – e gli indicò le foto dove lui era sempre inquadrato – l’unica cosa fuori posto, qui, sei tu!-.

-Mi hai fregato anche questa volta, milady!

Sui muri di Maglie

Sui muri di Maglie

Non mi appassiona la street art ma non mi sottraggo. Di norma leggo tutto quello che si scrive e osservo tutto ciò che si disegna sui muri di Maglie. Ultimamente le ingiurie hanno soppiantato le frasi d’amore sdolcinate e gli auguri alle “principessa per il tuo diciottesimo compleanno”. In calo anche i cuori infranti e le promesse di amore eterno che suonano, più spesso, come minacce da stalker. Forse lo sono sempre state ma la sensibilità attuale è diversa e anche la durata media dei rapporti sentimentali non è più quella di una volta e, probabilmente, anche la donna oggi più innamorata vorrebbe lasciarsi una via di fuga aperta.

Fra le parolacce c’è sempre in classifica il termine “culo”, a volte scritto da solo, isolato da ogni contesto. Forma contratta della più estesa “vaffanculo” o sfogo estemporaneo per chi non abbia superato mai la fase anale di freudiana memoria, non lo sapremo mai.

Per i disegni, al primo posto c’è un classico e evergreen: il pene. O meglio, c’e l’apparato genitale maschile completo, giacché raffigurato da solo sarebbe facilmente confondibile con uno dei suoi surrogati. Si disegna fluidamente con due sfere e una protuberanza al centro. Neanche volgare più di tanto, visto che il concetto è ancestrale e immediatamente comprensibile. Non ha bisogno di particolari, essenziale come un’emoticon. Anche qui non mi dilungo sulle motivazioni, probabilmente è un simbolo tuttofare maschile, buono per ogni occasione. Sarà anche per la presenza fissa, proprio sotto gli occhi dell’artista, di un modello sempre disponibile e che, in un modo o nell’altro, si fa sentire.

Ci si chiede spesso perché mai si disegnino sui muri solo peni e mai vagine. Forse perché la vagina è difficile da disegnare. Forse è un tabù ancora insuperato. O forse perché, per poterlo fare, bisogna averla vista. Almeno una volta nella vita…

Le voci del vento

Voci del vento.

Rientrando dalla casa di mio padre, ieri camminavo a passi lenti, per non sudare oltre la decenza, scegliendo le strette strisce di fresco che costeggiano i lati in ombra delle case, giacché il sole, a quell’ora, picchiava già forte. È un rione quasi isolato dalla viabilità della città, perché è incastonato fra il parco della Casa di Riposo e, sul lato opposto, il rinomato viale delle “Franite”, percorso salutistico preferito dai Magliesi. Ha solo due strade d’accesso, delle quali quella più frequentata è quasi un budello d’asfalto, al quale si accede – come a risalire l’estuario di un fiume – dopo aver percorso una sorta di serpentina fra i palazzi della periferia, delimitato da una parte da un’aiuola alberata e, dall’altra, da un lungo muro di laterizi forati in cemento. Sull’aiuola cresce un ippocastano e, sul lato opposto, al di là del muro grigio, ci sono alcuni pini rigogliosi. Volendo allargare l’inquadratura, l’ippocastano e i pini sembrano disegnare una sorta di porta ideale di quel rione, costituito tutto da villette a schiera dall’architettura uniforme.

Percorrendo quel tratto finale, mi sono fermato proprio fra l’ippocastano e il pino più grande. In quel momento lo scirocco si rafforzava, come era già stato previsto dai siti meteo, e lo sentivo già fischiare nelle orecchie. Ascoltavo il vento e mi chiedevo se poi tutti lo ascoltiamo allo stesso modo. Ognuno ha le orecchie di forma e dimensioni diverse, cosi come le conchiglie che restituiscono un’eco diversa, che ci ricorda il mare, in base al percorso che fa l’aria nella spirale interna di madreperla. Mentre mi rimproveravo per questo divagare che, spesso, va a parare nel nulla ma che percorro come una strada a fondo chiuso, pur consapevole non ci sarà altro sistema d’uscita che tornare indietro, un conoscente si è fermato per salutarmi.? -Cosa fai di bello?

-Nulla – gli ho risposto

-Ma…tutto a posto? – ha continuato lui – incuriosito per avermi trovato fermo al centro della strada.- Ho capito…chissà cosa ti stai in inventando e magari lo scriverai domani mattina. Leggo sempre quello che scrivi anche se non commento mai. Certo…che tutte a te capitano…-.

Ormai sono abituato al “tutte a te capitano” e anche al “ti leggo e non commento mai” , tanto che, spesso, sono io stesso ad autodenunciarmi tanto sono paradossali, strane e originali le cose che mi capitano e che provo a raccontare. Poi, ovviamente, c’è anche un po’ di “mestiere” nel saper porgere le cose e a dare una coloritura che le renda accattivanti alla narrazione.

L’incontro poteva chiudersi lì, e il materiale sarebbe stato già sufficiente, oppure potevo andare fino in fondo. “A casa mbrusciata, minti focu” dice un nostro proverbio, sconsigliando ulteriore prudenza quando il danno è stato gia fatto. È quello che ho fatto.

-Ti anticipo, allora, quello che scriverò. Quante volte percorri questa strada? – gli ho chiesto, con tono di sfida – così magari potrai commentare in diretta, almeno una volta!

-Eh…molte volte!

-Allora fermati un attimo e ascolta… Senti il vento. Nelle fronde dei pini è un fruscio morbido e setoso. Gli aghi lunghi e flessibili non trattengono l’aria, si fanno attraversare e la lasciano scorrere. Sotto le raffiche, è un soffio musicale, un “Fhhh…”. Le foglie dell’ippocastano, invece, sono piatte e già disidratate, il vento su di loro impatta, le asciuga ulteriormente e le strofina, le scuote e le fa fremere. Il suono è quasi un rumore meccanico, è come un “Frrrrr” che ne anticipa la morte…

-È vero! – mi risponde – Non l’avrei mai notato…

-Ecco, vedi che le “cose” capitano? Quando ti sei fermato avevo realizzato che, proprio in quel momento, il vento aveva due voci distinte che a me arrivavano come un perfetto suono stereofonico. Avrei potuto chiudere gli occhi e non confonderle. Se qualcuno avesse voluto farmi perdere l’orientamento, rendendomi, lo avrei ritrovato…

-E’ quasi come “La pioggia nel pineto” di D’Annunzio – ha detto lui – ogni pianta ha una voce…

-Esattamente – ho risposto io – Tutto è già stato scritto e inventato, come vedi, ma constatarlo di persona è come quasi averlo scoperto per primi?

02/10/2019

(Dedicato a Gigi Fersini)

Rientrando a Bari…

Rientrando a Bari in aereo, fra un vuoto d’aria e una turbolenza a ciel sereno. Ho attraversato la Sardegna in pullman fino a Cagliari, rifacendo il percorso al rovescio. Una lunga strada che inizia dalla Costa Smeralda, insinuandosi fra macchia mediterranea, boschi e montagne di granito che sembrano emergere, a falde, dal sottosuolo e addossarsi l’una all’altra come tessere di un domino scomposto. Continua sinuosa, per lunghi chilometri, in zone montuose e collinari, attraversando gallerie e sfiorando città e piccoli paesi che appaiono, sfumati, fra le alture. Poi, infine, si allunga verso il capoluogo di regione, bordata di oleandri e ginestre che hanno ancora uno spruzzo di fiori giallo oro sulle estremità dei rami. Sono fortunato, mi hanno detto. Questo luglio la Sardegna è ancora verde perché la pioggia è stata abbondante e non ha mai smesso. I margini delle strade e i prati, infatti, sono ancora fioriti come se fosse tarda primavera. Qui il panorama è pianeggiante, la terra è agricola, con vaste colture irrigue e campi di grano trebbiati. Mi appaiono, del tutto inaspettate, delle vaste risaie allagate, come quelle del pavese, con le piantine di riso verdissime. A rifletterci, però, del riso prodotto in Sardegna ne avevo già sentito parlare: un riso eccezionale. Anche questo è vacanza, come lo è scambiare qualche parola con una signora che va ad assistere la figlia che deve partorire. È allegra e ansiosa al contempo.-Puppa? – ha chiesto l’autista.

-Noooo! Puppo! – ha risposto, orgogliosa, lei.
(Il sardo, parlato dalle donne, è una lingua ancora più musicale e misteriosa). L’andata l’avevo fatta con un trenino sferragliante, che aveva attraversato una zona più interna. I finestrini del vagone erano tutti aperti e le tendine blu di cotone pesante, sollevandosi per il vento, scoprivano, ogni volta, uno scorcio diverso: un querceto da sughero arrampicato sulle colline, filari di fichi d’India e antichi muri a secco di grosse pietre rosse. Tante fermate in piccole stazioni infuocate, dove saliva e scendeva poca gente silenziosa.

Un viaggio iniziato con la Sardegna archeologica, con la visita all’imbrunire al nuraghe e alle tombe dei giganti di Iloi. È proseguito con i due intensi giorni dell’Ardia di Sedilo, in provincia di Oristano, durante i quali sono stato risucchiato e coinvolto nella spettacolarità e nella ritualità dell’evento, diventandone parte, senza possibilità di potermene defilare.

Ho corso anch’io a rotta di collo lungo il pendio della collina, dopo il primo passaggio dei cavalieri al galoppo, per conquistarmi uno dei pochi posti disponibili all’interno di “sa muredda”, una sorta di piccolo palco/altare di forma circolare, circoscritto da un muretto basso, intorno al quale si svolge la parte tattica e finale della manifestazione. Solo pochi riescono ad accedervi, in quanto la via rimane praticabile per pochi secondi fra le due fasi della corsa. Bisogna correre tanto, su una pendenza al limite della sicurezza, cercando di anticipare – molto poco cavallerescamente – vecchi, bambini e signore in Adidas che vengono giù dalla montagna come dei bolidi, rosse in faccia per l’attrito da impatto con la ionosfera. Quest’anno all’interno di sa muredda, con i sedilesi più fortunati, c’ero anch’io.

Chi mi ha visto rientrare a casa, impolverato di terra rossa e dalla cenere della segatura sparata delle salve di fucile, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto che dopo aver partecipato all’Ardia una volta non potrò più fare a meno di ritornare. É come se avessi fatto una forzatura al destino, sotto la bonaria intercessione di San Costantino. Fazza Ddiu!

Volendo assecondare questa predizione, oggi, a Cagliari, ho comprato la maglietta con i Quattro Mori. Non è un banale souvenir, da indossare a casa per dire che sono stato in Sardegna, ma sarà la mia “divisa” per la prossima edizione dell’Ardia. L’anguilla arrosto, quest’anno, proprio non ce l’ho fatta a mangiarla. Mi impegnerò la prossima volta!

Per i giorni passati alla Maddalena, scorrazzando nelle isole dell’arcipelago, ho già scritto (anche troppo) perché sarebbero valse anche solo le foto. Solo chi riparte dalla Maddalena può sapere quanto risulti breve il tragitto in traghetto fino a Palau e come appaia innaturale allontanarsi da quel paradiso.

Una citazione la merita, inoltre, l’ultima tappa del viaggio, l’Oasi di Biderosa, nella zona di Orosei (Sardegna centro orientale). Qui ho scoperto panorami ancora primordiali, quasi da pianeta inesplorato. È facile, in quel luogo, sentirsi migliori e perfettamente integrati in quell’equilibrio perfetto, si verifica uno scambio, una specie di osmosi, qualcosa di buono che si riceve e qualcosa di noi che rimane lì, per il solo fatto di esserci.

Infine una parola sulla foto in chiusura: le case di Sedilo sono austere, con i loro muri di basalto e le persiane quasi sempre accostate, ma sono scrigni di affettività, di rapporti umani e di buon vicinato. I disegni, realizzati con i sassolini inseriti nella malta bianca, sono un indizio…

Aria Fresca per tutti

ARIA FRISCA PE TUTTI
(ennirinini nannanera nannarinini narinà)

Tanti anziani potrebbero star compiti, e confortevolmente, nelle loro dimore, se fossero tutte climatizzate a 25 gradi costanti, indossando pantaloncini e polo. Invece, con i 35 gradi all’ombra e 90% di umidità, vagano senza uno scopo nelle stanze oscurate delle case, trascinandosi ogni tanto sui balconi, in cerca d’aria, sperando in un refolo di vento che spazzi via il caldo e i cattivi odori imprigionati dall’afa. Si affacciano furtivamente sugli usci e nelle corti del centro, indossando solo sandali in cuoio stagionato, che lasciano sfuggire l’alluce dall’intreccio della tomaia, con l’unghia ingiallita e troppo cresciuta, e lo slippino slavato, con l’elastico “scialabbrato” con scritta adolescenziale, che fa l’effetto “pallone sgonfio” sul didietro (e sulla desolazione del davanti…sorvolo). La pancia è gonfia come un otre, per la generosa fetta d’anguria appena mangiata, e la fronte è un aspersorio naturale che stilla gocce di sudore dense da ogni rada ciocca di capelli superstiti.

E le povere signore? Cucinano e si sventolano, parlano e si sventolano, sfaccendano e si sventolano. E, quando si siedono, allargano un po’ le gambe gonfie per la ritenzione e agitano l’orlo del prendisole di maglina, con l’intento di muovere un po’ d’aria sia sopra che sotto. Poi, di tanto in tanto, si asciugano la fronte, il collo e “lu “canalettu delle menne” con un fazzoletto raggrinzito (citaz. da “La pizzica di Torchiarolo” canzone popolare).

Per fortuna che la notte, fra le due e le cinque del mattino, la temperatura scende intorno ai 22/23 gradi. Ma, per godere della frescura, fino a provare un brivido di freddo, bisognerebbe essere fuori città, possibilmente lontani da asfalto e cemento. In un frutteto che produce fichi, pesche e piccole mele verdi, per esempio, immerso nella campagna fra Corigliano e Cutrofiano.

A un certo punto, i quattro pianeti visibili nel cielo stellato sembravano quasi allineati lungo un arco ideale da est a ovest. Uno spettacolo!

(ennirinini nannanera nannarinini narinà…)

La pietra particolare

Stamattina, sulla spiaggia delle pietre piatte, una signora accigliata andava su e giù osservando i sassi, alla ricerca della pietra particolare.

Faceva piccoli passi, ruotando la testa sull’asse del collo, in un angolo sufficiente perché non le sfuggisse la visione intera del pietreto (è una licenza narrativa), come fanno certe galline quando controllano il terreno in cerca di vermetti. Di tanto in tanto adocchiava un sasso che le suscitava interesse, lo prendeva, lo sciacquava con cura dalla sabbia e poi – dopo averlo osservato da tutte le angolazioni – lo buttava via. Altro non poteva fare, se godere dei pochi istanti di quel possesso temporaneo, giacché è sanzionato ogni prelievo di materiale dalla riva.

La forma ricorrente, nella sua selezione, era quella oblunga, cilindrica, non piatta. Forse una scelta per vincere la monotonia della spiaggia di pietre piatte. Forse imposta dall’azione del suo stesso cercare: su una spiaggia di pietre piatte che senso avrebbe cercare una pietra piatta?

Relazioni sbilanciate

Nelle relazioni con il prossimo, di qualunque natura esse siano, non serve essere deferenti, né iperprotettivi, perseguire il quieto vivere e risparmiare alla controparte le giuste critiche o il nostro punto di vista. Si rischia di sbilanciare il rapporto a nostro sfavore.

Siamo noi, infatti, con i nostri atteggiamenti accomodanti, che rendiamo “perfette”, anche al giudizio di se stesse, persone che non lo sono affatto. Perché arriverà il momento in cui chi si è alimentato, giorno dopo giorno, della nostra comprensione, educazione e tolleranza avrà comunque una mancanza, o una sbavatura, da rimproverarci. E non esiterà a farlo…

Sotto il carrubo

Sotto il carrubo (Storie di strada n.35)

L’ombra più fresca è quella dei carrubi. Ne bastano pochi, addossati, per fare un’oasi di frescura, anche sotto il sole cocente. Non so per quale motivo, sarà per il fogliame fitto fitto e per lo sviluppo della chioma in altezza e larghezza, con le fronde più basse che tendono a ripiegarsi verso il terreno, che raccoglie e trattiene il fresco come in una bolla. Ma, probabilmente, c’è anche una componente magica che ci sfugge. Infatti il carrubo è da sempre annoverato, per la sua longevità che supera il mezzo millennio, fra gli alberi prediletti dagli spiriti, dalle streghe e dalle fate silvane. E mi pare ovvio che anche una forza soprannaturale si accasi sotto un albero che dia garanzia di stabilità della residenza per un certo numero di secoli. Bisognerebbe tener sempre conto, pertanto, che “entrando” sotto un carrubo si è ospiti occasionali di entità invisibili da rispettare.

Camminandoci sotto, sarà improbabile trovare un’acchiatura nascosta nell’intrico delle radici, il posto più adatto per celare un tesoro secondo tante antiche leggende mediterranee. Ma, schiacciando sotto i piedi le carrube cadute, si libererà un profumo vagamente vanigliato che evocherà i tempi in cui le scorribande in bicicletta nella campagna erano uno dei passatempi estivi preferiti dei ragazzi e predare qualcosa che pendesse dai rami di un albero era quasi un’esigenza, una tentazione irrefrenabile. Si trattasse di un frutto ancora tanto acerbo da far arricciare il naso e contorcere la bocca in una smorfia involontaria o di una primizia già succosa, da cogliere furtivamente appena un attimo prima che il contadino decidesse di farlo. La carruba non era un bottino particolarmente ambito, non era un bel frutto turgido da addentare ma era coriacea e scura come il cuoio di una vecchia scarpa. Eppure, sotto la scorza di quello strano baccello piatto e lungo, c’era un sottile strato di polpa zuccherina e stranamente aromatica, prodiga di proprietà. Chi non la tollerava attribuiva il suo disgusto proprio a quello strano aroma dolciastro (noi, in dialetto, definiamo “u ndurinu” quando il profumo e il sapore insieme rendono stucchevole un cibo) ma, in realtà, probabilmente era solo più sensibile al tannino di cui questi frutti sono ricchi.

Un signore porta a spasso il suo cagnetto meticcio dal muso appuntito e con la coda arricciata. Attraversa la strada, già caldissima alle nove del mattino, e va sotto un gruppo di giovani carrubi che crescono in una vasta aiuola spartitraffico. Non si capisce la sua età ma è un tipo piacione che “si mantiene”, nel senso che si cura nel vestiario e nell’aspetto, se non fosse per un po’ di pancetta rilassata che tradisce una remota gioventù. Noto che non ha la bustina a vista, come da normativa, ma siamo in periferia, chi vuoi che interferisca? Dalla direzione opposta arriva una signora, anche lei matura e piuttosto distinta, abbigliata già da mare. Probabilmente è una turista, ospite di un B&B o di una delle case vicine. Anche lei ha un cagnolino, ma il suo è una specie di terrier iperattivo, al quale la sua padrona toglie e dà “spago” con uno di quei guinzagli a molla. I due cani si avvistano e, dopo un attimo di esitazione, entrambi cominciano a tirare i padroni l’uno verso l’altra.
È lui che rompe il ghiaccio:

  • Bello il suo cane! È un maschio? –
  • No, no…è una femminuccia – risponde la donna con un accento spiccatamente settentrionale. Intanto i cani si sono già annusati e sembrano andare d’accordo.
  • Il mio è un maschietto… – prosegue lui – non è castrato. È un birbante e ci prova con tutte!
  • Ma davvero? – (lei è divertita)
  • Si si! –
  • Oh Oh oh ! –
  • Ih Ih Ih! –

Non accade solo nei film.

Notte di San Lorenzo

Un amico mi aveva sollecitato gentilmente uno scritto per San Lorenzo (inedito che non avevo). Il vantaggio di scrivere a getto continuo consente, però, di avere sempre un pezzo di repertorio “a tema” da riesumare. Questo è di diversi anni fa, pubblicato e ripubblicato qui, e forse la sua anzianità si vede da qualche concessione al barocchismo giovanile, dalle ridonzanze pseudo “liriche”. Aggiornarlo sarebbe una mistificazione.

NOTTE DI SAN LORENZO

Aprii gli occhi a fatica, avevo le palpebre incollate da cristalli di sale. Sentii il contatto con la sabbia fresca sotto i gomiti, fra le dita delle mani, il disagio di indumenti impregnati dall’umidità della notte. Una brezza di provenienza indefinita mulinava silenziosa fra i ginepri che si contendevano le dune, caricandosi dei profumi balsamici delle loro resine, e scuoteva i giunchi. Poi, a un tratto, deviava il percorso e raccoglieva anche l’odore acre delle braci, ancora calde in fondo alla spiaggia: un fumo che, durante la notte, aveva già anestetizzato le narici e lasciato un gusto amaro in bocca.

Con gli occhi ancora socchiusi scrutai il cielo che avevo di fronte, un piatto cielo grigio-violaceo, ormai avaro di stelle, senza profondità. Era stato avaro anche di stelle cadenti o, più semplicemente, avevo tenuto gli occhi bassi. A volte non si ha voglia neanche di inseguire i sogni, di coltivare illusioni. O forse è la realtà che è così densa e avvolgente da non consentire vie di fuga. Ma i momenti, quelli te lascia vivere.
(“Usa i colori piatti! – mi raccomandava il professore Culiersi durante le prime lezioni di disegno, quando tentavo di dipingere un cielo nella sua complessità – che a fare le sfumature imparerai poi…”. Imparare prima l’essenziale e poi perfezionarsi, è stato un insegnamento che mi è valso, nella vita, non solo per il disegno.)
Verso levante, già si schiariva per l’alba imminente. Che ora era?
Abbassai gli occhi e osservai la linea dell’orizzonte. Sorprendentemente, una fila di nuvole si era già colorata di rosa. Sospese ed allineate l’una all’altra, come bizzarri pupi di ceramica disposti su un’invisibile mensola di cristallo.
Il mare era liscio, del colore del cielo, con riflessi metallici. Un vecchio diesel batteva nella poppa di una barca da pesca che, inclinata sul lato ove era seduto l’uomo al timone, tagliava lentamente la “biancata”, lasciando sprofondare la rete nella scia che si apriva a ventaglio, fra gli sbuffi di fumo scuro dello scarico.
Mentre un gabbiano, appollaiato su uno scoglio di calcare chiaro, si rassettava le piume prima di spiccare il volo, vidi spuntare un frammento di sole rosso. Si delineava, al di là del mare, ritagliando le sagome delle montagne scure: i monti dell’Albania, le propaggini dei Balcani. Capitava di rado di avere una visione nitida, a volte succedeva d’inverno, al calare del vento di scirocco. Si stagliavano nette all’orizzonte, con le aspre vette innevate del Monte Kjore, la montagna sacra, inespugnabile regno delle aquile.

“Sciroccu a mmare, muntagne chiare” mi ripeteva, tanti anni prima, un anziano pescatore che aveva la barca al vecchio molo, a ridosso del lungomare di Otranto. Un proverbio marinaro che mi avrebbe aiutato a capire quando le montagne sarebbero apparse, ben visibili dalla nostra costa. Come tanti uomini di mare, da quando era costretto a terra sembrava vivere in una dimensione che non gli apparteneva più totalmente. La sua pelle inspessita dal sole e provata dal vento e dal sale reclamava il riposo e la tranquillità ma i suoi occhi azzurri non seguivano mai l’ago con cui rammendava con maestria le reti, erano frammenti di fondale che cercavano incessantemente l’orizzonte.

E mi sembrò di ascoltare ancora l’eco della musica ritmata di una danza albanese, trasmessa sulle onde medie da Radio Tirana, fra un annuncio e l’altro di propaganda politica. Segnali di fumo dal passato di uno strano mondo, già consegnato alla storia.

IL PROFUMO DELLA TERRA (Citando Cesare Pavese)

Non amo fare uso di citazioni e raramente leggo quelle virgolettate, proposte da altri. Non è sgarbatezza, o snobismo, ma il più delle volte quello che si ritiene rilevante forse lo è solo se stessi, in quel momento specifico. Quando non ho nulla di mio da comunicare, preferisco tacere invece di saccheggiare i siti specializzati in citazioni e aforismi o condividere all’infinito le frasi fatte su fondo colorato che circolano tutto l’anno sui social.

Come tutti mi sorprendo, però, quando leggo un brano e mi identifico totalmente (non volersene servire, infatti, non significa non apprezzarne i contenuti), quando con le parole di un autore e le sue metafore potenti vedo la materializzazione letteraria o poetica di sentimenti e sensazioni in cui mi sono imbattuto e che non ho mai perimetrato. Forse una frase rimasta a sonnecchiare nel suo paragrafo, in un capitolo di un vecchio libro, che riveli qualcosa di nuovo e di bello o che ti rispecchi in quel momento, vale la pena di riportarla. Forse posso provare a condividere con le persone che mi leggono una nuova, raggiunta, consapevolezza. E pazienza per chi, rendendomi il servizio, passerà oltre…

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Stamattina, prima dell’alba, per le strade di Maglie s’aggirava, silenziosa, una brezza di provenienza indefinita. Quell’aria profumava di notte e di erba secca bagnata, di strada di campagna e, forse, di aghi di pino. Ho dato dei morsi a quell’odore come un cane…

Oggi partono in tanti dall’autoparco. C’è in giro una tensione strisciante che si maschera con battute di spirito, che si tenta di stemperare con pacche sulla spalla ripetute e con abbracci stretti che si lasciano sciogliere molto lentamente e finiscono quasi in carezze.
I viaggiatori depositano le valigie nelle pance capienti dei pullman e poi si guardano attorno, prima di salire sull’automezzo, come a scorgere qualcuno che non c’è, che non è ancora arrivato. Ma è uno strano riflesso condizionato. In realtà cercano di mordere, come un cane, l’odore della loro terra…

“Io restai solo (a Genova) in quelle strade, e restai fino a notte. C’era un vento che screpolava le labbra e adesso sì, l’odore di mare si sentiva. Faceva scuro e dondolavano i lampioni sulle viuzze. In sostanza l’odore di mare era come Torino quando in montagna ha nevicato e fa sereno. Davo dei morsi in quell’odore come un cane… – Cesare Pavese da “Il Compagno” – )