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Il figlio ritrovato

Il mistero del lago (2017)

Assunta non parlava più con nessuno da anni. Faceva un’eccezione per Alessandro, quando erano soli, perché non voleva che lui serbasse, crescendo, un brutto ricordo della sua nonna. Con gli altri familiari comunicava con monosillabi e con i gesti, lo stretto indispensabile perché la casa funzionasse. Anche Totò, il marito, si era rassegnato al suo pallore inespressivo, a non vederla più sorridere e al suo lutto perenne. Perché il suo dolore non aveva scadenza e il lutto non si poteva calcolare in anni, partendo da una data incisa su una lapide, perché non c’era neanche una tomba sulla quale piangere. Non si era mai rassegnata alla scomparsa del suo primo figlio.

Renato era sparito una mattina d’autunno inoltrato, qualche giorno prima che partisse per la leva obbligatoria, e nessuno l’aveva più rivisto. Aveva lasciato intatte, nella sua camera, tutte le sue cose: i vestiti, la carta d’identità, il portafoglio con pochi soldi e, nella rimessa della cascina, la sua bicicletta. La notte prima era sceso al lago per gettare le lenze, dove era vietato pescare. Uno specchio d’acqua dolce, separato dal mare da una stretta lingua di pineta, che si riversava, per mezzo di un lungo canale con una piccola chiusa, in un più ampio bacino salato, comunicante con il mare. A nulla erano valse le successive ricerche, protratte per settimane, battendo i canneti palmo a palmo, e poi, sulla costa, le spiagge a nord e le scogliere aguzze, le grotte e le calette a sud del paese, quasi verso la fine della terra di Puglia. Persino i fondali di fronte alla marina erano stati perlustrati dai pescatori di ricci, con i loro specchi, fin dove la vista arrivava e il mare sprofondava.

Renato aveva sempre saputo di trasgredire la legge e lo aveva fatto per puro piacere, non certo per la necessità di portare a casa il cibo per il pranzo. Il podere assegnato a suo padre dalla riforma fondiaria, dopo la bonifica della zona paludosa circostante, forniva quasi tutto il necessario per vivere bene e neanche il pesce mancava perchè suo zio Gino, fratello di Totò, aveva una paranza al vecchio molo e quando tirava su le reti, metteva sempre da parte un cesto del pescato per la famiglia.

Il ragazzo ritornava al lago all’alba, facendosi strada fra la nebbia e le canne, e tirava piano le lenze, godendo della battaglia che iniziava con i grossi pesci che avevano abboccato durante la notte alle sue ghiotte esche. Le carpe combattevano fino all’ultimo, tirando il filo che si tendeva e vibrava come una corda di chitarra, facendogli protendere in avanti l’avambraccio con un movimento involontario. E quando, finalmente, riusciva a tirarle fuori dall’acqua, si torcevano repentinamente nell’ultimo tentativo di liberarsi, continuando a boccheggiare e a dibattersi, poi, nel cesto di vimini con cui Renato le portava a casa. E neanche l’espressione di disgusto di sua madre lo scoraggiava. La donna, abituata a pulire i pesci di mare, doveva frenare i conati di vomito nell’eviscerare quei bestioni di lago, che tardavamo a morire e che puzzavano di fango e “de lagnu”.

Ciò nonostante, Assunta cercava di cucinarli come meglio poteva, usando tutte le erbe aromatiche dell’orto e poi abbondando di aglio, cipolla e spezie per aggiustarne il gusto terroso. La guerra era finita da troppo poco tempo e, dopo la fame patita, le sembrava peccato buttare via un alimento, per quanto sgradevole fosse la sua preparazione.

-Perché mi porti questi pesci fetenti – si limitava a ripetere al figlio – Perché non vai a pescare sulla paranza di zio Gino? – aggiungeva sempre, ben sapendo che nulla sarebbe cambiato.

-E cusì u zziu Renatu cchiau a fija de lu rree e iddha e se lu purtau allu castellu! – raccontava ad Alessandro, ormai già troppo grande per ascoltare le favole della nonna. Inventava i suoi cunti usando il suo limitato lessico dialettale, avaro di termini e ricco di superlativi, come sapevano fare le nonne di una volta, quando non esistevano i libri di favole. Per descrivere la gioia, la cattiveria, lo stupore e l’incanto bastavano poche parole e l’espressione del viso, il socchiudere o sbarrare gli occhi, serrare le labbra o aprirle in un sorriso, stringere un pugno o simulare una carezza. Nelle sue storie scriveva sempre un finale bello e sospeso, Renato era un eroe antico, un soldato valoroso, un mago buono, un re magnanimo. Un personaggio che avrebbe girato il mondo e che, un giorno, sarebbe ritornato a casa sua, avrebbe narrato il suo incredibile destino e riabbracciato tutti. Assunta inventava racconti per il nipote ma, in fondo, alimentava la speranza del ritorno del figlio…

Le storie continuarono, con innumerevoli varianti fino a quando, un giorno, Alessandro si stancò delle favole e si sentì abbastanza grande da affrontare il padre.

-Dimmi la verità papà… – disse un pomeriggio a Franco, mentre la nonna era nell’orto a raccogliere delle verdure – Voglio sapere come è morto lo zio, ma dimmelo veramente!-

Franco sapeva che prima o poi sarebbe arrivato il momento di parlare “da adulto”, con suo figlio, di questo zio svanito nel nulla e sapeva anche che non avrebbe potuto fornirgli una risposta certa: non ce l’aveva! Poteva solo cercare di spiegare quello che sapeva, fargli una cronaca plausibile. Gli raccontò della sparizione, della sua partecipazione alle ricerche, anche dopo che i carabinieri, i parenti e la piccola comunità le aveva interrotte. Non c’era stato uno stop ufficiale, ma i tentativi erano andati scemando, le persone che frequentavano la casa per avere notizie avevano diradato le visite, il podere era ritornato ad una apparente tranquillità. Era stato quello il momento esatto dell’inizio della vera disperazione…

-Alessandro, credimi, vorrei sapere anch’io che fine ha fatto mio fratello – gli aveva detto, poi aveva aggiunto – Ne ho sofferto tanto. Renato era più grande di me ed era la persona che io avrei voluto essere: coraggioso, generoso e sempre allegro. La vita era uno spasso quando c’era lui, era una vita rumorosa, piena di cose che accadevano, di scherzi e di sorprese. Quella mattina scese al lago e scomparve nel nulla. Fu visto seduto sul muretto dello “strittu” da un contadino della masseria. Disse che ne stava lì immobile, fissando il canneto di fronte, come se dormisse ad occhi aperti, e non aveva risposto al saluto. La sua scomparsa ha fermato il tempo e da quel momento fatichiamo tutti ad avanzare, come se non avessimo più una direzione precisa e uguale velocità di recupero. Tua nonna da allora non è più la stessa. Tu non l’hai conosciuta com’era prima…-

Franco si alzò e andò a rovistare in fondo a un cassetto, tirando fuori una foto della madre da giovane – Guarda com’era bella! – disse al figlio, indicando la vecchia foto ingiallita – Io me la ricordo ancora così fino a quando c’era Renato, poi è invecchiata prematuramente e si è chiusa in sé stessa. Ma con te, almeno, parla… Tu ormai sei grande, lasciala fare, non le togliere la consolazione di raccontarsi un finale diverso. In realtà, anch’io sono convinto che sia morto per un incidente, forse in mare, e la corrente lo ha portato via e ora riposa su un fondale, fra i coralli e le stelle marine, come mi disse la mia maestra a scuola, per consolarmi –. Franco si voltò, per nascondere una lacrima, e aggiunse – Io so che ascolta le mie preghiere. Sì Alessandro, hai ragione tu, lo zio è morto e non tornerà mai più! Spero che, almeno a te, questo basti… –

Non preoccuparti, papà, – rispose Alessandro – ci penserò io alla nonna!- Ma già meditava di essere abbastanza grande per poter cercare una risposta a tutte le domande che erano rimaste senza soluzione, da troppo tempo, in quella casa. Quella notte chiese il permesso di rimanere a dormire dai nonni e Franco ne fu contento. Era certo che anche Assuntina ne avrebbe giovato.

-Sono contenta che ti sei fermato a dormire qui – disse la nonna al nipote – nel letto di tuo padre…Forse la vecchia rete ha ceduto e il materasso di lana è un po’ duro, vedo che sprofondi un po’, fai finta di essere su un’amaca…-

-Sto bene nonna, buonanotte…-

Alle prime luci dell’alba il sentiero che portava al lago era umido di rugiada. Dall’alto della collinetta lo specchio d’acqua appariva come un luogo fuori dal tempo, con i canneti sfumati dalla bruma e la superficie dell’acqua immobile che si colorava gradualmente dello stesso rosa dell’aurora. I versi degli uccelli che si risvegliavano cominciavano a riecheggiare nella vicina pineta, attraversata dalla brezza che proveniva dal mare e che si caricava degli odori intensi di resina di pino, di ginepro e di mirto.

Alessandro si vestì velocemente, prese una coperta e saltò dalla finestra che dava nell’orto. Era meglio che i nonni non sapessero nulla di questa sua uscita. Raggiunse il lago in pochi minuti, nel punto in cui iniziava il canale denominato “lu strittu” e l’argine in muratura diventava abbastanza ampio da potercisi sedere, il muretto che conteneva la chiusa che separava l’acqua dolce da quella salata. Era lì che avevano visto l’ultima volta lo zio Renato, immobile mentre fissava qualcosa, come ipnotizzato.

Si sedette, si avvolse nella coperta e si mise a osservare il corso dell’acqua che defluiva lenta fra le canne, creando piccoli gorghi e facendo ondeggiare delle alghe lunghe e ricciolute. Non sapeva cosa cercare ma qualcosa gli diceva che doveva attendere lì. Piano piano, confortato dal calore della coperta e inebriato dall’aria fresca, sentì il sonno che gli toglieva le forze, e non volle resistere…

Uno sciacquio cadenzato lo fece svegliare e gli rivelò che qualcuno stava attraversando il canale. Tenendo ancora gli occhi socchiusi vide una figura di donna che, a piedi nudi, si dirigeva verso la chiusa, senza curarsi di bagnare la sua veste bianca che, alle sue spalle, aderiva all’acqua come un piccolo strascico. Gli passò vicino senza degnarlo di uno sguardo. Alessandro notò la sua carnagione bianca e i lunghissimi capelli scuri dai riflessi verdastri. Il ragazzo pensò che fosse una forestiera in vena di stranezze.

-Chi sei? – le chiese. La ragazza si fermò un attimo, si voltò e sembrò accorgersi di lui solo in quel momento.
-Chi sono io? Tu chi sei! – Gli rispose, quasi con rabbia. – sei in casa mia a chiedermi chi io sia? -.

-Mi chiamo Alessandro – rispose il ragazzo – e non sono mai entrato in casa tua. Qui al lago ci può stare chi vuole e senza chiedere il permesso a nessuno…-

-E invece ti sbagli, Qui sei in casa mia, il lago è casa mia, è la casa di mio padre. Noi abitiamo da sempre in questo luogo. Tu, invece, cosa fai qui a quest’ora? Non hai una casa dove andare a dormire?-.

-Sono qui per cercare una risposta – disse allora il ragazzo – se questa è la tua casa, tu e tuo padre potete aiutarmi. Molti anni fa, in questo posto, scomparve una persona della mia famiglia, si chiamava Renato, e da quel momento la vita di tante persone è stata stravolta. Devo sapere cosa gli è successo…-. -So di chi parli. Renato lo conoscevo bene. Veniva spesso a trovarmi, forse era innamorato di me, o del lago, o di entrambi. E anche a me piaceva, ma non capiva che il suo era un amore impossibile perché le nostre nature erano diverse. Mio padre, poi, non avrebbe mai acconsentito.

-Ma com’è possibile? – escamò Alessandro – Tu sei ancora così giovane e lui è scomparso da tanti anni! –

-Non ti meravigliare – rispose la donna – il mio tempo scorre diversamente dal tuo e, comunque, io non ho null’altro da dirti. Non ho risposte alle tue domande. Non sei abbastanza grande e forte da affrontare i segreti di questo lago. Ti conviene non conoscerli anche perché, poi, nessuno potrebbe garantirti il ritorno a una vita normale, alla tua vita. Vattene via e farò finta di non averti mai incontrato…-

-Non mi muoverò da qui – concluse il ragazzo – e aspetterò tuo padre, se sarà necessario, perché mi dia le informazioni che mi occorrono e, se avete fatto qualcosa allo zio, ve la farò pagare!-.

-Il piccolo uomo è coraggioso – disse la ragazza dai lunghi capelli verdi, con tono canzonatorio – Se lo sei veramente, oltrepassa la chiusa e aspettami nel canneto, ed è lì che ti metterò alla prova, ma è anche lì che potresti morire e rimanere per sempre in fondo al lago. Il vostro “amore”, i vostri ridicoli sentimenti, piccolo uomo, implicano sempre delle conseguenze che cambiano e sconvolgono la vita e, a volte, ve la tolgono. Alessandro era al centro del canneto, la ragazza lo prese per mano – Immergiti con me – gli disse – trattieni il respiro più che puoi – ti porterò da mio padre ma sappi già da ora non è qui che ritroverai Renato -.

Alessandro si lasciò andare mentre i capelli verdi della fanciulla lo circondavano e lo stringevano in una morsa dalla quale era impossibile liberarsi. Sentì un forte dolore alla testa mentre l’acqua salmastra gli risaliva le narici e gli invadeva la gola. Istintivamente gridò – Nonna! Nonna… e gli sembrò di vedere per un attimo il viso di Assunta. Poi sopraggiunse il buio e pensò che era forse così che si moriva.

-Si sta riprendendo… ma dovrò ricucirgli questa brutta lacerazione sulla nuca – disse il dottore – ma com’è successo signora Assunta? -.

-L’ho trovato giù allo strittu, era scivolato sulle pietre umide e aveva battuto la testa. Poco prima mi ero affacciata nella camera dove dormiva e, non avendolo trovato, ho preso lo scialle e sono uscita di casa a cercarlo. Non so chi mi abbia guidata fin lì, anzi ora credo di saperlo… Poi l’ho visto, disteso fra i sassi e privo di sensi. Inizialmente ho creduto che fosse morto e ho gridato a Dio tutta la mia disperazione. Gli ho chiesto di non togliermi anche lui! Me lo doveva lasciare. Aveva già Renato con sé, cosa voleva ancora ancora da me che non gli avessi già dato? Poi vidi che Alessandro si muoveva. E respirava! Dio..Dio… l’ho ringraziato! L’ho ringraziato per avermi riportata alla vita. Ho realizzato in quel momento che Renato non c’era più ma che mi era rimasto Alessandro, e non solo lui. Avevo mio marito Totò e l’altro mio figlio, Franco, che hanno vissuto tutti questi anni con il fantasma di me stessa, senza avermelo mai fatto pesare…-.

-Forse era il momento giusto per la rassegnazione, signora Assunta – rispose il dottore, mentre medicava la testa di Alessandro – perché non tutti affrontiamo il dolore allo stesso modo. Le persone sensibili come te, poi, tendono a sentirsi responsabili delle disgrazie che accadono ai propri cari, anche se sono inevitabili. Renato, non tornerà mai più, è vero. Prima non volevi sentirtelo dire. Ora lo hai ritrovato, dove è sempre stato: nel tuo cuore!-.

Alessandro guarì presto ma non si spiegò mai cosa fosse successo quella mattina presto, al lago. Forse per salvare la nonna dalla sua prigione di malinconia si era reso necessario che lui entrasse, anche se in sogno (ma era stato solo un sogno?), in una delle innumerevoli storie che lei gli aveva raccontato nel corso degli anni, quella della fata del lago, che faceva innamorare gli uomini per poi imprigionarli.

Come concludere questa storia se non con l’invito a visitare, al mattino presto, quel lago narrato e a sedervi sull’argine dellu strittu, a godere della sua magia. Se osserverete attentamente, sotto il pelo dell’acqua vedrete ondeggiare i lunghi capelli verdi della Naiade, la figlia del Lago, che fa da sentinella alla chiusa perché l’acqua salata, proveniente dal mare, non si mischi mai con quella dolce.

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Riti e rituali estivi salentini

Ricordo un rito che si svolgeva in questi giorni, durante la mia infanzia, nella mia sfera di vicinato. Era legato alla processione del Corpus Domini che sfilava nelle vie della città fra le calate delle coperte buone di broccato rosso e giallo oro, esposte dai balconi delle case. Era un rito religioso, naturalmente, dove la magia non era ammessa. Straordinaria, in verità, era l’autorizzazione – che si otteneva solo quella volta nel corso dell’anno –  di cogliere ogni tipo di fiore dai giardini privati e dai balconi. Quel giorno anche le mamme e le vicine di casa più fissate con le loro piante, quelle che requisivano le palline da tennis accidentalmente finite nella loro proprietà  e che tagliavano in due i palloni “Super Tele” calciati dai ragazzini, se solo sfioravano un giglio profumato o una comune lantana, aprivano le porte delle loro giardini e delle loro terrazze a tutti i bambini del vicinato. Si potevano cogliere tutte le  rose già sbocciate, i gerani, le margherite, le zinnie e le dalie precoci e i  gelsomini. Questi fiori venivano poi ridotti in in petali profumati e sistemati in cestini di vimini, pronti da gettare dalle terrazze più alte al passaggio della processione e del  baldacchino che proteggeva l’arciprete con l’ostensorio, preceduto dai
nuovi comunicati dell’anno, autorizzati a sfilare con l’abito della prima comunione, velocemente ripulito in tintoria dalle macchie di cioccolato e di spumone del rinfresco successivo alla cerimonia.

Oggi si riscoprono altri riti: la preparazione nottetempo di acque beneauguranti, infusi, nocini. Andar per fratte a raccogliere erbe officinali (e zecche). Riti pagani, perciò “neutri” che si fanno anche negli asili, come laboratorio didattico, con buona pace di coloro che non tollerano attività ispirate dalla religione (ovviamente la Cattolica). Manca la lettura dei fondi di caffè, l’individuazione del malocchio dalla forma dell’olio stillato nel piatto colmo d’acqua e, per non farci mancare nulla, il potere predittivo dei lombrichi tagliati. Anche queste pratiche facevano parte della vita dei nostri avi, in un tempo abbastanza remoto e oscuro dove la miseria e l’ignoranza la facevano da padrone. E non c’erano davvero le nobili e romantiche intenzioni dell’attuale ripescaggio in salsa new age.

Notti magiche dove tanti aspiranti maghi e sedicenti fattucchiere pasticciano nei bacili, giusto per darsi una mossa e aver qualcosa da raccontare e, possibilmente, da istagrammare. Notti che nascono per ricongiungere l’uomo e il litio delle batterie degli smartphone con l’anima della natura e che finiscono nella squallida normalità del fracasso dei mezzi della raccolta differenziata e nella puzza di bruciato delle stoppie (nella migliore delle ipotesi). Più avanti arriveranno i riti veri e concreti, quelli che richiedono forza fisica e cervicale salda. Quelli della preparazione delle conserve di pomodoro, delle marmellate, dei concentrati di peperoni rossi. Dei fichi da seccare, da esporre al sole al mattino e da ritirare alla sera, prima che cada l’umidità notturna. Dimenticavo che oggi i fichi costano un occhio della testa e per organizzare un paio di cannizzi pieni ci vorrebbe un piccolo capitale. Lì il gioco si farà duro e solo i duri scenderanno in campo. Tutti gli altri saranno al mare.

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La fortuna delle donne

La fortuna delle donne

Scritto così, è un titolo ingannevole. Nel senso che sembrerebbe che la fortuna si associ in modo quasi naturale alle donne e che ogni donna porti nella sua dote genetica anche quel fattore “C”. Che una donna, a parità di preparazione e capacità rispetto ai suoi “concorrenti” maschi, abbia bisogno anche della fortuna, per potersi affermare e realizzare – non solo in ambito lavorativo – invece lo darei per scontato. Eppure questa “fortuna”, così come si potrebbe vedere dall’esterno, spesso altro non è che la costruzione di un curriculum perfetto, meticolosamente realizzato con grandi sacrifici. La donna fortunata, allora, non è esattamente quella che che si costruisce con sacrificio la sua vita, la sua casa e la sua carriera. Per questa donna andrebbero usati altri aggettivi e, con un minimo sforzo, ci si riuscirebbe. Poi esistono le vincite al lotto, gli incontri che cambiano la vita e “…quel gran culo di Cenerentola!”, citando un passaggio topico di Giulia Roberts in Pretty Woman (1990).

Quella gran botta di culo, però, le donne di Malta la ebbero tutta, come mi raccontò una guida turistica durante un viaggio avvenuto alcuni anni fa. La sua nonna era stata, appunto, una delle fortunate. A dirla così, sarebbe generalizzare: diciamo che, quella volta, la fortuna baciò non proprio tutte ma delle (già) privilegiate per censo. Nella piccola e ricca isola, posta in posizione invidiabile nel Mediterraneo e, da sempre, crocevia di commerci internazionali, sede di incontri politici di altissimo livello e porto strategico militarmente, vigeva, come nella maggior parte delle terre emerse, una solida società patriarcale. Le famiglie più ricche usavano i soliti metodi per incrementare i patrimoni e concentrarli sui figli maschi. Patrimoni finanziari e immobiliari, questi ultimi costituiti dai preziosi terreni agricoli, data l’esigua disponibilità della terra coltivabile sull’isola, dai suoli edificatori e dai palazzi a La Valletta e alla Medina. Per consuetudine, invece, alle figlie femmine i ricchi lasciavano i territori infruttiferi lungo la costa, confinanti con il demanio. Qualche accomodamento minimo, in favore delle eredi, poi lo si realizzava dalla spartizione del valori mobiliari (titoli azionari, denaro, preziosi). Alle figlie femmine spettava, quindi, anche una dote adeguata per fare un buon matrimonio, dote che – se interessante – sarebbe confluita comunque al figlio maschio, oltre agli “scogli” infruttiferi da passare, a scaricabarile, alla prole femminile.
Accadde, però, che – dopo la guerra – scoppiò, quasi contemporaneamente in tutto il mondo occidentale, il fenomeno del turismo d’elite e, al seguito, quello delle classi medie. Malta, pur conservando tutte le altre le sue peculiarità, divenne, per il suo clima e per le sue bellezze naturali e architettoniche, anche una meta ambita dal turismo nautico, balneare e intellettuale. Allora si andò alla ricerca dei posti più adatti dove costruire gli alberghi, le strutture sportive, le ville. La domanda prevalente era per “la vista mare”. Abbronzarsi divenne di moda. Fu così che la valutazione dei terreni di proprietà delle donne di casa e considerati -fino a poco tempo prima- inutili fardelli, schizzò alle stelle e le “ragazze” che se ne trovarono in possesso diventarono ricche. Più di una di loro s’inventò il mestiere, iniziando una “nuova tradizione” (passatemi l’ossimoro) di impresa turistica al femminile, che ancora continua.

(Qui non scrivo una chiusura classica, una morale della favola, magari vi rimando alla premessa).

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Datemi un pizzicotto

Datemi un pizzicotto, ma forte! 9 luglio 2018

Svegliarsi la mattina presto su una piccola isola, incastonata fra lo smeraldo e il turchese del mare, è già una grande suggestione. Se dal balcone vedi la costa bellissima dell’isola madre, la Sardegna, e le luci di Palau che si vanno spegnendo e poi, girando la testa, intuisci le montagne brune della Corsica, sfumate dalla foschia, la suggestione è completa. Ma forse sto abusando del termine suggestione. Qui è la realtà perfetta delle cose che si realizza. Quando la realtà e la fantasia si sovrappongono e combaciano non serve più sognare: si vive il sogno!

Avere una vicina di casa, di origine campana, che si sporge dal suo balcone e ti consegna un vassoio con la pastiera fatta da lei e una crostata alla marmellata di limoni (cresciuti in un orto rinchiuso da alti muri di basalto e malta bianca) non ha prezzo.

E ora già sta salendo sul nostro terrazzo, dal piano di sotto, un odore di zuppa di calamari…

Non invidio gli yacht da cinquanta e più metri alla fonda o in transito nel tratto ventoso delle bocche di Bonifacio. Essere qui e godere della natura, della compagnia e dell’amicizia di persone autentiche e generose è già un grande privilegio. Non ho bisogno, davvero, di altro.

Più tardi affronterò l’aspra e bellissima Caprera. Molto probabilmente é l’isola più bella del mondo. Lo dico io, che del mondo conosco poco, ma lo pensò anche Garibaldi, che era l’eroe dei due mondi e, fra tante terre, scelse proprio Caprera per invecchiare e morire. Garibaldi non era un fesso.

La Maddalena
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Il sacrificio (05/07/26)

Il sacrificio di un padre che ha perduto la sua vita, quale conseguenza dello sforzo fisico sostenuto per salvare i suoi due figli dalla furia dei marosi, è una notizia che ha commosso profondamente la cittadinanza e, contestualmente, costringe a riflettere su un caposaldo della missione di essere genitori, quella forma di giuramento mai pronunciato, ma connaturato al ruolo, che ci vuole pronti a rischiare anche il bene più prezioso, la nostra vita, nell’interesse di coloro ai quali l’abbiamo trasmessa. Ci è capitato almeno una volta, infatti, magari davanti a uno scampato pericolo, di aver pensato che potrebbe arrivare un momento nel quale davvero si debba affrontare un rischio grave e reale, ma abbiamo cercato di esorcizzare questo pensiero. Lo abbiamo relegato in un meandro della mente perché non ci arrecasse ansia, ma fosse pronto a dare la sua spinta all’occorrenza. Quel papà ha affrontato con amore questa terribile prova, rispondendo proprio a quella spinta irrefrenabile.

È questo un archetipo fortissimo. Il genitore, uomo o donna che sia, che si sacrifica per i figli torna ovunque, torna dai racconti tramandati dagli anziani ed è un tema ricorrente anche nella letteratura. Il sacrificio del padre o della madre ci tocca nel profondo dell’animo perché fa parte dell’istinto e della cultura, perché mette insieme due forze opposte: la forza fisica/protezione e la vulnerabilità dell’amore. È il momento in cui il personaggio smette di essere “forte” e diventa “umano”.

In Salento il tema c’è ed è fortissimo. Qui il mare non è sfondo: è personaggio. E il padre-pescatore che “ci rimette” per il figlio è una figura quasi mitica, tra canto popolare, cronaca e letteratura.

C’è un simbolismo salentino del sacrificio,
perché, qui da noi, questo tema prende una forza particolare. In Salento il padre non è “eroe” ma è “scudo”. È lo scudo che si spacca, forse, ma non consente alla freccia di arrivare al figlio.

PS ore 18,00 del 05-07-26
La ricostruzione effettuata dai testimoni ha cambiato la dinamica dei fatti riportata dalle agenzie di stampa e dalle televisioni. L’effettivo salvataggio dei bambini è stato effettuato dai bagnini, mentre il padre sarebbe stato colto da malore appena entrato in acqua. Non mi sento di sottrarre nulla dal mio post, né di sminuire le intenzioni del povero genitore, deceduto mentre accorreva in soccorso dei figli. Aggiungo senz’altro, invece, un plauso e il giusto riconoscimento ai bagnini, ai quali la Stampa locale e nazionale non ha riservato alcuna attenzione e considerazione.

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Lo aveva detto il vento

(dalla terra di Sardegna) 6 luglio 2018

Ieri si era alzato, improvviso, un  forte maestrale che ha spazzato il caldo asfissiante dei giorni precedenti. Credevo che fosse una benedizione, in realtà qui quando si alza il vento, in particolare nei giorni della Festa di San Costantino, è presagio di fatti nefasti. Eppure, in questa stagione, le valli fra le colline di Sedilo si infuocano e l’aria diventa densa per l’evaporazione del lago Omodeo, che si distende sotto la cattedrale rupestre del Santo.

Alla signora Rosa, che me lo diceva a bassa voce, guardando le fronde dell’arancio scosse dal vento e già cariche di piccoli frutti acerbi, le si erano inumiditi gli occhi. Non scherzava. Non mi ha detto il perché di questa associazione fra vento e malasorte, benché l’avessi chiesto. Le parole, in questo paese, sono filtrate dal pudore e da una ferrea educazione e non vengono mai sprecate; raramente, poi, superano gli alti muri di basalto nero e malta bianca degli orti che circondano le case.

Più tardi, gli amici mi hanno spiegato – in confidenza – che, in questa zona della Sardegna, il vento è atavicamente associato alla morte. Era, infatti, nelle notti ventose che si commettevano i crimini più efferati. Il fragore del vento copriva i rumori degli agguati, le urla di chi veniva accoltellato si confondevano anche con i versi degli animali, agitati dal cattivo tempo.

L’Ardia non é andata bene. Ieri sera gli inseguitori sono riusciti a fregare la scorta e a superare uno dei tre cavalieri che recavano i vessilli della folle corsa, le”pandelas”. Non è una buona cosa, quando accade. È come se il male avesse la meglio sul bene, rappresentato dai vessilli religiosi. È difficile comprendere una competizione dove chi insegue comunque non dovrebbe mai raggiungere e superare chi gli sta davanti. Ecco perché l’Ardia è unica, è una processione e non una vera e propria gara, anche se a tutti viene richiesto il massimo impegno possibile.

Nella ripetizione di questa mattina è andata anche peggio. I primi cavalli sono caduti su una ripida discesa. I loro cavalieri sono rotolati nella polvere ma hanno evitato gli zoccoli dei loro destrieri e di quelli che seguivano. Un fantino che sopraggiungeva ha cercato di frenare ma è caduto dal suo cavallo in una stretta curva e ha picchiato la testa contro il muretto. Gravissimo, è stato trasferito in elicottero in un centro di rianimazione. La corsa si è fermata, poi è ripresa. Bellissima, emozionante per me, ma non è stata più come doveva essere. “Il vento lo aveva detto” dicono tutti…

Sono tornato a casa con il bisogno di qualcosa che mi togliesse l’amaro e la polvere dalla bocca. Ci vuole un pezzo di pecorino, morbido e dolce come lo fanno qui, tagliato dalla forma con un coltello appuntito di Pattada. Un formaggio che trasuda grasso, di colore avorio e privo di ogni retrogusto di erba sgradita. E poi ci vuole un bicchiere di birra Ichnusa ghiacciata, che non può mancare nella casa di un sardo degno della sua origine, benché oggi sia un marchio del gruppo Hineken. Il formaggio lo produce un pastore che abita a un isolato di distanza. Lui si regge con una stampella, per gli acciacchi dell’età, e indossa pantaloni di velluto nero e spesso, come fanno in molti, anche d’estate.

In realtà, per addolcire la bocca ci sono i pirichittus, sotto la stagnola che avvolge un piatto portatoci da una vicina premurosa. Sono dei biscottoni rotondi, fatti in casa, che hanno il cuore morbido come una torta e giallo di tuorli d’uovo, ricoperto da una delicata glassa al limone e all’essenza di fiori d’arancio. Ma prima, da onorare, c’è un pranzo sardo, completo e articolato.

Poi il tempo di salutare e ringraziare e, caricati i bagagli in macchina, partire in direzione nord, verso Palau. La superstrada è deserta e si insinua nelle pieghe della terra, fra le montagne scure, sotto una volta stellatissima. Ma non è Palau la meta, per quanto attraente e suggestiva. È solo il nostro porto di partenza, dove ci attende un traghetto, la Enzo D., che salperà per l’arcipelago della Maddalena. Per me, il più bel mare del mondo!

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Conflitto d’interessi

Conflitto d’interessi

Sulla spiaggia inganno la tramontana con un libro che, di tanto in tanto, fa un effetto vela e tenta di sfuggirmi dalle mani. Sotto gli ombrelloni i bagnanti hanno mangiato lautamente, si sono scambiati i bicchierini di carta con il caffè e con gli amari fatti in casa, e ora dormono il sonno dei giusti. Le signore sonnecchiano a bocca aperta, con gli occhialoni da sole antirughe, che coprono mezza faccia, e gli uomini ronfando sui lettini come vecchi e grassi gatti soriani distesi su un canapè. Ho ripreso un romanzo scritto qualche tempo fa da un amico. Era il suo sogno nel cassetto e l’ha realizzato. Lo avevo letto velocemente, incalzato dal parere riservato che mi era stato chiesto, ma mi era rimasto il dubbio di non avergli dedicato la giusta attenzione. Ora ne scopro altre sfumature. Penso che il libro di un amico andrebbe letto (e poi riletto) sempre come una responsabilità, a prescindere dal valore letterario oggettivo, dallo stile, dal genere.

Entrare in una trama, quella che lui ha ideato, non è un problema, ma è solo una parte del viaggio che si ha la possibilità di ripercorrere sulle orme dell’autore. Solo tu, e non il lettore che compra su Amazon, sai riconoscere, infatti, i riferimenti a storie di vita vissute, a fatti accaduti realmente. Puoi riconoscere persino i personaggi, anche se sono stati più o meno mascherati. A volte è quasi più emozionante entrare nella storia di quella storia scritta, nel tempo che l’autore ha rubato al suo tran tran quotidiano, che tu conosci, alle sue ore di riposo e di svago, anche a quelle che ha sottratto alle sue sofferenze, perché scrivere aiuta, a volte, a darsi uno scopo, a sopravvivere con dignità alla malattia. Ogni libro ha una sua storia parallela che lo accompagna indissolubilmente e non a tutti è dato di conoscerla. Per questo motivo non mi sento mai di giudicare pubblicamente il romanzo di un amico. Sarebbe troppo facile sparare “carcasse a fiori*” o stroncare l’inesperienza o, peggio, l’inconsistenza del prodotto. Perché quello che io direi, se fosse riferito solo al testo, potrebbe non risultare oggettivo, ma sarebbe coetente e veritiero se fosse rapportato all’esperienza che quella scrittura rappresenta nel microcosmo dell’autore. Chiamatelo, se volete, un conflitto. Non di interessi, però. Se mai, di sentimenti.

*= Fuochi d’artificio

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I  carrubi

L’ombra più fresca è quella dei carrubi. Ne bastano pochi per fare un’oasi di frescura, anche sotto il sole cocente. Non so per quale motivo, sarà per il fogliame fitto fitto e per lo sviluppo della chioma in altezza e larghezza, con le fronde più basse che tendono a ripiegarsi verso il terreno, che raccoglie e trattiene il fresco come in una bolla. Ma, probabilmente, c’è anche una componente magica che ci sfugge. Infatti il carrubo è da sempre annoverato, per la sua longevità che supera il mezzo millennio, fra gli alberi prediletti dagli spiriti, dalle streghe e dalle fate silvane. E mi pare ovvio che anche una forza soprannaturale si accasi sotto un albero che dia garanzia di stabilità della residenza per un certo numero di secoli. Bisognerebbe tener sempre conto, pertanto, che “entrando” sotto un carrubo centenario si è ospiti occasionali di entità invisibili da rispettare.

Camminandoci sotto, sarà improbabile trovare un’acchiatura nascosta nell’intrico delle radici, il posto più adatto per celare un tesoro secondo tante antiche leggende mediterranee. Ma, schiacciando sotto i piedi le carrube cadute, si libererà un profumo vagamente vanigliato che evocherà i tempi in cui le scorribande in bicicletta nella campagna erano uno dei passatempi estivi preferiti dai ragazzi e predare qualcosa che pendesse dai rami di un albero era quasi un’esigenza, una tentazione irrefrenabile, si trattasse di un frutto ancora acerbo, tanto da far arricciare il naso e contorcere la bocca in una smorfia involontaria, o di una primizia già succosa, da cogliere furtivamente appena un attimo prima che il contadino decidesse di farlo. La carruba (per noi “cornula”) non era un bottino ambito, tanto che, anche in tempi meno fortunati, veniva data in cibo agli animali. Non era un bel frutto turgido da addentare, ma era coriacea e scura come il cuoio di una vecchia scarpa. Eppure, sotto la scorza di quello strano baccello piatto e lungo, c’è un sottile strato di polpa zuccherina e stranamente aromatica, prodiga di proprietà, e dai semi, questo è noto, si produce un addensante naturale per i dolci. Chi non la tollerava proprio attribuiva il suo disgusto a quello strano aroma dolciastro che noi, in dialetto, definiamo “u ndurinu”, quando il profumo e il sapore insieme rendono stucchevole un cibo, ma, probabilmente, era solo più sensibile al tannino, di cui questi frutti sono ricchi.

Mentre vado, a piedi, un palestra, incontro un signore che porta a spasso il suo cagnetto meticcio dal muso appuntito e la coda a ricciolo. Lui mi precede di qualche metro, di buon passo. Attraversa la strada, già caldissima alle nove del mattino, e si dirige verso una zona ombrosa, sotto a un gruppo di carrubi cresciuti in una vasta aiuola spartitraffico, lasciata sostanzialmente incolta. Di età indefinita, è un tipo piacione che “si mantiene”, nel senso che si cura nel vestiario e nell’aspetto, se non fosse per il riporto anacronistico e per un po’ di pancetta rilassata che tradisce una remota gioventù. Noto che non ha la bustina a vista, come da normativa, ma siamo in periferia, chi vuoi che interferisca? C’è la caserma dei Carabinieri, in verità, ma lasciamoli davvero a più serie occupazioni. E poi, ” nu masculu” d’epoca, tutto d’un pezzo, se ne andrebbe mai in giro con la cacca del suo cane “confezionata” in una bustina compostabile color rosa? Non per nulla il pezzo di strada che abbiamo appena percorso è tappezzato di feci canine di ogni forma, epoca e colore.
Dalla direzione opposta arriva una signora bionda, anche lei matura e distinta, abbigliata già da mare con un camicione bianco, semi trasparente, che lascia intravedere il costume da bagno e uno stacco di coscia che ancora si difende, facilitato dallo zatterone di sughero (che slancia). Probabilmente è una turista, ospite di un B&B o di una delle case vicine. Anche lei ha un cagnolino, ma il suo è un Jack Russel iperattivo, che sembra saltellare sulle quattro zampe, al quale la sua padrona toglie e dà “spago” con uno di quei guinzagli estensibili a molla. I due cani si avvistano e, dopo un attimo di esitazione, entrambi cominciano a tirare i padroni l’uno verso l’altra.
È lui che rompe il ghiaccio:

  • Bello il suo cane! È un maschio? –
  • No, no…è una femminuccia – risponde la donna con un accento spiccatamente settentrionale. Intanto i cani si sono già annusati e sembrano andare d’accordo.
  • Il mio è un maschietto, invece… – prosegue lui- È un birbante e ci prova con tutte!
  • Ma davvero? – (lei, divertita)
  • Sì, sì! –
  • Oh! Oh! oh!
  • Ih! Ih! Ih!
    (Non accade solo nei film)

Repertorio 2019

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Sogni ricorrenti

E’ da un po’ di tempo che sogno, con una certa apprensione, di ritornare al mio lavoro in banca. Non ho mai sputato nel piatto dove ho mangiato, ma ho cercato sempre di imprimere al mio lavoro tecnico un connotato di empatia verso Colleghi e di vicinanza verso i Clienti. Però c’è un tempo per tutte le cose e quello del lavoro lo considero un capitolo chiuso a partire dal giorno successivo al mio congedo. Nonostante questa mia distanza da quel trascorso, per motivi che mi sono ignoti nel sogno non posso rifiutare l’intervento che mi viene richiesto. Si tratta di lavorare su una pratica complessa e praticamente impossibile da concludere, mentre sono circondato da colleghi apatici, di nessun aiuto, e sta per scadere un tempo massimo stabilito da qualcuno o da una situazione incombente. È un sogno che non ha mai una risoluzione, se non con il risveglio e il sollievo di essere uscito dall’impasse, quanto meno per quella nottata.
Anche ieri mattina mi sono svegliato mentre sognavo di sommare pile di titoli di spesa, oggetto di agevolazioni pubbliche, ma poi mi sono rallegrato perché da lì a poco sarei stato in spiaggia, in una situazione reale ben più piacevole.
È stata una bella mattinata fra mare e pineta; sono ritornato su sentieri che non battevo da anni, dal tempo in cui non esisteva una rassicurante mappa sul telefono che fornisce la posizione rispetto alla rete stradale e al perimetro costiero.
Seguendo un vecchio camminamento mi sono trovato sull’ingresso secondario di un’azienda, che non citerò, dove sono stato immediatamente riconosciuto dalla proprietaria, un’energica signora di mezza età che mi è venuta incontro chiamandomi per nome e cognome con un tono perentorio che poteva prestarsi a diverse interpretazioni. Non ho riconosciuto la persona, per cui, con un certo imbarazzo, mi sono fermato.

-Non ti ricordi di me – ha esordito, dandomi del tu – ma io non mi dimentico…-.

-Di cosa, signora? – le ho chiesto.

-Nei primi anni 90 – ha continuato – venni in banca da te. Era sorto un improvviso impegno finanziario in famiglia. Occorreva un urgente finanziamento per rimettere in sesto un’attività stagionale, l’estate si avvicinava e rischiavamo di non aprire. E tu…- si è fermata un attimo a riprendere fiato.

-E io.. che ho fatto? – l’ho incalzata – spero di averglielo fatto quel finanziamento!

-Sì, sì, in pochissimo tempo. Ti spiegai la situazione e tu ci venisti incontro. Con l’erogazione di quel finanziamento risolvemmo tutto. Se ora non ti ricordi di me è naturale, all’epoca ero una ragazzina e sono passati trentacinque anni…-
In realtà, mentre lei parlava, avevo rincorso quella “ragazzina” di un tempo nella mia memoria e, alla fine, l’avevo ritrovata appena la donna matura che avevo di fronte aveva tirato su gli occhiali da sole. Mi è bastato cancellare idealmente dal suo viso la sottile ragnatela di piccole rughe che il sole e il vento di mare ha impresso sul suo viso negli anni che sono trascorsi. Ho faticato a staccarmi dalla sua stretta di mano che, iniziata appena si era presentata, è durata anche per tutto il tempo durante il quale ha ripetuto la storia al marito che, nel frattempo, si era avvicinato. I suoi ringraziamenti sono continuati fino al momento in cui ho riguadagnato il sentiero.
Che nesso c’è, in questa storia, fra il sogno ricorrente e l’incontro di ieri?
Avevo deciso di indagare, alla ricerca di qualcosa di incompiuto, come si dice ora, che mi tiene inconsciamente ancora legato al lavoro, visto che a distanza di anni mi ritorna inspiegabilmente con un sogno ricorrente dai tratti ansiogeni, ma ho preso atto di questo incontro fortuito di ieri con la mia vecchia cliente come se fosse un rimedio naturale che mi è stato offerto. In fondo la conferma aver lasciato ricordi positivi e indelebili nel corso della mia attività lavorativa lo considero già un potente anticorpo contro i cattivi pensieri, i dubbi e gli eventuali strascichi di situazioni vissute particolarmente impegnative e stressanti. Vedrò se farà effetto. Francamente preferirei ritornare al sogno ricorrente di prima, che era quello di affacciarmi dal balcone e vedere, al di là dal mare, l’Albania vicinissima, tanto da poter osservare le case e le persone. Per il momento, buonanotte!

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    Could you be loved and be loved?

    Could you be loved and be loved?

    Sulla rotatoria di Otranto c’è una coppia di giovani di colore che fanno autostop. Lui è un tipo alla Bob Marley, indossa una camicia coloratissima e porta i capelli rasta, ma non troppo lunghi, così che – al vento – le ciocche si aprono a raggiera, come le serpi sul capo della Medusa. La ragazza è vestita anche lei di colori sgargianti ed è visibilmente incinta, probabilmente prossima al parto. Cercano un passaggio verso la Statale 16 e sembrano disegnati con l’evidenziatore per renderli subito visibili sullo sfondo grigio del telone di un cantiere. È la direzione da dove noi proveniamo, per cui ci incanaliamo verso gli Alimini senza imbarazzo. Ormai non li vedo più ma mi rendo conto che sto ancora pensando a loro. Forse è il colore fluo dei loro vestiti ad aver impressionato i miei pensieri più che la retina dell’occhio, che li ha già cancellati. Vedo che anche mia moglie è turbata.

    • Non so… – le dico – Se li avessi incontrati sulla strada del ritorno… Non so se sarei rimasto indifferente, se sarei andato avanti senza fermarmi. Una ragazza incinta, con queste temperature, non dovrebbe stare sotto il sole…-.
      Lei annuisce.
      Passo a elencare i pro e i contro sull’opportunità, di questi tempi, di caricare a bordo degli sconosciuti. Abbiamo mascherine sufficienti in macchina? Non mi sono sembrati, però, tipi che le avrebbero indossate, o forse lo avrebbero fatto con la contropartita di un passaggio. Sono sempre i “contro” a prevalere, quando ci rapportiamo con il prossimo, quelli che ci fanno più comodo e che ci disimpegnano. Non ricordo di aver mai letto, poi, che una donna incinta di colore regga le alte temperature meglio di una caucasica avvezza all’aria condizionata. Ma si finisce per pensarlo: sono abituati a vivere così, sono più forti, escono da una selezione naturale più spietata. Sono abituati…
      Alla fine, convengo che mi sarei fermato e avrei pagato loro il biglietto del treno, ammesso che ci sia un treno, a quell’ora. In fin dei conti la stazione è proprio a cento metri da lì e forse non lo sapevano. Una soluzione comoda per la coscienza ma alquanto improbabile, giacché non c’è mai un treno all’orario che serve e fermarsi davanti a un autostoppista è un segnale inequivocabile, che gli si dà, di volerlo prendere a bordo.
      Nel pomeriggio ho incontrato altre persone che sono passate dalla stessa rotatoria, subito dopo, in direzione Maglie. Ho chiesto se hanno notato i ragazzi colorati. La coppia “fluo”, al loro transito, non c’era più. Qualcuno avrà pensato che una donna visibilmente incinta, e forse prossima al parto, non possa stare, a mezzogiorno, sotto il sole e sul ciglio di una rotatoria trafficata.
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    I palazzi di Palma

    I palazzi di Palma di Maiorca (curiosità).

    Palma è ricca di palazzi antichi, costruiti con la bellissima arenaria color crema del luogo. Il centro, di origine romana, ne conta oltre 40 di grande rilevanza storica. La loro particolarità, fino a un recente passato, era avere il patio dell’ingresso ( di norma molto curato e arredato), sempre aperto e lasciato a vista per il godimento dei turisti e dei visitatori. Una vera attrazione che rendeva unica la visita a Palma.

    Avvenne, però, che il Comune revocò ai proprietari dei palazzi i permessi di parcheggiare le loro auto nel centro storico e nella zona della Cattedrale, divenuta isola pedonale. Questo significò per gli interessati di non potersi più servire dell’auto di famiglia, con tutti i disagi del caso.

    Per ripicca, allora, chi abitava i palazzi storici, chiuse l’accesso al patio della propria dimora, oscurandone la vista con grandi portoni oppure con vetrate opache. Niente parcheggio, niente patio a vista dei turisti! Permalosi…

    Questo della foto è un patio di un proprietario “illuminato” che ha voluto lasciarlo comunque aperto anche se la spesa se la porta in casa (verosimilmente se la fa portare) a piedi. Probabilmente non è il più bello ma rende l’idea di cosa si parla.

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    Chi sei tu?

    Quante volte ci siamo sentiti dire o, pieni di dubbi, ci siamo chiesti: – Chi sei tu per giudicare?
    Giudicare non è necessariamente un’azione disdicevole o superficiale. Il giudizio personale, quale valutazione di uomini e situazioni, muove e regola tutta la nostra vita. Determina i pro e i contro in ogni decisione.

    Un giorno mi deciderò a non sentirmi sempre in dovere di comprendere le motivazioni degli altri. Mi costa una gran fatica trovare un senso alle motivazioni incoerenti, a quelle sbagliate o, peggio, a quelle che si rivelano false, per poi scoprire che l’impegno di comprendere gli altri non cambia le persone ma è una forma di condizionamento di noi stessi, di adattamento a situazioni che non sentiamo nostre e a soggetti che influenzano la nostra vita ma vivono la loro a prescindere da noi, che produciamo comprensione. Quel giorno, probabilmente, smetterò anche di giudicare gli altri, in quel senso “nobile” del termine, e mi rassegnerò alla sola constatazione dei fatti.

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    La maledizione

    LA MALEDIZIONE

    Era un’anziana spagnola, con i capelli grigi e scomposti e un aspetto da megera. Vestita in lungo, con abiti larghi di garza nera, era un po’ curva e marcava i suoi passi rumorosi con un grande bastone scuro e nodoso, che utilizzava per sostegno ma anche, quando era seduta, come uno scettro del comando. Si accompagnava a un uomo slavato, in scala di grigi, che la seguiva a pochi passi di distanza, e a una ragazza occhialuta, magrissima e silenziosa, che le faceva, forse, da assistente.

    Arriva mentre si sta chiudendo l’ascensore, già pieno. Con il grande bastone dapprima blocca la chiusura delle porte e poi si fa spazio, sospingendo le persone a destra e a sinistra, come fa un pastore con le pecore, e s’insedia, con il suo piccolo seguito, proprio al centro della cabina. L’ascensore si chiude e si avvia verso il ponte nove. Ci aspettano degli interminabili secondi di attesa, fra gli odori di dopobarba, di odiosi profumini alla vaniglia da grande magazzino e di vestiti tirati fuori dalla naftalina. Lei, conscia di aver creato qualche disagio, comincia a parlare ad alta voce e con tono drammatico, volgendo lo sguardo da un lato all’altro perché nessuno sfugga alla sua attenzione. Sembra stia pronunciando un maleficio a carico di tutti i presenti, o della nave… chissà! Poi batte, improvvisamente e con violenza, per due volte, il bastone sul pavimento dell’ascensore.
    Tump…Tump…
    Le persone presenti, costrette ad assistere a questo rito tribale, si scambiano sguardi allibiti, se non allarmati, mentre lei sembra ripetere all’infinito una sorta di formula magica. Infine socchiude gli occhi e serra le labbra sottili, come per richiamare tutte le sue energie psichiche. Ecco che parte una potente scorreggia, rumorosa e puzzolentissima!
    Poi se la ride di gusto, con una risata più simile a un ghigno, soddisfatta come Malefica, quando fa addentare la mela a Biancaneve.

    Questa storiella non è accaduta nella mia recente vacanza ma risale a qualche anno addietro. La protagonista è uno dei “miei” personaggi preferiti, persone reali che ho incontrato nelle situazioni più disparate.

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    Noblesse oblige

    Nelle strade più eleganti di Barcellona, nel primo Novecento, era tutto un fiorire di palazzi della ricca borghesia. Fra questi, anche quelli famosissimi di Gaudí. La famiglia proprietaria risiedeva al primo piano, il piano nobile, e questo è confermato dalla presenza di  balconcini, sporgenti e vetrati, che servivano ai proprietari per farsi ammirare dalle persone che passeggiavano nella strada sottostante. I piani alti dei palazzi venivano affittati ai borghesi meno abbienti, giacché era considerato uno spreco non mettere a reddito la volumetria eccedente alle esigenze familiari. Nelle ore di maggiore flusso di persone, la famiglia si esponeva al pubblico sedendo su appositi divanetti o poltroncine. Quindi non era, per loro, un affaccio per guardare fuori ma per farsi guardare.
    L’esatto contrario di ciò che accadeva, nello stesso periodo, da noi. I ricchi non amavano farsi vedere in giro, e men che meno, gradivano affacciarsi dai balconi o dai terrazzi. La gente comune, molto spesso, non ne conosceva neanche le fattezze .

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    Lisbona

    Lisbona, con la sua gente aperta verso il prossimo, la sua storia, i suoi monumenti e il suo clima, ha tutto quello che serve per piacere a tutti e, in più, infonde a chi vi giunge la particolare sensazione di non volersi riposare nemmeno per un attimo, una sorta di inquietudine positiva. È una città che sollecita il carattere indomito del viaggiatore, è l’adrenalina che non si placa perché è l’ultimo avamposto prima di prendere il largo nell’Oceano, anche se quella fosse, in realtà, la tappa finale del viaggio. Ed è anche la nostalgia che, per manifestarsi, non attende lo scorrere tempo, né che si interponga la distanza. Nelle narici rimane l’odore di salmastro del Tago e della salsedine dell’Oceano, il profumo delle foglie di agrumi, dei fiori, delle spezie e dello zucchero caramellato.

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    Sur le Pont d’Avignon

    Se non hai studiato il francese alle medie e non hai cantato con i tuoi compagni e con la tua insegnante la filastrocca “Sur le pont d’Avignon (On y danse, on y danse)” non potrai condividere molto di questa emozione. Lei, la professoressa Attilia, ci disse che quella canzoncina l’avremmo ricordata per tutta la vita (ora li chiamano tormentoni ma passano in una sola stagione) e che, prima o poi, ci avrebbe condotti in quel luogo, Avignone, dove il Medioevo si tocca ancora con mano. Questa immagine sarà, per i più, solo la foto di un vecchio ponte diroccato in una città storica della Provenza. Per gli altri, invece…
    Io e mia sorella Dori l’abbiamo cantata oggi, camminando a passi lenti sul selciato medievale, fino al punto in cui il ponte si interrompe. Noi, invece, abbiamo chiuso un cerchio emozionale rimasto aperto per cinquant’anni.
    Il ponte di Saint-Bénezet fu parzialmente demolito da una piena straordinaria del Rodano ma il re, per far dispetto al papa, che lo voleva ripristinato a spese della corona, non volle farlo ricostruire.

    Il ponte di Saint-Bénezet sul Rodano – sullo sfondo il Palazzo dei Papi di Avignone.

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    Pasta al dente

    Mi piace cucinare ma non mi piace dover dare conto mentre lo faccio e di come lo faccio. Di norma il mio piacere di cucinare scema con il passare del tempo delle cotture e con la consapevolezza dei tempi ulteriori necessari per rigovernare, a fine pasto, per cui è facile che un attimo prima che sia pronto in tavola già mi venga l’irrefrenabile desiderio di uscire di casa per recuperare tutto il tempo perso, prima a fare la spesa e poi dietro ai fornelli. Le lunghe cotture su un lume di candela, come usavano le nostre mamme, non si addicono più alla vita moderna e mi capita anche di invidiare i popoli nordici che hanno eletto come loro pasto ideale il pesce affumicato e il pane preaffettato, reso deglutibile da salsine di accompagnamento. Me lo diceva una guida turistica italiana, trapiantata in Norvegia, con marito norvegese e figli (nati là) che presentavano una matrice più nordeuropea che latina. Lei si ammazzava a preparare polpette e lasagne mentre il marito e i figli impazzivano per pane di segale, pesce affumicato e strane salse puzzolenti di accompagnamento…

    Preferisco la pasta al dente ma, come dire? Al giusto dente. Acqua in bollore, calo la pasta e cerco i tempi di cottura sulla busta. Poiché è un formato e una marca che uso da poco, l’orecchietta secca poi non è che sia nelle mie corde, devo rigirare la confezione tre volte prima di trovare, finalmente, piccolo e ben mimetizzato, il simbolo della pentola. Leggo: 8 minuti. Mi sembra poco. – Possibile? Va bene… va!-. Regolo il timer a 10 minuti, non credendo nemmeno per un attimo che lo spessore di quella pasta la renda mangiabile con soli otto minuti di cottura. Al decimo minuto, provo un assaggio. La forchetta non la scalfisce neanche, il colore non è cambiato. Sembra ancora cruda… “Lampu quantu ete tosta! Se rozzula! ” Ce ne vuole ancora… Fuoco al massimo! Arrivato a quasi 13 minuti credo che sia ormai al giusto punto di cottura. Do un’occhiatina in pentola e la pasta mi sembra, finalmente, pronta anche nell’aspetto. Salto l’assaggio finale. Scolo, condisco e servo… Al dentissimo (se si potesse dire). Secondo le confezioni, ogni pasta di qualità oggi cuoce in pochi minuti, salvo De Cecco che, più coscienziosa, butta le mani in avanti e mette due tempi di cottura (al dente e “normale”). La realtà è che tutte le paste di marca millantano tempi brevi per rendersi compatibili con una cucina “smart” ma hanno bisogno di molti più minuti di quelli indicati in etichetta. Abuso della credulità popolare, sarebbe la minima imputazione. Poi ci sono quelli ai quali la pasta piace durissima e per i quali la scala di Mohs non fa assolutamente testo…

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    Lo Scrigno

    È il piccolo fondo di famiglia, acquistato alla fine degli anni sessanta: “u sciardinu” (il giardino), da noi si usa chiamare così un terreno che venga coltivato per svago e non per mestiere; cinto da muri, molto spesso a secco, e con un piccolo fabbricato rurale per ripararsi e, se sufficientemente confortevole, per soggiornare brevemente, oltre che per custodire gli attrezzi agricoli. Quel terreno, posto al culmine di un’altura e circondato da alti muretti a secco, era già ricco di roseti, fichi e ciliegi e, in qualche modo, nella sua semplicità, ci rappresentava.

    Ricordo perfettamente il momento in cui, in una vecchia casa del centro, un’anziana vedova rimasta sola al mondo, proprietaria di quel fondo denominato “Campi”, consegnò a mio padre le chiavi lunghe e arrugginite del portoncino d’ingresso (non esisteva un cancello) e quella della porta della casetta di pietra leccese che c’era al centro del fondo. Ricordo che la signora alzò il prezzo, ma di poco, quando vide la nostra Ford Cortina, la riteneva (sbagliando) un’auto di lusso. Mentre firmava l’atto di vendita, dal notaio, la donna pianse silenziosamente con lunghe lacrime che corsero sulle sue guance bianche e caddero sulla carta vidimata, inumidendola.

    Fuori dallo studio notarile, chiesi a mio padre perché la signora avesse pianto, invece di essere contenta per aver preso quelli che a me erano sembrati “tanti soldi”, già preparati dalla banca in una grossa mazzetta di fogli da diecimila lire e ricontati, al momento, dall’assistente del Notaio. Lui mi disse che la signora aveva pianto per i suoi ricordi legati a quel giardino, a cui non poteva più badare. I soldi, però, le avrebbero consentito di affrontare il futuro con più serenità. Fu quella la prima volta che capii che si possono comprare le cose, non i ricordi delle persone, ma che è comunque un trauma distaccarsi dalle cose perché diventano lo scrigno fisico dei sentimenti. Lo capii solo in teoria, e in modo grezzo, perché non avevo ancora, a quel tempo, la maturità necessaria e un magazzino di ricordi da mettere alla prova. Quel giardino, denominato “Campi”, perché fa vivere a lungo i proprietari (leggenda che non si è smentita perché mio padre oggi ha 97 anni ed è in buona salute), divenne per me un posto che aveva una sua sacralità, perché aveva custodito i ricordi della vecchia e ne aveva suscitato il pianto. In seguito mi capitò spesso di provare a immaginare la quotidianità, ma anche le piccole ricorrenze, i pranzi all’aperto e le notti silenziose, specie quelle in tempo di guerra, passate al buio a fissare le stelle, dei componenti della famiglia che aveva vissuto, prima di noi, l’avvicendarsi delle stagioni in quella casetta a forma di cubo. La mia era solo immaginazione o stavo rivivendo fatti realmente accaduti? Forse l’anziana signora aveva avuto ragione a piangere, perché noi i suoi ricordi li avevamo comprati davvero, quella sera. Mi convinsi che una parte residuale di quelle memorie, forse la parte più tenace e incancellabile, era rimasta in quel luogo, nella terra rossa e fra le rocce affioranti, nei turbini di vento che si rincorrevano fra i ciliegi e in ogni rifioritura dei rosai. Dopo la sua morte, che avvenne qualche anno dopo, forse ne ero solo io il custode, l’ultimo testimone involontario. Una memoria presente ma ormai criptata e indecifrabile, che aleggiava insieme ai nostri ricordi, ancora ripercorribili, e a quelli, ancora più remoti, di coloro che erano stati lì’, prima di lei. Era uno scrigno da passare di mano, di cui si poteva avere contezza solo di una piccola parte, dello strato più in superficie, e che non si sarebbe mai svuotato.

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    Centro Commerciale

    Centro commerciale

    Coda in uno store di abbigliamento. Sono l’ultimo della coda in “cassa 1”. Sopraggiunge una famigliola composta da padre, madre e due bambini: un maschietto, più piccolo, piuttosto stanco e annoiato, e una ragazzina di circa dieci anni, iperattiva, che canta, parla, ride contemporaneamente e, nel mentre, tocca tutto quello che le si presenta a portata di mano. I genitori sono entrambi piccoli di statura e abbastanza giovani – di questi tempi – per avere già una famiglia formata. Lui ha un aspetto massiccio, con tanto di tatuaggi e orecchino a sinistra; grandi mani, robuste e inspessite, fanno pensare che sia un artigiano o un operaio che lavori su macchine impegnative. La mamma è una ragazza graziosa, occhi azzurri e capelli biondi, ricci, legati stretti sulla nuca. La donna comincia a depositare sul ripiano gli articoli che hanno scelto: magliette, jeans, biancheria interna, mentre riprende la figlia che vorrebbe un gadget “acchiappabambini” di quelli messi là, a ridosso della cassa, apposta per fare dannare i genitori. Insomma, una spesa “importante” per una famiglia, in apertura della stagione estiva. In fondo al cestino c’è anche una scatola contenente delle scarpe, evidentemente destinate alla bambina.

    -E quiste de ddhu essenu? (Queste da dove escono?)- chiede il marito, rivolto alla moglie. È una domanda fatta seriamente. Probabilmente lui si è distratto quando moglie e figlia hanno preso quelle scarpe. L’uomo è, evidentemente, colui che regola il fattore finanziario della famiglia. Giusto o sbagliato che sia, non sono in grado di stabilirlo perché non conosco la situazione e le dinamiche della coppia.
    La donna sembra cercare le parole adatte per rispondere. Poi dice, decisa: – La cane l’ha mangiate, le scarpe! L’ha trovate e l’ha mangiate!
    -La cane? – Chiede conferma il marito.
    -Sine! Questa… – e indica la figlia, mollandole uno scappellotto – …le lassau fore della scarpiera e la cane l’ha mangiate. Nunn’é curpa de la cane…

    La risposta della moglie, però, lo ha messo abilmente fuori combattimento. Infatti ha volutamente caricato di colpevolezza la figlia e lo scappellotto finale ha scatenato il senso di protezione paterna.
    Lui, infatti, accarezza immediatamente la testa della ragazzina, proprio nel punto dove la mamma l’aveva colpita, se “colpita” si può dire, e poi sentenzia: Ah! Va bene, tantu lu piede ha crisciutu!

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    San Nicola

    San Nicola
    Ci sono state delle altre primavere in cui, come accade in questi giorni, faceva caldo quasi come in piena estate. Lo spumone magliese, mi chiedo, chi lo ha mai capito realmente? Si sa che si scioglie velocemente sui bordi e che rimane a lungo duro all’interno, una resistenza che non è quella del gelato marezzato dal ghiaccio, come quelli di pessima qualità o che degradano per un’errata refrigerazione perdendo ogni cremosità, ma è una compattezza che protegge come uno scudo il cuore morbido di meringa, ricco di scaglie di cioccolato e di pezzetti croccanti di mandorle caramellate. Adagiato su un disco di carta oleata, lo spumone inizia a sciogliersi dalla base, scivolando verso la parte opposta del piattino ogni volta che la paletta cerca di affondare nel gelato e, se non lo si blocca con decisione nel punto giusto, si rischia che parta per la tangente verso mete ignote, verosimilmente verso il tavolino vicino, lasciando una scia bianca di meringa cremosa, profumata di anni Sessanta e di liquore Strega.

    Dopo la mezzanotte, quando la piazza si spopolava e la poca gente in giro si rintanava nei pub o indugiava ai tavolini dei bar ancora aperti, mi piaceva assistere alle prove di accensione, con i tecnici elettricisti che testavano, una alla volta, le singole strutture delle luminarie. Ora si accendeva un arco, poi un gruppo di rosoni, seguiva un’intera fila di fregi barocchi posti al lato di una strada che convergeva in piazza.

    La festa, da noi l’addobbo si chiama così perché nessuna ricorrenza è una festa vera senza luminarie, è sempre bella, anche da spenta. Il telaio di legno, dipinto di bianco, è come una trina che contrasta lo sfondo buio della notte e l’azzurro del giorno. Richiama i medaglioni di pizzo che impreziosiscono le tende di lino di tante antiche case del centro storico e che consentono a chi è dentro di guardare fuori, come da uno spioncino, senza farsi vedere.

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    Cambio di stagione

    Ieri mattina pioveva. Sono uscito di casa e qualcosa non mi quadrava. Sarà stato il cielo grigio che, si sa, esalta ogni tonalità di verde. Ho realizzato che i tigli erano esplosi di nuova vegetazione senza che nei giorni, anzi, nelle settimane precedenti, mi fossi accorto, o meglio, avessi prestato attenzione, ai sintomi del risveglio: il turgore delle gemme prima e poi lo spuntare delle foglie tenere che la pioggia fitta del momento faceva brillare e vibrare, quasi come quelle del “pineto” di dannunziana memoria. Perdersi questi passaggi è aver sprecato la percezione del tempo che è passato ed è un atto di sgarbatezza verso la vita residua. Distratto da innumerevoli altri eventi, svaghi e pensieri banali che a volte diventano inutilmente pressanti, non avevo notato neanche che la siepe di pitosforo, sull’altro lato del vialetto, era cresciuta in modo scomposto rispetto alla rigida forma geometrica che i giardinieri le impongono da decenni. Aveva allungato nuove fronde flessibili che terminavano con tante infiorescenze bianche che raramente si sono viste in questo condominio, in quanto una drastica potatura è sempre intervenuta prima della fioritura. Il vialetto che porta sulla strada, lastricato di porfido opaco che torna a brillare ad ogni acquazzone, grazie alla pioggia di marzo e poi del sole di aprile, ci ha anticipato ed è diventato un tunnel fiorito nel verde, profumato di zagara che è l’essenza più simile al pitosforo. Degno, direi, del passaggio di una sposa – esagero per enfatizzare – o di portarci, questo sì, una bambina mentre inizi a raccontarle una favola. Ma per questo c’è tempo.

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    Ogni notte è una strage di murruni* che puntualmente, appena cala il buio, si spostano da un’aiuola all’altra attraversando quel camminamento proprio mentre la gente ritorna a casa o esce per un impegno serale. Ormai, quando scende la sera e assolvo al compito di portare giù la spazzatura, cammino in punta di piedi e cerco almeno di deviare dal riflesso della bava delle lumache sul porfido per non partecipare alla strage dei gasteropodi innocenti. Quando purtroppo, nonostante le accortezze, mi capita di schiacciarne una, e sento un crack sotto le suole, alzo gli occhi al cielo e lo vivo come una piccola disfatta, come una vita persa al videogioco. Anche questa mattina, dopo il sentimento di disappunto per non aver apprezzato per tempo il mutare della stagione, mentre reggevo l’ombrello che mi riparava dalla pioggia, osservavo attentamente il vialetto bagnato per non infierire sui resti dei murruni già calpestati da qualcuno che era già passato. Sarà la vecchiaia che invita a riappacificarsi con l’Universo, ma ora inizio ad apprezzare anche quelle che, un tempo, ritenevo esagerazioni. Ad esempio, la sensibilità dei giapponesi che porta(va)no sandali con un appoggio al suolo risicato per ridurre la possibilità di ammazzare qualsiasi forma di vita sotto i loro passi. A distogliermi dai pensieri è infine arrivato dall’alto, in una spirale olfattiva discendente, un odore forte di cucina che contrastava quello di terra bagnata e di ozono. Qualcuno del vicinato stava friggendo i peperoni. La mia vicina, che è maestra di fritture, giorni fa mi diceva che non è ancora tempo di peperoni fritti: occorrono quelli carnosi, maturati al sole, perché quelli coltivati in serra sono ricchi solo d’acqua. Avrà trovato quelli giusti.

    *= Murruni, dialettale. Chiocciole di terra di medie dimensioni con conchiglia striata.